Paolo Tarsi

Se è vero che nel dopoguerra l’avanguardia musicale ha fatto tabula rasa del passato elaborando categorie di pensiero forgiate su linguaggi musicali dettati perlopiù da un piglio fin troppo spesso ideologico, la generazione di compositori di cui Fausto Romitelli ha fatto parte ha cercato di ritrovare, invece, un’efficacia percettiva a partire da un forte impatto comunicativo. Ed ecco che sono sorti nuovi codici, stabilite nuove password, sdoganate nuove immagini sonore, con un’eredità storica passata al setaccio e rilegata sempre più sullo sfondo.

Ed è proprio alla figura di Fausto Romitelli e alla scuola spettrale che è stata dedicata la trentaduesima edizione della Rassegna di Nuova Musica di Macerata, la manifestazione fondata nel 1983 da Stefano Scodanibbio e curata dalla scorsa edizione da Gianluca Gentili (di cui è possibile trovare una bella testimonianza in Absolument Moderne, libro + CD, ed. Quodlibet), che come di consueto ha visto riempirsi il teatro Lauro Rossi nelle sue tre serate (venerdì 4, sabato 5 e domenica 6 aprile).

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Romitelli. Nel frattempo il compositore è divenuto una figura di culto e sono lontani – per fortuna – i tempi in cui l’Italia lo ignorava. Scritto tra il 1998 e il 2000, il suo Professor Bad Trip: Lessons I-III (il titolo originale di questa trilogia era Zero tolerance for silence) trae spunto dalla lettura delle opere di Henri Michaux annotate sotto l’effetto della mescalina e al tempo stesso contiene in sé un omaggio all’artista Gianluca Lerici (è lui a celarsi, infatti, sotto le sembianze del ‘prof. Bad Trip’).

Nel trittico si ritrovano legati intimamente tra loro la cultura psichedelica degli anni 60-70 e l’universo techno di oggi, l’idea della trance, della possessione, dell’uscita da sé. Musica enigmatica, che non ha bisogno di essere “capita” perché il suo unico scopo è, citando Barthes, “inesprimere l’esprimibile”, violenta nel suo riflettere l’alienazione di massa e il processo di normalizzazione che ci avviluppa.

Così come Francis Bacon aveva lavorato su Guernica e sugli ultimi lavori di Picasso prima di elaborare finalmente un linguaggio del tutto personale, per forgiare il suo mondo musicale Romitelli si è nutrito di influenze molto diverse tra loro, sia d’estrazione colta che d’area “pop”. Rock e spettralismo, questa la formula del fiore. E lo sanno bene i musicisti dell’ensemble Alter Ego diretti da Tonino Battista che ci regalano una versione di Bad Trip ricca di spessore, grana, spazi sonori (grazie anche alla quadrifonia presente in sala), realizzata in una maniera molto energica e tuttavia fine, con soluzioni ricche di inventiva (la musica di Romitelli sembra caratterizzarsi proprio per il suo lasciarsi forgiare dalle mani dei suoi interpreti in maniera del tutto plastica, dando risalto ora a un aspetto piuttosto che a un altro dettaglio della partitura).

Nelle due cadenze, poi, il violoncello di Francesco Dillon si fa sporco, ruvido, distorto alla Hendrix, totalmente in linea con l’idea romitelliana di comporre il suono (piuttosto che comporre con i suoni). Magnifica l’interpretazione di Natura morta con fiamme (1991) del Quartetto Maurice (Georgia Privitera e Laura Bertolino, violini, Federico Mazzucco, viola, Aline Privitera, Violoncello) dove l’accostamento degli archi all’elettronica si fa abrasivo, non meno dell’interpretazione che dà Luca Nostro al brano per chitarra elettrica Trash TV Trance (2002) a cui si affiancano le due Domeniche alla periferia dell’impero (la seconda delle quali contiene in filigrana una citazione della pinkfloydiana Interstellar Overdrive) eseguite magistralmente dall’ensemble Alter Ego.

Accanto alla musica di Romitelli colpiscono positivamente soprattutto le opere di Tristan Murail (Treize couleurs du soleil couchant, 1978, per cinque strumenti ed elettronica) e Kaija Saariaho (Cendres, 1998, per flauto, pianoforte e violoncello), ma anche il Gérard Grisey di Anubis et Nout (1983/90) ben eseguito da Gianpaolo Antongirolami al sassofono basso. Una riflessione a parte merita il compositore austriaco Georg Friedrich Haas. Se da un lato il suo Finale (2004) per flauto solo ha un taglio decisamente scolastico, risulta più convincente In iij. Noct. (2001), il terzo dei suoi quartetti per archi, da eseguire (e ascoltare) nel buio più completo.

Al brano, che può variare notevolmente in lunghezza e che ad ogni esecuzione risulta essere sempre diverso, è dedicata la serata finale della rassegna, con i musicisti dislocati ai quattro angoli del palco, mentre il pubblico siede al centro tra di loro. Il pezzo inizia con scambi fra gli strumenti, giochi di echi che si evolvono in sezioni che contengono pizzicati, glissando, botta e risposta vari che includono tecniche estese e la citazione di un corale di Gesualdo, per svilupparsi poi attraverso una serie di ‘inviti’ che gli esecutori si inoltrano a vicenda lanciando un motivo mentre gli altri possono scegliere se ‘accettare’ e sviluppare i diversi frammenti. Ma anche qui il fluire delle idee arrivati a un certo punto si blocca e il risultato sonoro nel suo insieme, quello che va oltre l’happening di una performance nell’oscurità, ne fa le spese.

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