Francesco Montuori *

Gli studiosi di storia della lingua italiana da molti anni discutono su una serie di testi di età moderna (tra Cinquecento e fine Ottocento) che a una prima occhiata ricordano un elaborato scritto da uno studente svogliato e incolto.

Sono diari, lettere, confessioni, deposizioni, la cui lingua sembra un campionario di trascuratezza: la concordanza tra le parti variabili del discorso è irrazionale; le forme dei verbi sono spesso create in base alla morfologia del dialetto; l’egocentrismo della scrittura induce a ripetere anche ciò che non è necessario e a omettere ciò che è presente alla coscienza dello scrivente ma non a quella del lettore; le frasi sono brevi, legate in modo elementare e generico o solo giustapposte, in sequenze talvolta disordinate; il lessico è formato da tessere di diversa provenienza, per cui ai latinismi si affiancano parole di origine fiorentina o di diffusione solo locale.

Per gli autori di questi «casi clinici» è stata creata la denominazione di «semicolti»: è gente non abituata a scrivere e che è costretta a farlo, che conosce un po’ di italiano ma ha il dialetto come lingua materna, che sa come si compone il tipo di testo che sta scrivendo ma non riesce ad adattarsi a tutti gli interlocutori né adeguarsi a tutti gli argomenti, e che insomma, non avendo compiuto un idoneo apprendistato grammaticale e retorico, scrive un po’ come parla.

Nel suo libro, di fattura scientifica ma divulgativo per l’affabilità dei toni espositivi, Enrico Testa offre un’antologia di piacevolissima lettura e ben commentata di questi testi, e nell’introduzione, prendendo spunto da una pagina di Landolfi, definisce pidocchiale la lingua in cui sono scritti; inoltre pone al loro fianco diversi testi di intellettuali che si rivolgono ai semicolti (lettere, prediche, documenti di natura giuridica e politica, alcuni dei quali redatti fuori d’Italia) ed enfatizza le analogie che ci sono in questo italiano dei colti e in quello usato dalle persone appena alfabetizzate.

L’esame comparato di tutti questi testi permette all’autore di inquadrarli in un profilo originale della diffusione della lingua nel tempo: la tesi sostenuta è che tali scritture documentino fin dal Cinquecento l’uso di una lingua italiana «comune» diversa da quella di matrice letteraria, fondata sulle strutture del parlato e adoperata per iscritto da persone di diversa cultura, per scopi che si possono definire genericamente pratici.

Questi testi, presi globalmente, sono i segni che anche prima del XX secolo gli italiani riuscivano a corrispondere tra di loro senza ricorrere «alle formule della compostezza letteraria o ai parametri di un togato autocontrollo espressivo»: ciò consente di immaginare che «anche in passato – in certe circostanze e occasioni – si svolgessero scambi orali in un italiano, rudimentale e tendenziale, simile a quello dei testi che abbiamo provato a descrivere». Proprio questo è il primo pregio del libro: aver tessuto su questa fitta trama di testi la prova di quanto sia stata profonda cronologicamente, diffusa regionalmente e ampia socialmente l’esigenza di ricorrere all’italiano come lingua della comunicazione. Cosa che contribuisce a sfatare la leggenda che l’italiano sia stato imposto dall’alto, dalle autorità scolastiche, a un popolo che desiderava solo continuare a parlare il proprio dialetto.

Testa designa questo nuovo italiano con due attributi: lo chiama nascosto perché, illuminato in così fatto modo, esso viene sottratto alla penombra che lo velava; e, prima di tutto, lo denomina comune, perché costituisce in una lunga continuità temporale il terreno d’incontro tra le classi sociali: viene usato dal fattore, che si allontana dai campi per scrivere al padrone quali provvedimenti debbano essere presi per un buon raccolto; e viene adoperato dal padrone, che depone la penna dallo scrittoio lirico e risponde a tono, con lo stesso stile e nella stessa lingua.

Tuttavia, c’è un prezzo che Testa ha dovuto pagare, in termini di persuasività, per aver voluto identificare e denominare un nuovo «tipo» di italiano: per far ciò ha esaltato gli elementi omogenei a tutti i testi, dando valore diagnostico ai tratti sintattici e pragmatici, e ha marginalizzato i tratti differenzianti, sottraendo importanza alle manifestazioni di interferenza tra italiano e dialetto, e, ancora, ha sminuito la rilevanza di alcuni elementi linguistici parassitari, denotanti la marginalità culturale degli scriventi non colti. Insomma, confrontando i registri non letterari dei colti e le scritture diversamente influenzate dai dialetti dei semicolti, Testa vede i riflessi di un’immagine sola, di un italiano «comune», con la sua storia, la sua comunità di scriventi e, sullo sfondo, di parlanti.

Eppure è la sua stessa antologia a dimostrare che non esisteva un registro medio dell’italiano, comune alle diverse classi sociali, ma piuttosto una somma di tradizioni testuali condivise e scritte in una lingua sensibilmente influenzata dalla comunicazione orale e quindi ricca di connotazioni locali. Non un «tipo» di italiano, quindi, ma il sedimento di dinamiche di negoziazione linguistica in una comunità plurilingue, dove alcuni sapevano scrivere molti tipi di testi su diversi argomenti a destinatari d’ogni specie, mentre altri riuscivano con fatica a comunicare per iscritto in un singolo genere testuale avvalendosi dell’elementare alfabetizzazione cui erano riusciti ad accedere.

* La giuria tecnica della XL edizione del premio Mondello, composta da Giancarlo Alfano, Salvatore Ferlita e Filippo La Porta, ha annunciato ieri nella conferenza stampa, tenuta a Milano alla Libreria Hoepli, che L’italiano nascosto di Enrico Testa ha vinto il premio per la sezione «Critica letteraria».

Enrico Testa
L’italiano nascosto. Una storia linguistica e culturale
Einaudi (2014), pp. VII-321
€ 20.00

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11 Risposte a L’italiano nascosto

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