Giancarlo Alfano

Nell’ultimo numero dei «Cahiers du Cinéma» si può leggere un intelligente intervento dedicato all’analisi del testo cinematografico come ormai abitualmente viene praticata nelle università francesi. Le osservazioni lì svolte ricordano da vicino le discussioni italiane di venti anni fa, quando ci si sbarazzò di un lungo e complesso percorso di avvicinamento a un lessico concettuale condiviso tra modelli teorici e pratiche interpretative differenti.

La polemica, allora come oggi, era contro la trasformazione in grammatica di schemi concettuali astratti, che si temeva avrebbero finito – come nel celebre e nefando caso della Grammaire du Décameron di Todorov (di cui però, oggi, proprio nessuno fa caso alcuno) – con lo svuotare la dimensione ermeneutica, il contatto vivo e sempre modificantesi tra opera e lettore. Tante osservazioni giuste furono portate a quel tempo; ma la sconfitta dei modelli descrittivi basati sulla linguistica (strutturalismo, narratologia) e l’accantonamento di una seria riflessione metodologica sugli apporti della psicoanalisi, della sociologia (salvo l’odierna infatuazione per Bourdieu) o della filosofia (salvo una diffusa predilezione per alcuni concetti deleuziani che però non ha mai voluto sostenere l’«esame di maturità» della verifica testuale compiuta) ha prodotto due fenomeni analoghi, ma opposti: 1) lo specialismo iper-descrittivista dei letterati con formazione filologica; 2) l’accanimento discorsivo di chi propone la centralità del lettore.

Che siano opposti, ognuno può vedere: nel primo caso, l’esercizio critico mira a presentare il testo nella maniera più obiettiva possibile (ma spesso con risultati nulli soprattutto perché privi della necessaria apertura contestuale ai fatti storici, culturali, formali, etc.); nel secondo, il lettore che si propone come critico intende sottolineare la sua reazione emotiva o intellettuale di fronte a una certa opera. Ed è qui che risiede l’analogia, giacché entrambi questi discorsi si offrono come discorsi dell’autorità.

La critique et l’autorité è uno dei titoli che si può leggere nella ricchissima e davvero avvincente raccolta di saggi dedicati da Jean Starobinski alla critica. Si tratta di un lavoro del 1977, in cui lo studioso ginevrino si cimenta, cosa tipica del suo metodo, con l’attraversamento (in realtà è una decostruzione) della storia semantica della parola francese «critique». Il percorso parte dall’articolo omonimo firmato da Marmontel per l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, in cui si esibisce il senso più antico e ancora principale allora, come «restituzione della Letteratura antica» (le maiuscole nel testo originale settecentesco), cui viene subito dopo affiancata la più moderna accezione di «esame illuminato e giudizio equo dei prodotti [productions] umani».

Non interessa qui ripetere il ragionamento di Starobinski attraverso Pierre Bayle ed Ernest Renan; conta invece osservare con lui che la dialettica tra i due significati ha consentito due movimenti opposti nel periodo che va dalla metà del Settecento alla metà del secolo XX. Da una parte, si noti, la critica del fatto certo ha consentito l’emergere della libertà dell’esperienza interiore: se non si può affermare nulla di certo su eventi o processi soggettivi, ciò vuol dire che né le ortodossie religiose né le censure politiche hanno più autorità sugli individui.

Ruse de la critique: astuzia della critica, che appuntandosi con acribia sulla Bibbia, le Pandette e i grandi classici greco-latini, lascia emergere l’autonomia delle interpretazioni. Dall’altra, continua però Starobinski, la centralità dell’erudizione storica (o poi della modellizzazione teorica dei fatti storico-artistici) tende a schiacciare quell’autonomia, spostando verso il futuro (dopo che gli addetti ai lavori avranno sistemato il passato...) «l’emergenza dell’autorità», cioè conferendo una prospettiva teleologica a una pratica genealogica.

Non sembri mancanza di tatto, ma la recente scomparsa, in sequenza ravvicinatissima, di Cesare Segre prima e di Ezio Raimondi poi, ripropone la medesima questione a chi oggi in Italia continua a impegnarsi nell’esercizio critico. Conservando intatto il rispetto per l’erudizione (positiva, si diceva un tempo), per la pratica ricostruttiva su base documentaria, per la filologia intesa come ecdotica, mi pare però necessario ripensare alle osservazioni conclusive del saggio di Starobinski, dove egli ricorda che «l’atto dell’interpretazione è tutt’insieme deciframento e opera, pazienza filologica e invenzione produttiva».

Solo la combinazione dei due approcci può contribuire a un ripensamento della questione del potere (accademico, giornalistico, mediatico) in relazione alla critica. Una prospettiva ancora umanistica, certo, e come sempre in Starobinski; ma una prospettiva che si fa orizzonte per indirizzare tutte le nostre pratiche, pratiche sempre vitali, di «approssimazione al senso».

Jean Starobinski
Les approches du sens. Essais sur la critique
a cura di Michaël Comte et Stéphanie Cudré-Mauroux
La Dogana (Genève), 2013, pp. 534
€ 28,00

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6 Risposte a Critica e autorità

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