Giorgio Mascitelli

Ha occupato fugacemente le cronache dei giornali nei mesi scorsi la notizia che due giovani dottorandi dell’università di Princeton avevano elaborato un modello matematico, modificandone un altro che si applica a studi epidemiologici, basato sul numero di citazioni di facebook su google trends, in base al quale il celebre network sarebbe destinato a perdere gran parte degli utenti tra il 2015 e il 2017. La replica di facebook non si è fatta attendere e il suo matematico senior, applicando lo stesso modello alle citazioni dell’università di Princeton, ha ottenuto risultati del tutto analoghi.

La risposta di facebook non è dovuta a orgoglio aziendale ferito e non è una semplice lezione che un matematico esperto ha inflitto a due giovanotti alle prime armi, ma era una mossa difensiva obbligata, dicono gli esperti. Infatti la notizia di questo studio, che non era stato sottoposto nemmeno a revisione paritetica (ossia il giudizio di plausibilità da parte di un altro esperto che deve ricevere uno studio scientifico per essere pubblicato su una rivista specialistica), riportata con titoli estrosi dalla stampa rischiava di danneggiare a livello finanziario facebook, sulla quale già circolano previsioni di carattere non ottimistico, anche se ben lontane dall’essere così catastrofiche, che avrebbero orientato le scelte di borsa di molti operatori.

Gli autori dello studio non avevano con ogni probabilità alcuna intenzione di sferrare un attacco speculativo a facebook, che ha rischiato quasi di configurarsi come una forma di aggiotaggio, ma semplicemente di svolgere un’ipotesi di studio, forse non priva di una lieve sfumatura di divertissement goliardico. Proprio questa circostanza rende l’episodio un buon esempio per definire alcuni tratti importanti della cultura contemporanea (quella diffusa effettivamente).

Innanzi tutto in questa vicenda ci sono tre categorie protagoniste: gli scienziati, i giornalisti e i trader. Gli scienziati sono coloro che fanno nuove scoperte, i giornalisti sono coloro che le comunicano al mondo in forme retoricamente adeguate e i trader sono coloro che rendono fruttuose queste scoperte. Per quanto rozza e schematica possa essere questa suddivisione dei ruoli, questa idea della cultura è tipica delle élite del nostro tempo e sulla sua base si stanno riorganizzando gli studi nelle nostre scuole, sull’avvenire e ormai anche sul presente delle quali bisognerà cominciare a riflettere seriamente.

I comportamenti di queste tre figure sono dettati da alcuni valori anch’essi dominanti. Innanzi tutto la fiducia cieca da rasentare la credulità in tutto ciò che si definisce o risulta essere o appare o viene presentato come scientifico (in netto contrasto con lo spirito scientifico che ha sempre visto nel dubbio, nella discussione e nella verifica il motore dello sviluppo della conoscenza); in secondo luogo la convinzione che la spettacolarizzazione di una notizia non solo non sia una forma di manipolazione della verità, ma al contrario sia un mezzo neutro per divulgarla; in terzo luogo un utilitarismo dal respiro cortissimo, quasi asmatico, per cui ogni presunta novità scientifica si deve tradurre in moneta sonante nel giro di brevissimo tempo.

Insomma se il sapere sembra prendere come modello le voci di borsa, risulta perfino ovvio che in un contesto del genere la figura dell’intellettuale sia superflua. È chiaro che in un mondo dominato da una cultura siffatta la funzione di analisi critica non solo non è produttiva, ma in alcuni casi può addirittura essere considerata dannosa per l’economia. La celebre battuta tremontiana sulla cultura che non dà da mangiare appare in questa prospettiva come la variante contadinesca e provinciale di un’idea, che in forme più sofisticate è diffusa anche nelle capitali dell’impero.

È però sbagliato parlare di crisi dell’intellettuale per descrivere la situazione attuale, bisogna invece prendere in prestito un concetto del linguaggio sindacale e parlare di esuberi. L’intellettuale è una figura in esubero al pari di quella di qualsiasi dipendente di un’industria che si trasferisce all’estero o esternalizza. Come nelle trattative sindacali si individuano le forme di riconversione e riqualificazione dei lavoratori, analogamente in molte sedi accademiche già si cerca disperatamente di riconvertire studi dai quattro quarti di nobiltà intellettuale in minijob che abbiano almeno vagamente a che fare con la formazione del prodotto interno lordo. Così, se mi si perdona la battuta facile, uno dei fenomeni culturali più cospicui del nostro tempo sarà la riconversione dei chierici.

Per chi non ci sta invece non resta che la via della politicizzazione, non nelle vecchie forme dell’intellettuale impegnato, che infondo parla sempre in difesa di altri come Zola per Dreyfus. In questo caso l’intellettuale inconvertibile prenderà la parola in prima persona per difendere se stesso. Come riuscire a coniugare questa nuova condizione precaria della parola intellettuale con il necessario rigore analitico resta una delle sfide culturali più interessanti del nostro tempo.

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14 Risposte a Riconversione intellettuale

  1. jan ha detto:

    “in questa vicenda ci sono tre categorie protagoniste: gli scienziati, i giornalisti e i trader. […] in un contesto del genere la figura dell’intellettuale sia superflua”

    Cioé lo scienziato non sarebbe intellettuale, e l’intellettuale non sarebbe uno scienziato. Se consideriamo la fallacia che qui hai proposto, allora sì che l’intellettuale è irrilevante, perché se è un umanista incapace di praticare l’unità del sapere ed è un nemico della scienza, davvero ha poco di interessante da offrire.

    Fallacia interessante, illuminante.

    • giorgio mascitelli ha detto:

      Francamente Jan,
      costruisci la frase un po’ a modo tuo unendo due periodi che sono separati tra loro da parecchi paragrafi. E’ del tutto evidente che uno scienziato è un intellettuale, quando esercita una funzione di analisi critica ( ma lo è anche il giornalista) e condivide i destini dell’umanista in questo caso: prova ne sia la serie di programmi di ricerca tagliati o ridimensionati perchè non interessano il mercato; così come non lo è l’umanista, quando rinuncia alla funzione di analisi critica, pensa a quegli storici che si sono prestati a costruire delle invenzioni delle tradizioni.
      Quanto all’unità del sapere ahimè è finita dopo il rinascimento: mi guarderei bene dallo scrivere articoli sulla scienza. Altra cosa è riflettere sull’uso sociale di un’immagine diffusa della scienza, di cui tra l’altro gli scienziati sono responsabili solo in parte. In tal caso è una questione di politica culturale.

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