Giulia Palladini

L’immaginazione, secondo Italo Calvino, può essere pensata come la costruzione di cristalli, punti di concentrazione attorno a cui delle immagini si accorpano.

Le opere del gruppo colombiano Mapa Teatro sembrano rispondere a questa descrizione con straordinaria esattezza – e questo termine, qui, non è casuale, non ultimo perché proprio nella lezione sull’esattezza Calvino aveva proposto l’immagine del cristallo come modo autopoietico di organizzare la materia creativa, aperto alla creazione futura come “golfo della molteplicità potenziale”.

Allo stesso modo le opere di Mapa Teatro sono compiute come ‘montaggi’ di un’immaginazione in divenire, che accolgono la possibilità che quest’immaginazione si articolari in altre forme, in altri media, evocando immagini, rimettendo in scena oggetti e suoni provenienti da altre opere. Non solo: tale continuità di pensiero accoglie anche l’eccesso della storia, trasformando così il teatro in un dominio del potenziale; non solo di ciò che è stato o di ciò che sarà, ma anche di quello che sarebbe o sarebbe potuto essere.

Questa trasformazione può darsi proprio grazie all’esattezza di immaginazione che Mapa Teatro deposita su questa storia: l’esattezza riservata a tutti gli archivi esplorati, alle immagini documentarie che mai si sceglie di rappresentare; l’esattezza di un pensiero politico che è al contempo lucido e appassionato.

Il lungo corso del lavoro teatrale del gruppo fondato da Heidi e Rolf Abderhalden trent’anni fa a Parigi, somiglia alla bellissima palazzina che oggi è la sua sede a Bogotà: un antico e luminoso hotel dell’epoca coloniale, pieno di stanze, che affacciano su uno spazio centrale, usato come scena e laboratorio permanente. In questo luogo, che loro chiamano “spazio di migrazioni”, sono ospitati anche gli studi di artisti che negli anni hanno lavorato assieme, o accanto, a Mapa Teatro. Come questa palazzina, l’organismo Mapa Teatro ha ospitato al suo interno storie e immagini molteplici, in particolare della storia del proprio paese.

Ne è un esempio la trilogia Anatomia della violenza in Colombia, che in questi giorni al Festival Iberoamericano de Teatro di Bogotà si articola (ma certamente non si conclude) con il terzo “montaje” teatrale, Los Incontados. Il “triptico” - iniziato con Los Santos Innocentes nel 2010 e proseguito con Descurso de un hombre decente del 2012 (che in giugno sarà di nuovo in Europa, al Malta festival di Poznan) – cristallizza una ricerca sulla relazione strettissima tra celebrazione e violenza nella storia colombiana degli ultimi quarant’anni.

In questa storia, moltissimi massacri ebbero luogo durante occasioni di celebrazione, pubbliche o private. Diverse forze, nel corso degli anni, hanno interrotto celebrazioni trasformandole in scene di violenza. Paradossalmente, tali massacri hanno voluto ‘inscenare’ se stessi in un teatro di festa. Questo costituisce un fil rouge tra vari interventi armati realizzati dalla guerrilla delle FARC, dalle forze paramilitari o dai narcotrafficanti: i tre principali soggetti di scontri violenti che caratterizzano il passato recente in Colombia.

La “anatomía de la violencia colombiana” indaga il dispositivo teatrale che queste scene hanno abitato e prodotto: i palcoscenici in cui la morte interrompe uno stato di allegria. Ne Los Santos Inocentes (e nelle sue derive in forma di installazioni) l’abbraccio mortale tra violenza e festa è ‘trovato’ nelle immagini di un rito collettivo, che ha luogo ogni anno nel villaggio di Guapi, sulla costa pacifica. In questo villaggio appartato e nascosto tra la giungla e il mare, per anni si sono perpetrate sopraffazioni da parte dei paramilitari.

Nel giorno de Los Santos Inocentes, il 28 dicembre, gli uomini (per la maggior parte neri o indigeni) travestiti da donne corrono per la città in un violentissimo baccanale di natura religiosa, frustando tutti coloro che incontrano: innocenti o carnefici solo per un giorno, o per tutto l’anno. Le immagini di questa festa, filmate da vicino e montate in un video, diventano in scena una sorta di allucinazione che irrompe nello spazio di una stanza privata, di una festicciola.

In Discurso de un hombre decente, la violenza inscenata è quella di Pablo Escobar, il più potente narcotrafficante di Medellin, uomo pubblico e politico, che ha coltivato per tutta la vita l’idea delirante di diventare presidente della Colombia e legalizzare la droga, così da trasformare i propri affari in un business di stato. Dopo una lunga ricerca negli archivi, nella retorica documentata di Escobar, Mapa Teatro decide di inventare per lui un ultimo discorso: quello che per tutta la vita il ‘capo’ aveva forse immaginato, ma mai formulato. Accompagna questo discorso, la musica amatissima da Escobar, suonata da un vecchio musicista sopravvissuto all’epoca d’oro del narcotraffico, quando la sua celebre banda Marco Fidel Suárez animava le feste private e pubbliche in Medellin, come quella nella Plaza de Toro durante la quale Escobar fece esplodere una bomba sterminando molti dei musicisti, oltre a cittadini e politici presenti.

L’ultimo cristallo di quest’immaginazione politica si concentra sulla violenza rivoluzionaria, quella reale e quella di una rivoluzione per lungo tempo immaginata come imminente in Colombia, e lo fa in un momento particolarmente delicato, visto che sono in corso a Cuba le negoziazioni per il processo di pace tra stato e guerrilla. Los Incontados (quelli di cui non si racconta e che non sono stati contati) sono i cospiratori di una rivoluzione allestita come un coup de magie, in una festa di bimbi. La rivoluzione, scriveva il rivoluzionario Jaime Bateman Cayòn, è una festa, deve essere il raggiungimento dell’allegria, la lotta stessa deve essere un gioioso teatro di liberazione. Questa rivoluzione sempre rimasta potenziale nella storia colombiana emerge a tratti, negli slogan di Radio Sutatenza, nella scena che riproduce una foto di Jeff Walls, incorniciando una lanterna magica per una rivoluzione segreta, sorprendente come un sortilegio.

La rivoluzione, nel suo possibile realizzarsi attraverso la violenza, diventa qui una fiaba raccontata in una festa di bambini, da un ventriloquo seduto al centro della scena. La violenza rivoluzionaria, nell’immaginazione, inverte per gioco l’ordine di sequenza: “La fiesta se acabó, ahora viene la revolución”, scriveva padre Camillo Torres, figura chiave de Los Incontados. Come evocata dalla potenza di un prestidigitatore, nell’immaginazione politica di Mapa Teatro la rivoluzione, come la festa, sembra essere invece sempre a venire.

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Una Risposta a L’immaginazione politica di Mapa Teatro

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