Paolo B. Vernaglione

“Ma tu non avevi paura dei matti?” “E tuo papà cosa diceva?”. Così scrive Alberta Basaglia, figlia di Franca Ongaro e Franco Basaglia, in una delle 28 istantanee che ne ritraggono infanzia e adolescenza, accanto ai genitori che “hanno liberato i matti”.

In questo prezioso libro, scritto insieme alla giornalista Giulietta Raccanelli, oggi, Alberta, psicologa a Venezia, ieri bimba rivoluzionaria nella Gorizia del primo e unico esperimento di nuova psichiatria culminato nella legge 180 che abolisce il manicomio e istituisce l’assistenza psichiatrica, ricostruisce una biografia della diversità il cui valore risiede nella tessitura testuale in cui essa si dipana. Perché la costruzione di una memoria condivisa travalica la vicenda personale per assumere, nel caso della liberazione dalla contenzione, il senso storico-politico di una sovversione della soggettività.

Per due motivi: uno interno alla vicenda “privata” dell’autrice che diviene pubblica nel segno della differenza, dell’anomalìa di un gruppo familiare la cui vita “era talmente identificata alla loro scelta” da costituire la texture di un vissuto sperimentale nell’Italia dei primi anni Sessanta dello scorso ‘900. Il secondo motivo consiste nell’eversione dell’ordine della salute mentale ad opera della “nuova” psichiatria. Nata dalla fenomenologia di Husserl e Banfi, nel confronto continuo con Sartre, Goffman, Laing e Franz Fanon, la teoria di Basaglia e di Franca Ongaro deriva direttamente da una pratica che si trasforma in filosofia per evitare di rimanere invischiata nelle istituzioni della cura – la cui storia coincide con l’ evoluzione della scienza a partire dal positivismo medico nella seconda metà del XIX secolo.

Ecco, nel secolo delle istituzioni disciplinari, famiglia, scuola, caserma, chiesa e manicomio, ove lo Stato assume la sovranità sulla vita degli individui, scorre sotterranea quella vita di uomini e donne “infami” raccontata da Michel Foucault, in cui riconosciamo la critica alla neuropsichiatria come era praticata da Esquirol, Heinroth, Pinel. Alla scadenza della prima modernità, di cui le scienze umane avevano già realizzato l’archeologia, “Franco risultava troppo ingombrante per la sua clinica universitaria di Padova”. Ragione per cui viene “dimesso”, per sperimentare all’ospedale psichiatrico di Gorizia la rivoluzione riuscita delle “open doors”, la comunità terapeutica e infine la dissolvenza della costrizione e dell’isolamento, con la legge che porta il suo nome.

Questa storia, impossibile da raccontare alle generazioni più giovani se non riferita alle altre due rivoluzioni riuscite, quella del ’68-’69 operaio e studentesco e del femminismo, è già stata ricostruita negli scritti di Franco Basaglia e Franca Ongaro, soprattutto in L’istituzione negata, introvabile a causa delle orrende scelte censorie della grande editoria. “Il vostro libro è bellissimo e molto importante. È uno dei rarissimi esempi di libro che vive delle tensioni che si producono al suo interno, si sotiene sulle sue stesse tendenze autodistruttive”, scriveva Giulio Bollati, curatore Einaudi nel ’68. Mancando il testo vivo di quell’esperienza di liberazione dalle catene, le corde, l’elettroshock e le camicie di forza, chi vorrà leggere Le nuvole di Picasso può valersi dell’Utopia della realtà, raccolta di scritti a cura di Franca Ongaro in cui la rivoluzione psichiatrica si fa testo nell’esperienza di una generazione, quella di Paolo Pietrangeli, di TV7 e di Carosello.

Quest’opera, che oggi sembra non aver avuto luogo, consta di due momenti, che nel libro di Alberta sono chiusi in una chiara sintesi narrativa: quella della triade delle posizioni esistenziali del soggetto di fronte al “sé” e alla realtà (scelta intenzionale, malafede, nevrosi) – in cui si disloca una prassi di soggettivazione, della corporeità e dell’istituzione medico-psichiatrica); e quella del disciplinamento, da cui fuoriescono, a partire dal lavoro dei Basaglia nella seconda metà degli anni Sessanta, il momento sociale del male psichico e l’analisi della struttura del disagio.

Al limite del penisero fenomenologico, nella fase iniziale dell’esperienza di sovversione dell’ospedale psichiatrico, il campo psicoanalitico e la storia delle istituzioni della violenza sono assunti per aprire la via alla storificazione del “malato psichico” e alla sua risoggettivazione. In questa pratica teorica si specchia la coerenza fattuale illustrata nel saggio introduttivo a Crimini di pace (1975), che scandisce le tappe del lavoro intrapreso: il manicomio come luogo di contenimento delle devianze di comportamento; la segregazione come risposta ai bisogni della società; il rifiuto dei “tecnici della malattia” di identificare mandato della scienza e mandato sociale.

Smascherare pazzi, malati, ritardati, delinquenti come profili naturali; individuare la critica della scienza come campo fenomenico di resistenza; criticare i processi ideologici in capo a intellettuali e tecnici; rifiutare il ruolo e la delega, dentro l’ospedale; individuare assieme ai “malati” psichici chi è oggetto di manipolazione; distruggere il paradigma del normale e del patologico attribuito dalle scienze umane ad una certa configurazione antropologica. Tutto questo è opera compiuta. Le nuvole di Picasso contribuiscono a recuperare il filo di lana con cui, nel presente, è ancora più urgente continuare a tessere la rivoluzione.

Alberta Basaglia
Le nuvole di Picasso
Feltrinelli, 2014, pp. 92
€ 10,00

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7 Risposte a Le nuvole di Picasso

  1. […] Pubblicato il 12 aprile 2014 · in alfapiù, libri · 5 Commenti […]

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