Roberto Milana

Chiarisce il vocabolario che il recitativo è un modo di cantare seguendo le cadenze del parlato comune ed è proprio questa, senza infingimenti, la prassi poetica della Petrollo così limpida ed esemplare in questi diversi capitoli ora di legittima ora di naturale maternità lirica, in cui dà vita virtuosa a una specie di ossimoro jakobsoniano tra la funzione poetica e quella referenziale del linguaggio che lei trasforma caparbiamente in un tenero Frankenstein, ovvero un testo in cui misteriosamente si narra con visionarie metafore e brani di empirica e petrosa esistenza la vicenda di un’anima e di un corpo saturi di ricordi di vita amorosa ancora pulsanti, sempre sensibili al desiderio e quindi alla vita stessa «in apertura di sesso verso / dove è impaziente il cuore».

Si tratta di una lezione sui fondamentali dell’umanità tipica della grande riflessione letteraria, mai doma sotto la pressione facile e consolatoria dei kit ideologici e religiosi, e frutto in genere del pessimissmo dell’intelligenza che conduce a vitalissimi risultati da Leopardi al Novecento, fondati sulla bellezza delle pratiche di resistenza britannica alle insensatezze del destino che poi sono sotto sotto il suo senso autentico («oplà noi viviamo!»), ancora più necessarie in un’epoca di mortuarie risate televisive, di dantesca condanna al divertimento, come la nostra in questo maledettissimo hic et nunc italiano.

Fedelmente emblematiche, in tal senso, le diverse Sopportazioni nelle forme di un sommesso calvario, in cui ti aspetti da un momento all’altro che si affaccino gli spiritelli cavalcantiani per come la cronaca è aderente al corpo («... oggi ho sopportato l’assenza / il digiuno del cuore») e all’anima ferita attraverso le loro fisiologie quotidiane («per continuare a vivere sopporto intelletto / lo porto dove lui sa / nelle anse del fiume delle strade»). L’assenza, il silenzio, il digiuno, l’angoscia della pelle, il dolore, la frattura, l’intelletto, la finzione, la passione... un fardello pesante, quasi un mondo di pena sulle spalle come una fragile Atlante; ma che la Petrollo srotola («porto con me un bagaglio / come quell’ambulante che si ferma / e stende mercanzie sulla sabbia») trasformandolo in viatico per la vita nuova purificata dall’appassionata immersione nel lutto, che si raccomanda sia sempre la stessa per intensità d’amore e sapore di scoperta semplicemente profonda e vera («Dimmi dov’è che sta volando il cuore / verso le strade strette i giardini di limoni… »).

Una delicata transizione operata in una terra di mezzo tra il dolore teso di una morte vicina ma mai cupa («... e morte arriva a poco a poco come un’alba... ») e il disgelo dei sensi, attraverso procedimenti metaforici preletterari strappati alla vita vissuta di cui portano la materialità («io che sono di umori di sudori di digiuni di affamato andare... »). E proprio qui ora appare il pregio distintissimo della poesia di Cetta Petrollo: un continuum di narrazione poetica segnata da scene di una memorialistica intima e a volte ostica nell’abbandono a echi palpabili d’inconscio mai intellettualistici ma sempre umidi di sensualità naturalmente all’erta. Per decifrarli all’osso vivo occorrerebbe fare come quello stuolo devoto di critici rimbaudiani che sono andati a scartabellare addirittura nell’abbecedario del poeta di Charleville a ritrovare tracce ancestrali delle illuminazioni.

Perché la poesia della Petrollo si nutre di un impasto di vita formalizzata in tagli quotidiani di scorribande di coppia («finché verrà l’autunno a riconciliarci con noi / sotto gli affreschi dei caffè / sotto gli spruzzi degli scogli... »), di forze del passato («vengo da case nobili / mio marito era disinvolto nel vivere / pagava da solo i suoi conti / sbattendo l’angoscia sopra a un tavolo»), di temerario affidamento ai segnali dei sensi.

Tutto convoglia in un piccolo passaggio, una gola argomentativa di una bellezza polisemica inaudita («... l’obbligo del vivere / con tutte le forme possibili» che si attaglia novecentescamente biblica e multiforme a tutti i composti attanti di questi scenari e al lettore che trova in poche parole identificato il più utile servizio della fisiologia della lettura della letteratura: allontanare lo spavento della libertà. Tutto è cucito dal resistentissimo filo della sintassi, che infila chirurgicamente i materiali espressivi in proposizioni prese e offerte in una specie di gesto fenomenologico senza fronzoli e blandizie del bon ton poetico, come un esercizio di voce impersonale e terapeutica che diventa prodromo di vita a venire.

Infine, la discreta perfezione dei sonetti: dove quella realtà espressiva asciutta assume i tratti di un’elegante follia, un disperato aplomb portato con disinvoltura, una tristizia alleggerita dal canto: «... Ruota tuo volo sopra mio guardare / piange tuo duolo sopra mio sognare / e se poco vi diedi or tutto spargo / in ascolto di cuore per due canto... ».

Cetta Petrollo
Recitativi d’amore e altre poesie
Piero Manni (2013), pp.152
€ 16,00

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3 Risposte a Recitativi d’amore

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