Andrea Cortellessa

C’è un’immagine cara al metaforismo sbrigliato di Valerio Magrelli, quella della «clessidra genetica». All’arrivo della paternità tutto, nella vita d’un uomo, si capovolge. E ne emerge, «Grande Mimetismo», lo spettro di suo padre: nonché di sé stesso-figlio. Diventando così, in un certo assai laico (ma non per questo meno misterico) senso, figlio di suo figlio: e padre di suo padre. È questo il diagramma psichico, psicosomatico, sotteso a uno dei libri più densi e folgoranti della letteratura italiana recente, Geologia di un padre (Einaudi 2013; se n’è parlato sul nostro numero 31).

Ma la figura del capovolgimento (cioè, in termini retorici, del chiasmo) è frequente sin dagli esordi di Magrelli; più in generale, tutta la sua storia d’autore si lascia leggere in questa chiave strutturale. Lo mostra icastica l’apparizione quasi simultanea d’una riedizione «speciale» (minuziosamente commentata, come si trattasse di un classico – e tale è, in effetti, per un pubblico della poesia non solo italiano –, dalle studiose torinesi Sabrina Stroppa e Laura Gatti) del suo primo libro, Ora serrata retinae (apparso una prima volta nel 1980, ad autore appena ventitreenne) e quella della sua sesta raccolta, Il sangue amaro. Titolo che evoca un «padre» poetico agli antipodi, rispetto ai maestri degli esordi (trama citazionale utilmente ricostruita dal commento di Stroppa e Gatti, malgrado qualche rinvio di troppo a Petrarca): il Rimbaud di Mauvais sang, seconda prosa di Une saison en enfer.

E davvero pare, il Magrelli «nero» di oggi, un poeta opposto – specularmente rovesciato o fotograficamente «negativo», appunto – rispetto a quello «bianco» di 35 anni fa. Al nitore asettico e quasi parnassiano della confezione, all’imperturbabilità percettiva «cartesiana», al contorno metafisicamente privo d’ombre di Ora serrata retinae fanno fronte la frantumazione strutturale (dodici sezioni, qui, contro le due di allora), la messa a giorno delle «occasioni» (in un’efflorescenza di esergo, dediche, glosse e postille), la furia atrabiliare o la melanconia saturnina che del Sangue amaro, sin dal titolo appunto, sono mood dominante e quasi esclusivo (rare spiccano le controspinte, come – vertice del libro – l’«iper-endecasillabo» La lettura è crudele: amaro a sua volta, ma a diversa gradazione).

Quella che fa il «sangue amaro» a chi scrive è l’«ambienza bugiarda» – per dirla con Gadda – del tempo in cui vive: ed ecco allora sfilare (è il caso di dire) la Minetti platonica», «composto di carbonio, rossetto, silicone»; il «Tele-Stato» che celebra Le ceneri di Mike; le «dolcissime metastasi» del «PIN e PUK»; i «giovani senza lavoro» in un «eterno presente»; gli «stoppini di carne votiva» bruciati alla Thyssen; le «larghe offese» combinate dalle «due destre» che «policide» ci governano. In questo paesaggio in rovine, quella vissuta è una semi-morte (più che una «vice-vita») che è un «tradimento» trasmettere, tradere alle generazioni a venire («Ho infettato i miei figli trasmettendogli la vita»): in una cattivissima infinità battezzata «anello sisifale». Ma più alla radice, filogenesi riassunta nell’ontogenesi, quel «sangue amaro» è tabe ereditaria (come per il mostro di Rimbaud, toujours été race inférieure): «è una specialità della casa» il portato del padre saturnino: di quel Giacinto Magrelli del quale il figlio ha appena celebrato, a stampa, esequie non meno infernali (con Geologia di un padre appunto).

Proprio l’interscambio di poesia e prosa, all’interno del «sistema binario» di Magrelli (il «sangue» che «prima va, poi viene» all’explicit del Sangue amaro), è al centro dell’acutissima detection critica di Federico Francucci. Partendo dall’immagine di copertina del libro che è stato decisivo in questa «muta» dell’autore, Nel condominio di carne: una radiografia del proprio bacino con evidenziate le viti prostetiche inserite dopo l’incidente in moto, nel giugno del ’75, da cui tutto mitobiograficamente prese le mosse (con parodica tauromachia consumata sul muso di una Ford Taurus…), e che Magrelli ha intitolato Autoritratto rettificato. Proprio le «rettifiche» introdotte nella sua scrittura dall’infiltrazione della prosa, a partire da Esercizi di tiptologia, vengono analizzate da Francucci con una gelida furia analitica che pare ben congeniale al suo oggetto (esemplari, per fare due esempi, la messa a fuoco di uno stilema-chiave come le «parole-trattino», o delle citazioni dall’Ulisse di Joyce in Geologia di un padre); ma che non manca di definire la tetralogia delle prose magrelliane, assommatasi nel decennio 2003-2013, «uno degli edifici in prosa italiana più significativi, per ingegno, altezza di pensiero ed elaborazione formale fusi insieme, degli ultimi tempi». Un corpo-corpus musicale, cembalo osseo: strumento rettificato – preparato, avrebbe detto John Cage.

A ragione Francucci definisce il «corpo», nel secondo Magrelli, «un buco, una caverna oscura, un tunnel semintasato»: e la terranera della prosa ne è stata, in effetti, il più evidente veicolo. Ma leggendo il lavoro di Stroppa e Gatti ci si rende conto di come il racconto mitico di un Magrelli passato dal «cielo del cervello», degli esordi fuoriusciti dalla testa di Giove, alle attuali crepe di un «io fricativo» dove tutto è «attrito», vada a sua volta rettificato. Nell’archeologia di Ora serrata retinae figurano infatti presenze inquietanti – come la «buia cantina di carne» della serie Natura morta, uscita su Nuovi argomenti nel ’77 – che il giovanissimo demiurgo provvide ad accuratamente forcludere dalla sua polita partitura; e c’è anche la prosa-nutrice, alla genesi del libro d’esordio riletto alla luce dei suoi barlumi autografi. Sicché davvero il «sangue» che «va» e «viene» risulta «sempre lo stesso»: quello che scorre nelle vene di un poeta.

Valerio Magrelli
Il sangue amaro
Einaudi, 2014, pp. 149
€ 13,00

Ora serrata retinae (1980)
commento a cura di Sabrina Stroppa e Laura Gatti
Ananke, 2013, pp. 159
€ 15,00

Federico Francucci
Il mio corpo estraneo. Carni e immagini in Valerio Magrelli
Mimesis, 2013, pp. 160
€ 12,00

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8 Risposte a Sappiano le mie parole di sangue

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