Paolo Tarsi

«Per secoli, la musica è stata scritta su carta, utilizzando una notazione che tradizionalmente rinvia al pentagramma, all’interno di coordinate armonico-melodiche tonali, ed è stata composta per essere cantata o per essere suonata con strumenti acustici. Il mirabile castello eretto utilizzando questi materiali di costruzione inizia a scricchiolare al volgere del secolo, tra Otto e Novecento, quando all’orizzonte inizia a emergere un territorio inesplorato, che già faceva intravedere profili aspri e cime aguzze, e che sarebbe stato teutonicamente colonizzato da lì a poco».

Si trattava, naturalmente, del continente dodecafonico e seriale, come spiega Giacomo Fronzi in questa sua ampia e dettagliata pubblicazione uscita per le Edizioni EDT di Torino. Anche se la dodecafonia e il serialismo non hanno avuto la stessa capacità “camaleontica” del sistema tonale, molto più versatile e feconda si dimostrerà, invece, quella tradizione che muove i primi passi nell’alveo della ricerca iper-seriale postweberniana che, in forme diversissime, riuscirà a riscuotere un successo planetario attraverso la musica elettroacustica.

In questo libro Fronzi, già autore di Etica ed estetica della relazione, di Contaminazioni. Esperienze estetiche nella contemporaneità (editi entrambi da Mimesis) e ricercatore presso la cattedra di Estetica all’Università del Salento, non si ripropone tanto di stilare un manuale delle tecniche di composizione elettroacustica, quanto piuttosto di ricostruire, attraverso le vicende che hanno coinvolto i protagonisti di questa musica, le invenzioni tecnologiche che l’hanno fatta progredire tra la varietà dei risultati estetici che essa ha prodotto.

Corredato da un’ampia bibliografia e da una ricchissima selezione discografica, metodologicamente il libro è suddiviso in aree geografiche che seguono la musica elettroacustica nelle sue diverse e specifiche varianti nazionali, in un itinerario che attraverso i cinque continenti pone l’attenzione alle esperienze più significative. A partire dall’Europa, dove questa magica avventura ha preso il via grazie al lavoro di musicisti come Pierre Schaeffer, Karlheinz Stockhausen, Luciano Berio o Henri Pousseur, per citarne solo alcuni. Ma oltre ai suoi padri fondatori, Fronzi esplora le vie dell’ettroacustica anche attraverso l’opera degli innumerevoli figli e figliastri sparsi per il mondo, privilegiando parimente anche una prospettiva extracolta, aprendosi quindi all’intero panorama della musica in tutte le sue forme, siano esse rock, pop, disco o techno, fino al rave.

«È infatti il momento che la critica musicale e la filosofia della musica, oltre che la storia della musica, accettino pienamente il proprio compito e le proprie funzioni, liberandosi, al di là della loro indiscutibile legittimità, di tutte quelle zavorre teoriche che fino ad ora hanno impedito alle esperienze musicali extracolte di essere affrontate nella loro complessità e ricchezza», scrive l’autore. «Da Cage ai Pink Floyd, da Schaeffer e i suoi eredi ai Soft Machine, da Edgard Varèse a Iannis Xenakis, dai compositori acusmatici ai DJ contemporanei, la ricerca elettroacustica ed elettronica ha vissuto (e continua a vivere), in ogni parte del globo, una felicissima stagione che è il momento di ricostruire in modo più ampio e, laddove possibile, interpretare, non solo all’interno dei confini della storia della musica».

A partire dagli anni Settanta, infatti, la ricerca elettronica diventa una prospettiva non solo nell’ambito della musica colta, vive fuori dagli argini di quest’ultima defluendo in pressoché tutti i generi musicali. Se i Beatles già nel 1967 omaggiano Stockhausen sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (dove appare insieme a Elvis Presley, Marilyn Monroe, Bob Dylan e tante altre celebrità), come non ricordare i Velvet Underground, evoluzione del minimalismo nell’alveo del rock, contesto dove per la prima volta, grazie proprio alla band della Factory di Andy Warhol, il rumore acquisisce una dimensione assolutamente centrale (così come accade nella musica di Jimi Hendrix).

E se John Cale (fondatore dei Velvet insieme a Lou Reed) veniva dalla scuola di La Monte Young e del gruppo d'avanguardia Theatre of Eternal Music, negli stessi anni formazioni krautrock come i Can nascono dall’unione di due allievi di Stockhausen, Holger Czukay e Irmin Schmidt (quest’ultimo in contatto anche con Terry Riley, Steve Reich e La Monte Young) dando vita a una musica che univa influenze di Stockhausen, Cage, Schaeffer e del minimalismo americano.

Obiettivo di questo interessantissimo libro, quindi, è soprattutto quello di ricondurre il fenomeno della musica elettroacustica all’interno di un contesto teorico, sociologico, filosofico ed estetologico, anche se parlare di estetica della musica elettroacustica non significa proporre una teoria monolitica e onnicomprensiva di questo genere, poiché sono chiamate in gioco questioni estremamente problematiche che rifiutano l’idea di un’estetica unitaria o granitica.

La conclusione di Fronzi è che la musica elettroacustica «non può essere considerata separatamente rispetto agli sviluppi concettuali e filosofici del Novecento con i quali è indubbiamente intrecciata, e andrebbe spiegata anche in correlazione con temi particolarmente rilevanti per la teoria, come il rapporto uomo-tecnica, l’approccio degli artisti al reale, la producibilità e la riproducibilità elettronica, il ruolo e la funzione dell’arte nella società contemporanea, il rapporto tra estetica, musica e teoria dell’informazione».

Giacomo Fronzi
Electrosound
Storia ed estetica della musica elettroacustica

Prefazione di Pierfrancesco Pacoda
EDT (2013), pp. 440
€ 25

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17 Risposte a Electrosound

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