Manuela Gandini

Cara Regina,

Lunedì 25 marzo, ero anch’io una parte di pubblico che, al PAC di Milano, aspettava pazientemente in coda di poter assistere alla tua performance, Exalàtion, nella piccola stanza bianca. Intanto, la tua voce, proveniente dal video La verdad (2013), ripeteva monotona le dichiarazioni delle donne violentate, picchiate, seviziate dai soldati durante la guerra civile in Guatemala. Testimonianze rilasciate nel corso del processo a Città del Guatemala (aprile 2013) contro il generale Efraìn Rìos Montt, ex presidente del Parlamento. La condanna, giunta dopo innumerevoli tentativi di invalidare il procedimento, è stata di 80 anni di carcere per crimini di guerra e strage contro l’umanità. Poche settimane dopo, inspiegabilmente, il processo venne annullato dal governo.

Mentre ripetevi l’impronunciabile mantra della violenza femminicida, un dentista, che incarnava l’istituzione, – ogni dieci minuti - ti si avvicinava e ti somministrava un’anestesia dentale. Questo è avvenuto, a scadenza regolare, per oltre un’ora. Nonostante il sistematico tentativo di censurare e anestetizzare, tu continuavi a parlare imperterrita, con la voce che ti si spaccava, le labbra gonfie, le parole rallentate:

“Alla signora Juane Solis hanno tagliato la testa”
“Hanno sventrato mia sorella incinta e gli hanno staccato il bambino”
“L’hanno fatta a pezzi come una vacca, un pezzo di qui, un pezzo di là”
“Le donne prima le prendevano e si divertivano poi, quando si erano divertiti abbastanza, le ammazzavano. Gli uomini venivano torturati, uccisi, arrostiti e mangiati”

Avevo già visto il video in spagnolo, senza sottotitoli, e pur capendo solo in parte le parole, mi si era conficcato nello stomaco. Il disagio, quel lunedì all’inaugurazione della tua prima retrospettiva mid-career, curata da Diego Sileo e Eugenio Viola, era tangibile dappertutto. Stavamo lì, in coda, come un unico corpo gonfio e serpentino, sospesi come tanti pesci ordinati in un acquario. La fila non progrediva e, tra parole e sguardi sconcertati, si aspettava pazientemente la performance. Qualcuno usciva dal corpo sociale e si avvicinava alle installazioni, perdendo il proprio posto in coda. La “terra bruciata”, evocata e provocata dai massacratori durante la guerra, la si poteva intravedere ovunque sul tuo corpo. Perché, come tu stessa hai dichiarato: “il mio corpo è il riflesso del corpo degli altri”.

Regina nuda, incinta di otto mesi, legata al letto mani e piedi, con le gambe divaricate, come i corpi delle donne preparate per lo stupro etnico dopo “la selezione”. Regina afferrata da un energumeno che le affonda ripetutamente la testa in un barile pieno d’acqua sino quasi ad affogarla. Regina, il corpo spalmato di carbone, accovacciato a terra come una bellissima scultura, è terreno di sguardi lascivi e oggetto sul quale tre volontari orinano.

Passa il tempo e noi, frammenti in attesa, siamo inquieti. Giungono delle voci: “la performance non si può fare"... "c’è un problema”“Regina non sta bene, non è sufficientemente sedata”. In breve il messaggio si divulga prima che venga dato un surreale annuncio all’altoparlante: “Ci scusiamo del ritardo, l’anestesia praticata all’artista non l’ha addormentata del tutto. Le verrà somministrata una dose ulteriore, ce ne scusiamo”

Regina credimi, ho avuto solo voglia di scappare. L’agitazione del corpo pubblico era fortissima. Personalmente non riuscivo a capire perché stavi andando tanto oltre. “Avrebbe addormentato 5 persone” – dicevano - “quella dose di Valium” e invece tu niente. Tu non dormivi, biascicavi parole, stesa su un parallelepipedo bianco, nuda, inarrivabile, con una coperta addosso. Una parte di te rifiutava di andarsene, l’altra cercava l’oblio. “Ho il terrore della morte” mi avevi detto due giorni prima. Presumo sia per questo che le corri incontro con tutta te stessa. Che ti sei fatta seppellire a pancia in giù nella terra sotto una lastra di vetro (Suelo Comùn, 2013) e ti sei fatta portare sul carro funebre, dentro la bara bianca esposta al PAC, per le vie di Città del Guatemala (Cortejo, 2013). “Vorrei che il momento della morte fosse come una performance. Penso: ok, questa è una performance, tra qualche minuto sarà finita e mi sveglierò”, così mi hai detto davanti alla camera mortuaria refrigerata, nella quale sei stata rinchiusa nuda a una temperatura glaciale per la performance Piel de gallina (2012), pelle di gallina.

Intanto noi, scultura organica multipla, eravamo lì perplessi attorno alla tua sospensione. Tu nella camera bianca. Noi lì di fuori. Sentivamo il pericolo sulla pelle. L’elastico che si stava spezzando. Ci chiedevamo attoniti quale fosse il limite e se fosse lecito assistere allo spettacolo della morte possibile. Io, dall’altra parte, sentivo il proposito degli organizzatori di non fermare l’evento: “Valium, altro Valium, the show must go on”. Ero distrutta. Cercavo di capire cosa stesse accadendo. Saresti potuta morire e questo mi avrebbe fatto incazzare!

Cosa sarebbe rimasto del tuo lavoro? Sensazione, atto mediatico, news da consumare tra dibattiti e opinioni. E il messaggio politico? Il lavoro poetico? Avrebbero assunto un profilo secondario, avrebbero perso forza, si sarebbero elusi vanificando tutta la tua sofferenza. Il fato ha voluto che tu non avessi un arresto cardiaco, non passassi la soglia. Sei viva Regina, e ora puoi dire Estoy viva, parafrasando il titolo della tua mostra. Estoy viva, come ti disse quella donna al processo vedendoti piangere dopo la sua truce testimonianza: “Non devi piangere. In fondo sono ancora viva, estoy viva!”.

Non ho voluto rimanere lì, Regina. Ho rigettato il voyeurismo che ha tenuto attaccato un gruppo di irriducibili. Coloro che hanno potuto metterti lo specchietto vicino al naso per cogliere il tuo respiro flebile. L’intimità del morire non entra nella mia concezione di arte. La morte non può essere un ready-made, nessuna esibizione dell’ultimo respiro. Regina, me ne sono andata allontanandomi da te e dal sistema che alimenta l’oscenità dello spettacolo della sofferenza così ambito nei reality-show.

Il giorno dopo, mi sono precipitata alla Pinacoteca di Brera a rivedere la pala di Piero della Francesca, Vergine con il Bambino e i santi. Avevo bisogno della nascita, dell’uovo e delle espressioni severe dei protagonisti. Avrei voluto ci fossi anche tu. L’indomani mi hai scritto che eri finalmente felice. Che avevi passato un momento bruttissimo e avevi capito. Forse l’esperienza di questa tua ultima performance, in una mostra così potente e tragica, è davvero un punto di svolta. La verdad è un atto politico importantissimo. È un atto poetico crudo, definitivo, che mette a nudo, senza vie di fuga, la brutalità umana.

Ma ora forse smetterai di violentare il tuo corpo come fecero i carnefici con le loro vittime e ritornerai nel profondo della poesia a sondare anche altre forme del vivere. Quelle che odorano di terra e di erba, che hai già praticato e inglobato. Forse, dopo quest’ultimo atto psicomagico, che ci ha visti tutti legati al tuo respiro, potrai urlare, per te stessa e per tutte le altre, ESTOY VIVA!

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16 Risposte a Nel sangue delle donne. Lettera a Regina Josè Galindo

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