Dalila D'Amico

"Non sono entrato nel carcere per il carcere, ma nel carcere per il teatro e ciò costituisce una differenza enorme rispetto a tante altre esperienze simili". Cosi Armando Punzo, regista e drammaturgo della Compagnia della Fortezza, introduce È ai vinti che va il suo amore, il libro fotografico che ripercorre i venticinque anni della singolare esperienza del gruppo nato nel 1988 come progetto di Laboratorio Teatrale nella Casa di Reclusione di Volterra, costituito in una vera e propria compagnia a partire dai primi anni '90, quando si è formato il primo Centro Teatro e Carcere, allo scopo di tutelare e promuovere l’attività della Compagnia della Fortezza. Questa iniziativa, originariamente promossa dagli enti locali, nel 2001 è stata istituzionalizzata dal Ministero della Giustizia e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali in “Centro Nazionale Teatro e Carcere”, centro nevralgico per la documentazione e le attività di teatro e carcere a livello nazionale ed internazionale.

Sin dall'inizio il regista napoletano prende però le distanze dalle esperienze di teatro rieducativo, per radicarsi nella dimensione artistica. “Il lavoro è stato quello di combattere il ruolo. Non volevo risolvere la vita dei detenuti, ero io stesso detenuto che volevo sottrarmi dalla vita” spiega Punzo, per il quale la Casa di Reclusione di Volterra si configura come occasione per trovare il grado zero della vita e del teatro, un foglio bianco su cui riscrivere il reale. Egli traforma un simbolo di mortificazione e colpa in luogo di cultura, dimostrando che un'istituzione può cambiare come cambia l'uomo. Un atto radicale quindi, una battaglia est-etica contro un teatro inteso come istrionica messa in scena di ruoli stabiliti cui contrappone l'autoreclusione in carcere, come modo per trovare la libertà, la propria e quella del teatro.

La prigione si costituisce come metafora della condizione umana, ma anche di quella degli attori, un luogo in cui poter eliminare il superfluo, per riscoprire la funzione autentica del teatro che si nutre di fatti concreti della vita. Nell'attore-detenuto infatti, Punzo trova la disponibilità per nuove aperture proprio perché il detenuto è estraneo alla convenzionale formazione attoriale. Cosi gli angusti spazi del carcere, la sua funzione, le leggi che lo regolano, rappresentano i limiti a partire dai quali la compagnia ricerca la propria espressione artistica, oggi riconosciuta da importanti festival nazionali e internazionali e da numerosi premi.

Sulla stessa linea degli spettacoli della Compagnia, costruiti sviscerando e rielaborando diversi testi teatrali e letterari, il volume edito da Clichy, non si presenta come una consueta monografia, ma procede per riflessioni, immagini, appunti e lettere in modo che sia il lettore (come lo spettatore per gli spettacoli) a ricostruirne la storia. La parola, già carica di poesia e significato, si staglia tra una fotografia e l'altra anche per la sua bellezza di elemento grafico, bianca su nero, è spazializzata in alcune pagine in righe che rimandano alle sbarre della prigione, quella architettonica certo, ma anche quella interiore. Cosi le immagini, non reportage denotativi di quanto letto nelle pagine precedenti, ma fotografie che chiedono di essere guardate per la loro bellezza, per quello che comunicano aldilà dei fatti cui rimandano e per questo, prive di riferimenti didascalici.

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Il volume introdotto da Massimo Marino è suddiviso in tre sezioni: Gli spettacoli, in cui sono contenute le riflessioni a partire dalle quali sono stati messi in scena i testi presi in esame. Gli scritti, sezione che si costituisce come dichiarazione della poetica del regista, il suo rifiuto per la mimesi, attraverso testi, appunti e scambi di lettere con il poeta Giacomo Trinci. Infine Appendici contenente, oltre l'intera teatrografia, filmografia e i premi della Compagnia, le preoccupazioni sul suo assetto istituzionale. Punzo infatti, dopo essersi battuto a lungo con le istituzioni, ha fatto riconoscere l'attività teatrale svolta in carcere come professione, facendo appello all'Art. 21 che consente ai detenuti di lavorare all'esterno e garantendo di fatto alla Compagnia la possibilità di andare in tournée.

Oggi l'auspicio è il riconoscimento del carcere di Volterra come Teatro Stabile, per consentire alla compagnia di realizzare su basi più solide quanto già è in essere offrendosi come esempio efficace per gli orientamenti di molte scelte di politica detentiva a livello internazionale, per la formazione di attori e tecnici, la promozione di residenze creative per compagnie teatrali e gruppi musicali; la collaborazione con associazioni e gruppi locali; l'organizzazione di laboratori creativi per adulti e bambini, la realizzazione di eventi di livello internazionale come il Festival Volterra Teatro.

È ai vinti che va il suo amore offre dunque un ricco spunto di riflessione e immaginazione, a partire dalle quali possono essere piantati semi d'utopie.“25 anni a rivelare che è il mondo a essere carcere e che per uscire bisogna sprofondarsi nelle galere che esso ha inventato, per ritrovare se stessi, il proprio io recluso, il mondo messo ai ferri e liberarlo per liberarci1.

  1. Massimo Marino, Buon compleanno Fortezza, in Armando Punzo, È ai vinti che va il suo amore, Edizioni Clichy, Firenze 2013, pag.11. []
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12 Risposte a La Fortezza dell’utopia

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