Intervista di Andrea Staid a Nausica Pezzoni

Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti al primo approdo affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati di cui si caricano i suoi spazi nell’osservazione di chi inizia ad abitarli.

La città contemporanea è solcata in modo sempre più profondo dalle traiettorie di popolazioni erranti. Individui dalle molteplici provenienze occupano gli spazi urbani senza necessariamente stabilirsi e riconoscersi in essi: un abitare che ha perso i tradizionali requisiti di identificazione e appartenenza e che mette in discussione il senso di radicamento dell’esperienza abitativa fondata sulla stabilità, con cui da sempre si è misurato il progetto urbanistico.

Nel suo libro La città sradicata. Geografie dell’abitare. I migranti mappano Milano (ObarraO, 2013) Nausica Pezzoni organizza un’indagine che permette al migrante di appropriarsi della città, costruendo un campo di mediazione tra il proprio spaesamento e il territorio in cui si trova a vivere: immaginare e rappresentare la geografia urbana corrisponde al tentativo di abitare mentalmente la città, e dunque di potersi pensare come abitante. Un’esplorazione che consente a chi voglia leggere il mutamento di addentrarsi nella città in trasformazione, osservando quell’abitare senza abitudine che è specifico del migrante e che potrebbe ora diventare la condizione etica della contemporaneità che tutti abitiamo.

A.S. La città sradicata è un libro veramente originale, personalmente sentivo l’esigenza di una pubblicazione come questa, il racconto di come immaginano e vivono la città i migranti, uomini e donne che vivono un vero sradicamento con le loro città, come è nata l’idea di questa pubblicazione?

N.P. L’idea di esplorare la città attraverso lo sguardo dei migranti deriva dall’osservazione di come stanno cambiando le forme e i significati dell’abitare nella città contemporanea, attraversata in modo sempre più profondo dalle traiettorie di vita di popolazioni in transito. L’ipotesi che ha dato vita a questa ricerca è che la condizione di instabilità, sia connaturata all’abitare contemporaneo, cioè che riguardi un modo di relazionarsi con la città che coinvolge, seppur con intensità e modalità diverse, tutti i suoi abitanti. Un’ipotesi che mi ha indotta a considerare l’abitare dei migranti come paradigmatico di un cambiamento di prospettiva nel rapporto tra individuo e spazio – dall’identificazione col territorio abitato a una relazione di non appartenenza, mutevole, aperta, in divenire con la città.

Indagare lo sguardo degli altri su un territorio che è, per chi non vi appartiene e non vi si riconosce, un terreno di esplorazione oltre che di spaesamento, è diventata la sfida per pensare la città contemporanea dall’interno di un abitare che ne sta progressivamente tratteggiando le forme; ed è un modo per prendere distanza da un’immagine consolidata del territorio che abitiamo, lasciando affiorare forme di relazione con lo spazio dove il significato attribuito ai diversi luoghi definisce i contorni di un’appartenenza di nuovo genere: un “abitare senza abitudine” che lo sguardo estraniato dei migranti ci consente di scoprire. L’idea di questa pubblicazione nasce anche dalla necessità di colmare un vuoto nel campo della progettazione urbanistica, studiando una dimensione che non viene trattata, pur essendo sempre più urgente: quella della transitorietà dell’abitare, che non può essere ignorata se si vuole fare spazio a una città di tutti.

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Alokeparna - India

A.S. Molto interessante il fatto che nel libro trovino spazio le mappe disegnate dai migranti. Si riappropriano della città e ce la descrivono a modo loro, queste mappe hanno una doppia valenza quella dell’immaginazione e ridefinizione degli spazi urbani e quello artistico per la peculiarità della realizzazione grafica, come hai fatto a fartele dare? come sei arrivata ad avere questi contatti con i migranti?

N.P. Le 100 mappe di Milano disegnate dai migranti sono il cuore del libro: rappresentano lo strumento di mediazione tra uno spazio esterno per lo più sconosciuto, nuovo, e un’esperienza – interna, intima – di relazione con quello spazio. Una relazione che viene vissuta quotidianamente e che tuttavia non è riconosciuta dal migrante, il quale alla richiesta di disegnare una mappa, all’inizio dell’intervista, risponde quasi sempre con un rifiuto, giustificandosi con l’affermazione di non aver nulla da rappresentare non conoscendo la città e non avendo le competenze per poterne raffigurare gli spazi.

La mappa è dunque uno strumento per prendere coscienza della città, primo passo per provare ad abitarla: immaginare e rappresentare la geografia urbana corrisponde al tentativo di abitare mentalmente la città e, attraverso questo gesto, di appropriarsi di uno spazio che da sconosciuto, o provvisto di pochissimi riferimenti, può diventare più articolato, più complesso, dove anche chi è arrivato da poco tempo può iniziare a pensarsi come abitante.

Nella molteplicità dei disegni raccolti si mostra la doppia valenza - conoscitiva e artistica - di queste mappe. Ogni disegno racconta una città, che è l’esito dell’interpretazione soggettiva e irripetibile di ogni migrante nel rapporto innescato con i suoi spazi. La realizzazione grafica che ne risulta è sua volta l’espressione originale e unica del modo di osservare, descrivere, astrarre, tratteggiare su un foglio bianco la propria idea ed esperienza di città. È questa pluralità di segni, questa irriducibilità a una sintesi, il valore artistico del lavoro: il senso poetico di poter osservare una città rappresentata da infinite narrazioni.

La valenza conoscitiva di un’esplorazione come questa è strettamente connessa all’aspetto artistico, poiché è attraverso il gesto creativo del disegnare che si compie quel processo di appropriazione per cui un territorio estraneo, spaesante, diventa pensabile. E il valore conoscitivo delle mappe è doppio a sua volta: il migrante disegna uno spazio urbano per lui nuovo, e nel disegnarlo inizia a vederlo e a riconoscerlo, mostrando simultaneamente i tratti di una città che all’osservatore esperto non sono ancora noti. Lo sguardo estraniante fa allora emergere il piano non ancora pensato di una città in divenire, che si dispiega generando, per il migrante, consapevolezza dello spazio vissuto, e per il ricercatore conoscenza di una realtà inesplorata.

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Sobhy Ramadan - Egitto

I contatti con i migranti sono avvenuti scegliendo innanzi tutto un metodo di campionamento: chi intervistare e dove cercare i possibili intervistati. Ho scelto un campione che fosse il più possibile eterogeneo sia dal punto di vista della provenienza geografica – sono stati intervistate persone provenienti d 41 diversi Paesi - sia dal punto di vista degli spazi della città frequentati dai migranti al primo approdo.

Nelle strutture di primo approdo ho intervistato, oltre ai migranti, gli operatori, in modo da dare forma, da un altro punto di vista, al paesaggio dell’abitare transitorio, per contrappunto all’immagine prodotta dalle mappe. Sia nei luoghi predisposti alle funzioni di accoglienza, sia in quelli più informali, le interviste si sono svolte autonomamente, in un rapporto diretto tra ricercatrice e migrante, senza interferenze da parte dei mediatori. La scelta di condurre personalmente l’indagine - e non, per esempio, di distribuire questionari o di delegare a terzi le interviste – declinando di volta in volta le domande a seconda della ricettività mostrata dal migrante, si è rivelata fondamentale per poter pervenire alla realizzazione delle mappe.

A.S. Puoi dirci qualcosa sul metodo che hai utilizzato per costruire la tua ricerca?

N.P. Le mappe sono state realizzate sulla base di un’intervista semi-strutturata, in cui a ciascun migrante è stato chiesto di rappresentare i luoghi più significativi della relazione iniziale con la città, e in particolare di disegnare i riferimenti usati per orientarsi, i luoghi abitati fin dall’arrivo a Milano, i percorsi più frequenti, i nodi, cioè i luoghi di aggregazione, quelli in cui si svolgono le attività collettive nello spazio pubblico, e i confini, che sono i luoghi inaccessibili, le mura immaginarie della città.

Questo metodo di esplorazione del territorio attraverso il disegno degli elementi percepiti dagli abitanti ripercorre quanto aveva fatto 50 anni fa Kevin Lynch, un maestro dell’urbanistica moderna, che per primo ha esplorato il significato dei luoghi attraverso l’esperienza diretta degli abitanti, ha cioè analizzato la forma della città a partire da chi la abita, introducendo lo strumento della mappa mentale con cui far raffigurare agli abitanti la loro immagine della città.

Murat

Murat

Lynch chiudeva la sua indagine, condotta con gli abitanti di 3 città americane, interrogandosi su quale potesse essere, alla luce della molteplicità delle popolazioni urbane che già stava emergendo, l’immagine di un ambiente sconosciuto per chi lo osservava per la prima volta, e precisamente chiedendosi “Come fa un estraneo a costruire l’immagine per una città che gli è nuova?”. Questa domanda, a mezzo secolo di distanza da quando fu posta, mi è apparsa di straordinaria attualità, e ha fornito lo spunto per proseguire il lavoro di Lynch applicando, attualizzando e adattando il suo metodo di indagine rispetto alla condizione specifica del migrante nella città contemporanea.

L’immagine complessiva che emerge dalle mappe è quella di una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati che assumono i suoi spazi nell'osservazione di chi si dispone ad abitarli. L’interpretazione delle mappe non si propone di pervenire a un’immagine unitaria della città descritta dai migranti: utilizzando come chiavi di lettura gli stessi elementi su cui si è fondato il disegno, cerca di lasciar parlare la stratificazione della città che la somma di tutte le mappe fa affiorare: dando voce alla molteplicità dei significati attribuiti ai diversi elementi, ciascuno dei quali rappresenta il contenitore ed è esso stesso il contenuto di un’esperienza dell’abitare.

A.S. Quindi la tua proposta è di partecipazione? Pensi che in futuro chi amministra la città sarà in grado di ascoltare la voce di chi vive e ridisegna le nostre città? Saremo in grado di stare al passo con le mutazioni culturali contemporanee?

N.P. Attraverso la rappresentazione della città i migranti apportano al territorio in cui si trovano ad abitare una visione che è anche, implicitamente, trasformativa. Come scrive Farinelli, “ogni carta è innanzi tutto un progetto sul mondo (…) e il progetto di ogni carta è quello di trasformare – giocando d’anticipo, cioè precedendo – la faccia della terra a propria immagine e somiglianza”1.

In questo senso il libro prefigura una partecipazione che non è direttamente finalizzata a un progetto; e tuttavia propone di coinvolgere i migranti nel pensare la città in una fase che precede e che fonda il progetto, dal momento che il riconoscimento di quello che è il proprio ambiente di vita, e di come ci si muove al suo interno, apre la strada alla possibilità di osservarlo in qualità di artefici delle trasformazioni, non più di ospiti di un territorio altrui.

La mia proposta è anche di responsabilizzazione: chi abita la città, in qualunque forma – più o meno instabile, più o meno radicata – e per qualunque intervallo di tempo, è chiamato a esprimersi, a riconoscere il suo ruolo di abitante, a sforzarsi di capire dove e come abita e a metterlo in relazione con gli altri. È sorprendente come cento migranti, nonostante il disorientamento, l’incredulità, l’incomprensione, spesso l’opposizione alla richiesta di disegnare, abbiano accolto quell’improbabile scarto che li ha indotti a un’osservazione creativa della città, partecipando pienamente a un progetto privo di una finalità dall’evidenza immediata.

In futuro un’amministrazione che intenda conoscere come è, e come sta cambiando, la realtà urbana attuale, dovrà ascoltare la voce di chi la vive e la ridisegna; se il migrante rappresenta una figura emblematica del nostro tempo, il suo punto di vista sradicato dovrà certamente essere incluso da chi è chiamato a dare forma a una città che voglia intercettare la domanda di abitabilità del presente.

In questo libro si prospetta un salto ulteriore: nel coinvolgere soggetti che abitanti ancora non sono, viene proposta un’apertura del disegno della città a individui che, pur abitandola, non hanno ancora completamente acquisito la consapevolezza di farne parte, né conquistato il riconoscimento di abitanti veri e propri da parte della comunità già presente. L’abitante sradicato viene eletto a sovvertire nuovamente il terreno dei soggetti chiamati a esprimersi sulla città. Penso che per stare al passo con le mutazioni culturali contemporanee, dovremmo continuamente produrre una relazione – con il territorio, la società, il mondo –aperta a scoprire l’altro da sé, una relazione che lasci parlare il gesto creativo degli altri non perché strumentale a un progetto dato, ma perché generativo di nuovo pensiero.

  1. Franco Farinelli, I segni del mondo. Immagine cartografica e discorso cartografico in età moderna, La Nuova Italia, 1992, p. 77 []
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30 Risposte a La città sradicata

  1. […] N.P. Attraverso la rappresentazione della città i migranti apportano al territorio in cui si trovano ad abitare una visione che è anche, implicitamente, trasformativa. Come scrive Farinelli, “ogni carta è innanzi tutto un progetto sul mondo (…) e il progetto di ogni carta è quello di trasformare – giocando d’anticipo, cioè precedendo – la faccia della terra a propria immagine e somiglianza”1. […]

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