Davide Gallo Lassere

Questo breve testo di presentazione vuole inaugurare una serie di interviste volte a sondare le diverse poste in palio, teoriche e politiche, attinenti alla questione del reddito di base incondizionato (RBI). Da diversi anni ormai il RBI costituisce un argomento che sostanzia il dibattito in seno ai movimenti sociali e alla forze critiche – di diverso orientamento – ancora presenti nelle cerchie accademiche. Da un lato, infatti, si sono progressivamente consolidate delle reti nazionali e internazionali che promuovono istanze atte a salvaguardare un accesso a beni e servizi indipendente dalla quantità e dal tipo di prestazioni fornite, su tutti il Basic Income Earth Network .

Dall’altro, invece, la questione del reddito attraversa numerosi campi del sapere e delle pratiche: dalla filosofia sociale ed economica alle scienze politiche, passando per la sociologia, l’antropologia, l’economia politica e le politiche economiche. In Italia, tuttavia, a differenza di altri contesti nazionali, tale problematica stenta a trovare lo spazio politico e intellettuale che le spetta. Peggio ancora: in violazione alle normative vigenti, l’Italia costituisce la sola nazione europea insieme a Grecia e Ungheria a non prevedere ancora alcuna forma di sostegno diretto al reddito, incappando in sanzioni pecuniarie.

Erogato a chiunque sotto forma di un versamento regolare di denaro, senza nessuna contropartita in cambio, il RBI si caratterizza dunque come un vettore concreto per una riforma del welfare all’altezza delle trasformazioni concernenti il nuovo mondo del lavoro – via via più immateriale, precario e fondato sulla conoscenza e la produzione cooperativa di ricchezza a monte e a valle dell’attività svolta nei confini ristretti del luogo e del tempo di lavoro. Il RBI può così essere considerato come un dispositivo di liberazione del lavoro, nel senso soggettivo e oggettivo del genitivo.

Esso contribuisce a creare delle condizioni lavorative migliori, diminuendo la pressione della costrizione monetaria, ma offre anche un appoggio materiale a chi desideri ritagliarsi maggiori margini di vita aldilà di questa sfera. Il RBI si rivela non soltanto un mezzo finalizzato a supportare una flessibilità attiva, che facilita il potere di negoziazione dei salariati e la ricerca di un lavoro. Ma si caratterizza inoltre come una forma di riconoscimento, sociale e monetaria, di tipo extra-lavorativo, in quanto non limita l’inclusione nella vita collettiva alla sola partecipazione al mercato del lavoro.

Il RBI risulta un veicolo di attenuazione della costrizione salariale - ossia di lotta contro lo sfruttamento, la povertà assoluta e l’esclusione) - ma, anche, uno strumento di risocializzazione dell’economia, di imbrigliamento delle logiche finanziarie e, quindi, di riequilibrio delle ricchezze e di riduzione delle diseguaglianze più clamorose. Leva fondamentale per una democratizzazione dell’economico, l’implementazione di un consistente RBI può costituire un viatico decisivo per riconfigurare i modelli stessi di organizzazione e produzione di ricchezza, promuovendo un immaginario e una tipologia di relazioni e di istituzioni sociali lontani dall’utilitarismo economicistico e dalle logiche concorrenziali del neoliberalismo.

Nelle interviste che seguiranno cercheremo perciò di affrontare tale tematica sotto una molteplicità di punti di vista e di aspetti, al fine di restituirne l’importanza cruciale, sia teorica che politica. Tramite l’apporto di studiosi e di attivisti italiani e stranieri, tenteremo di indagare la legittimità etico-economica del RBI così come diverse modalità applicative, rintracceremo delle ricostruzioni genealogiche e proporremo delle critiche di certe interpretazioni. Ne vaglieremo la complementarietà o l’incompatibilità con altre rivendicazioni, e presenteremo differenti esperienze concrete sparse in giro per il mondo, tanto a livello urbano che regionale e nazionale.

Consci che il RBI costituisca una campo di battaglia attraversato da controversie interne e osteggiato da avversari esterni, oltre che da una nutrita schiera di compagni di strada, e convinti che rappresenti un punto attorno a cui si giocheranno delle partite presenti e future estremamente significative, intendiamo sottolineare l’urgenza culturale, politica e socioeconomica di tale istanza.

Leggi l'intervista a Philippe Van Parijs

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4 Risposte a Il reddito di base come campo di battaglia

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