Paolo Carradori

Enrico Rava, direttore artistico della XXXVI edizione di Bergamo Jazz, dichiara in una intervista «L’idea è quella di fare un festival che andrei volentieri a seguire. Se piace a me, sono sicuro che possa piacere a molti». Affermazione con la quale tenta di svincolarsi da logiche e dipendenze di altri suoi colleghi. Tutta da verificare.

Sul palco del Teatro Donizetti il quintetto “Snowy Egret” della pianista Myra Melford e il quartetto di Joshua Redman ci offrono subito uno spaccato contraddittorio. Il set della Melford si apre sotto i migliori auspici. Musica aperta, linguaggio aggressivo, suono avvincente. La cornetta di Ron Miles brilla, dialoga nervosa con la leader che costruisce grovigli free e aperture latino americane. Intorno al basso elettrico di Stomu Takeishi, insostituibile perno centrale, Ted Poor picchia forte su pelli e piatti mentre la chitarra di Liberty Ellman disegna ambientazioni astratte. Poi però qualcosa si incrina, tutto questo procedere avventuroso si prosciuga, si normalizza. Riemerge l’ambiguità stilistica della Melford, sospesa tra fascinazioni radicali e porti sicuri, dove torna il primato della scrittura.

Redman offre un set ampiamente sbiadito, dove conferma la ben nota assenza di idee che lo costringe a comunicare costantemente un’energetica esposizione tecnico/sonora, ma solo quella. È sicuramente un grande professionista, dal suo tenore sa tirare fuori suoni ammalianti soprattutto nei registri gravi. Sa soprattutto gestire la propria immagine, sempre positiva e passionale. Il pianista Aaron Goldberg, il contrabbassista Reuben Rogers e il batterista Greg Hutchinson, ottimi ma si devono diligentemente adeguare. La pur fascinosa interpretazione di Let it be nel bis finale però non li salva.

Dave Douglas - Tom Harrell - foto Gianfranco Rota

Dave Douglas - Tom Harrell - foto Gianfranco Rota

“Il Bidone” dedicato alle musiche di Rota da Gianluca Petrella – grande trombonista ed eccellente improvvisatore - tradisce una fragile capacità progettuale. Questo omaggio è debole già nelle intenzioni. Una specie di teatro musicale, collage di ambientazioni sonore ora radicali, ora felliniane, spesso troppo diluite, che manca di una traccia solida. Peccato perché la formazione presenta tra le migliori personalità del jazz italiano: il pianoforte di Giovanni Guidi, il baritono di Beppe Scardino e la sfavillante batteria di Cristiano Calcagnile su tutti.

La flessibilità stilistica a 360°della tromba di Dave Douglas è nota. Questa volta è messa a disposizione dell’evento del festival: l’incontro con Tom Harrell. Scommessa rischiosa ma vinta. Douglas gestisce con grande acume la serata, smussa le sue costanti tentazioni radicali a favore della creazione di un ambiente coerente per il poetico flicorno di Harrell. Lo scambio tra i due è di grande fascino, alla schietta limpidezza di Dave risponde l’introspezione e la raffinata delicatezza di Tom. Suono che non ha pari nel panorama contemporaneo. Set emozionante anche grazie ai contributi del pianoforte di Luis Perdomo, il contrabbasso di Linda Oh e la batteria di Anwar Marshall.

La chiusura al Donizetti con il duo Portal-Peirani e la Band di Trilok Gurtu è fin troppo trasparente nella sua leggerezza. Ci fa conoscere la talentuosa fisarmonica di Vincent Peirani, ci conferma l’inesauribile classe di Michel Portal, entrambi però al servizio di un repertorio smaccatamente folklorico, senza un rischio, una visione alta. Sorprende poi la scelta di far chiudere un festival storico ed ambizioso dalla modesta proposta musicale della band di Gurtu.

Johnson - Vandermark Quartet (foto Gianfranco Rota) (640x427)

Johnson - Vandermark Quartet - foto Gianfranco Rota

Allora è forse da qualche altra parte dobbiamo scovare gli stimoli di un festival che nelle intenzioni doveva darci un’idea del jazz oggi. Troviamo quelli giusti negli eventi collaterali pomeridiani all’Auditorium di Piazza della Libertà. Il quintetto di Nat Wooley si muove in un rigore stilistico caratterizzato da tentazioni cool e improvvise scorribande informali. Il trombettista pare risparmiarsi, ma il suo sperimentalismo sul fronte di suono e fraseggio è sempre in agguato. Lo affiancano con personalità il vibrafono di Matt Moran, le ance di Josh Sinton, il contrabbasso di Eivind Opsvik e la batteria di Harris Eisenstadt.

Ma è il set offerto dal quartetto Russ Johnson-Ken Vandermark con Fred Lonberg-Holm al violoncello e Timothy Daisy alla batteria - che lascia il segno. Una musica coinvolgente dove su un ricco ribollire ritmico - a tratti di netta influenza funky-rock – si sviluppa un’improvvisazione liberissima, free senza nostalgie o dipendenze. Vandermark è travolgente, il suo solo d’apertura al clarinetto vale tutta la rassegna. Anche al tenore riesce sempre a costruire ambientazioni radicali, di fuoco. Incontra anche la poesia, macchiata di blues, in un brano dall’andamento più morbido. La tromba di Johnson pare intimorita da questa potenza, si muove più nel gioco collettivo che solistico. Violoncello e batteria dialogano propositivi in una pura logica di musica condivisa. Questa la chiusura perfetta di Bergamo Jazz 2014.

Bergamo Jazz 2014
20>23 marzo
Teatro Donizetti - Auditorium Piazza della Libertà

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