Alessandra Sarchi

La gemella H è la storia di una famiglia, Hans e Maria Hinner, née Zemmgrund, più le due figlie gemelle Helga e Hilde, venute al mondo nel 1933. Sono tedeschi e vivono in una cittadina a poca distanza da Monaco, sono gli zelanti e risentiti piccolo borghesi sui quali il Terzo Reich fa leva per diventare ideologia dominante. La malattia ai polmoni di Maria fa trasferire la famiglia a Merano e la sua morte li porta prima a Milano, poi sulla riviera romagnola, dove Hans sbiancata la memoria della sua militanza nazista ripulisce anche il denaro che il regime gli ha garantito. A Milano marittima apre un albergo dove italiani e tedeschi indistintamente partecipano al grande rito collettivo dell’oblio edonistico, del turismo di massa negli anni del boom economico postbellico.

Come ogni storia di famiglia, intrecciata a eventi storici traumatici, sarebbe stata materia di introspezione dei rapporti e di indagine sociologica; l’una e l’altra sono invece completamente trasfigurate dalla potenza di un flusso narrativo che parte dall’interno dello sguardo e dalla mente delle due gemelle, di Hilde in particolare, che fin dalla nascita – ma si direbbe quasi da prima – registra con meticolosa attenzione fatti, azioni, cause, nomi, gesti, atmosfere, come una telecamera implacabilmente accesa sulla realtà visibile. La soggettività del suo racconto è, tuttavia, neutralizzata dalla dichiarazione iniziale: «Hilde Hinner non sono solo io, sebbene parta da una posizione di privilegio: conosco la mia fine». La presa di Hilde sullo svolgersi della realtà è dunque postuma, interna ed esterna, ma con una scelta molto efficace l’autore ha deciso di farla vivere in un unico tempo narrativo, un presente continuo, spezzato solo dall’incipit fiabesco – «Noi mangiavamo le mele solo nello strudel, prima» – e da alcune pagine di diario, sulle quali ritorneremo.

L’aderenza alla cose, fissate al presente di un’immanenza fuori dalla storia che mai si concede un’interpretazione, se non giustappositiva, è infatti la lingua di Hilde: «Più che i fatti e i giorni, sembra che solo gli oggetti accadano, le loro brillanti esistenze nascondono le storie opache di ognuno». Opaco è aggettivo pregnante a più livelli, perché se tutto è raccontato da Hilde per come appare, nulla sembra passibile di responsabilità etica, e d’altronde gli Hinner non sono responsabili di soprusi eclatanti – Hans compra a niente la villetta dei vicini ebrei perseguitati, Helga accusa ingiustamente di furto la cuoca romagnola mettendole tre mele nella borsa con l’obiettivo di fare assumere il fidanzato – ma proprio da questa sfasatura fra sguardo che radarizza, elenca, mette in fila e il sottrarsi della coscienza scaturisce la percezione claustrofobobica del male quotidiano, banale e indispensabile al Moloch che ha devastato il secolo scorso arrivando fino a noi.

Non si tratta dell’unica sfasatura presente nel romanzo; anzi fin dalla copertina – una fotografia di Sabrina Ragucci voluta dall’autore e quindi parte integrante della sua poetica – ci troviamo davanti a un silenzioso contrasto con il titolo: raffigura tre mele, la prima di dimensioni maggiori, allineate e appoggiate su una superficie riflettente che le sdoppia in altrettanti multipli dal contorno più sfocato. Perché tre mele, se le gemelle sono due? E perché una sola gemella H, a dare il titolo, e non le due, Hilde e Helga, protagoniste del romanzo? La struttura profonda del testo, che procede per accumulo e non per intreccio, sembra appoggiare proprio sul gioco continuo di queste simmetrie imperfette e ingannevoli del doppio: i due paesi Italia e Germania, fallacemente accomunati dalla guerra, le gemelle che sono emanazione del padre e con questi costituiscono una triade (le tre mele), la doppia coscienza che Hilde sviluppa in un distacco rispetto all’ubbidienza supina di Helga che rimane circoscritto, però, alla velleità, alla dinamica del loro rapporto competitivo. Hilde vede, sa e ricorda, non per questo cambiano le sue azioni, tranne che nel suicidio, anticipato a circa metà libro, perché poi la narrazione riprenda con quel tempo continuo, dentro la presuntuosa illusione di sconfiggere la morte (come diceva Hitler a Eva Braun nel Moloch di Sokurov). Ed è quindi, per forza, un eterno presente.

Dicevamo dell’incipit incantatorio. L’altro luogo in cui l’imperfetto squarcia la narrazione si trova in alcune pagine di diario in cui Hilde indaga la natura arrivista e mediocre del futuro marito di Helga. Non è una scelta casuale: nel passato, e nel verbo imperfetto che lo tramanda, sta la verità; perché, come dice Hans Hinner, «le storie diventano importanti quando s’inizia a parlare davvero del passato». Cosa che gli Hinner evitano accuratamente di fare, congelando le proprie esistenze e le proprie perdite (di un paese, di una lingua, di una madre, della memoria e della responsabilità) nella stagionalità turistica dell’albergo. In quell’andare avanti che per Hilde si traduce in un atto estremo, sul fondo di un lago, e per Helga nel più «banale» respiro: meccanismo inconsapevole sotto la pettorina bianca durante le inalazioni in una stazione termale, ed evocazione sconvolgente delle camere a gas.

Giorgio Falco
La gemella H
Einaudi Stile Libero (2014), pp. 355
€ 18,50

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9 Risposte a La gemella H

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