Marina Forti

Avvocato, politico, giornalista e romanziere, Khushwant Singh – scomparso il 20 marzo, novantanovenne, a New Delhi – è stato uno dei protagonisti della vita culturale indiana per tutta la seconda parte del ventesimo secolo, e oltre. Lo ricordiamo proponendo una intervista pubblicata sul “manifesto” in occasione dell'uscita italiana del suo libro più famoso, Quel treno per il Pakistan (Marsilio 1996).

Non erano molti i treni che fermavano a Mano Majra, villaggio del Punjab - la regione indiana che nel 1947 ebbe la ventura di essere divisa tra due nazioni che nascevano proprio allora dalla fine dell'impero coloniale britannico nel subcontinente: l'India e il Pakistan. Mano Majra era solo un piccolo villaggio, lungo la linea ferroviaria che univa Delhi a Lahore, capoluogo del Punjab. Ma nell'estate del '47 divenne un villaggio di frontiera.

Quell'estate, e quella frontiera, e la logica fratricida che poco a poco si impossessa di un villaggio dove fino al giorno prima avevano convissuto musulmani, sikh e hindù, sono lo sfondo di un romanzo appena tradotto in italiano, Quel treno per il Pakistan (Marsilio editore). L'autore è Khushwant Singh, non a torto definito "grande vecchio" della letteratura indiana: avvocato, poi diplomatico, poi giornalista che ha fondato e diretto alcuni dei più autorevoli giornali indiani (dall'Illustrated Weekly of India all'Hindustan Times). Singh vanta una copiosa produzione di articoli, saggi, racconti, romanzi.

Ma quel suo primo libro, ormai entrato tra i classici della letteratura indiana in lingua inglese, Singh dice di averlo scritto per un senso di colpa: "Non potevo fare nulla per impedire le cose terribili che andavano succedendo". Cose terribili davvero, perché la Partition tra uno stato dei musulmani (il Pakistan) e uno multireligioso, laico, ma a maggioranza hindù (l'India), si compì nel sangue. In pochi mesi dieci milioni di persone si spostarono: famiglie hindù o sikh delle province diventate Pakistan raccoglievano il possibile e fuggivano in India. Famiglie musulmane facevano altrettanto, si rifugiavano in Pakistan.

Quell'estate morì un milione di persone, musulmani, hindù, sikh. Convogli affollati di profughi arrivavano a destinazione carichi di cadaveri. Bande di mestatori bruciavano e saccheggiavano le proprietà abbandonate da chi fuggiva. "E io ero uno spettatore", dice Kushwant Singh, allora avvocato poco più che trentenne a Lahore (che oggi è in Pakistan): "Mentre là fuori si uccideva, io e la mia cerchia di amici - tra cui molti musulmani - stavamo seduti nelle nostre case bevendo scotch whisky, e deplorando tanta follia. Non potevamo fare nulla, salvo forse immolare le nostre vite nel tentativo di salvare qualcuno. E non l'abbiamo fatto. È questo il senso di colpa".

Incontro Khushwant Singh a Roma - qualche giorno fa ha partecipato al primo di una serie di incontri su "scrittori e città" su invito di Linea d'ombra. Concede volentieri un'intervista. "Vedi, per dire quello che mi urgeva ho creato tre personaggi: il contadino analfabeta, il giovane militante comunista, il magistrato. Rappresentano la trinità dell'induismo: il creatore, il distruttore, il conservatore. Penso che ogni essere umano abbia questa trinità dentro di sé”.

Mentre il giovane comunista distrugge i miti dell'India: il misticismo, una religione intesa come appartenenza a una comunità che esclude gli altri. Vi distruggete tra voi in nome della religione, dice ai contadini di Mano Majra, mentre siete sfruttati dai ricchi padroni. "Quello sono io", spiega Singh: "le idee del giovane comunista sono le mie: che bisognava cambiare la società indiana da cima a fondo". Ma il giovane militante andrà a dormire sbronzo, la notte del massacro a Mano Majra.

Solo il contadino analfabeta cercherà di salvare i musulmani del suo villaggio. L'India ha visto di nuovo violenze perpetrate in nome dell'appartenenza religiosa. Negli ultimi anni un movimento di "revivalismo" hindù è culminato nella distruzione di una moschea, con un velenoso seguito di vendette, pogrom contro i musulmani, episodi di terrorismo. Un'eredità del passato, o qualcosa di nuovo - una modernità perversa? Khushwant Singh paragona il fondamentalismo hindù a un fiume sotterraneo che ogni tanto riemerge: "Il revivalismo hindù era nato durante il dominio britannico. Si è mescolato in modo subdolo con il movimento per la libertà (anticoloniale, ndr).

Molti dei leaders del Congresso indiano erano anche fondamentalisti hindù. Sono loro che hanno fatto rivivere il culto di eroi come Shivaji in Maharashtra. Era tutto in funzione anti-musulmana. Nel '47, con l'indipendenza, quel fiume sotterraneo è emerso: dicevano che dopo quattrocento anni di dominio musulmano e duecento di colonialismo inglese, finalmente risorge l'India hindù". Di recente poi il revivalismo religioso si è trasformato in forza politica. Ma secondo Khushwant Singh è un fenomeno destinato a scomparire: "In una società che si urbanizza in fretta, le persone vorranno scrollarsi quel tipo di arretratezza. Il fatto è che spesso il fondamentalismo si alimenta in reazione all'intolleranza altrui. Così abbiamo visto il fondamentalismo islamico accendere quello hindù, e quello sikh".

Singh è di origine sikh ("Sono agnostico, ma porto il turbante e la barba come i sikh per un certo senso di appartenenza", spiega), ma con l fondamentalismo dei suoi simili si è scontrato. "Sembrava impossibile - dice - i sikh sono una comunità così progressista. E invece ha prodotto un integrismo tra i più viziosi, con un leader come Bindrawale che predicava l'odio: i problemi dell'India, andava dicendo, saranno risolti se ogni sikh ucciderà 32 hindù. E lo consideravano un santo!". Allora Singh fu minacciato di morte.

Nel circolo vizioso di terrorismo e repressione perì Indira Gandhi, uccisa dalle guardie del corpo sikh che avevano inteso vendicare la profanazione del Tempio d'oro sikh, invaso dall'esercito. Era il 1984. Alla vendetta seguì il pogrom, Delhi fu in fiamme, oltre duecento sikh furono uccisi per rappresaglia. "Ma le autorità avrebbero potuto fermare quel massacro in meno di due ore. Solo che non volevano, bisognava 'dare una lezione ai sikh'.

Il governo, e il partito del Congresso di Indira, sono stati complici. Rajiv Gandhi disse 'quando un grande albero cade, la terra trema'. Si oppose a un'indagine sulle responsabilità nel massacro: solo di recente un responsabile di quei fatti è stato arrestato". La storia si ripete. Il magistrato aspetta che la bufera passi.

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6 Risposte a Quel treno per il Pakistan. Un’intervista a Khushwant Singh

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