Uwe Johnson

1 maggio 1968, mercoledì

E nella patria, quella tedesco-occidentale, come vanno le cose?
A Stoccarda una corte, in capo a 144 sedute e un anno e mezzo, ha condannato alcuni soldati delle S.S. che tenevano in schiavitù la popolazione ebraica di Lemberg, che poi annientarono definitivamente nel campo di concentramento di Belzec. (Quando uno non se la sentiva di fucilare i prigionieri, i superiori non gli facevano nulla.) A Lemberg morirono in 160.000 per via dei tedeschi, a Belzec furono un milione e cinquecentomila, e solo uno dei colpevoli è stato condannato all’ergastolo. Di un altro la corte ha stabilito che fosse ubriaco per la maggior parte del tempo, così gli toccano solo dieci anni, in virtù delle attenuanti generiche.
Nel Baden e nel Württemberg i neonazisti hanno preso il 9,8 percento alle elezioni del Land, il che fa 12 seggi su 127, per cui un passante su dieci nelle strade del Baden-Württemberg…
Il Bund tedesco consta di undici Länder, e in sette di questi i nazisti sono già rappresentati. Dice sia una circostanza imbarazzante per il cancelliere Kiesinger, essendo stato lui stesso un nazista, e il suo sodale Brandt, l’antifascista, si dice che si rammarichi per la perdita che ciò rappresenta in termini di fiducia. Così è scritto.
Un prezzo ben salato è quello che il New York Times dice che debbono pagare i socialdemocratici per la loro partecipazione a un governo delle destre. Però la nostra zietta benpensante rimane fedele a se stessa e dà anche un po’ di colpa agli studenti scontenti. Se avessero tenuto un comportamento tranquillo dopo l’attentato al loro leader, l’elettorato non sarebbe traghettato in massa nel campo di coloro che promettono rinnovata severità repressiva. E avrebbe dovuto essere una felice Pasqua!
– Ma che te ne importa, ci hai abitato laggiù, niente di più.
– Ci ho abitato, niente più che questo.
– Invece qui abbiamo una rivoluzione, a neanche venti isolati di distanza!
– L’hai vista di persona?
– Oggi pomeriggio son cinque giorni che va avanti. E dovresti saperlo dal tuo giornale. Tua zia avrebbe dovuto dirtelo.
– Non mi ha detto che una bimba straniera che non c’entrava nulla era a giro fra poliziotti e studenti alla Columbia.
– A giro no. Come quegli altri me ne sto ferma e guardo bene.
Che la polizia non manganelli quando porta via qualcuno.
– E allora vuol dire che aspetteranno di essere all’interno del cellulare, per colpire.
– Sembri lì apposta per togliere l’entusiasmo.
– Però gli studenti han potuto vedere: c’è una bimba che vigila ed è dalla loro parte.
– Non è granché, lo riconosco. Magari però così imparo come si fa.
– Per quando avrai diciannove anni.
– Ma insomma, dimmi cosa c’è di sbagliato!, educarmi è tuo dovere.
– Non farti arrestare.
– Gesine, non sei d’accordo con gli studenti, tu?
– Ora, d’accordo…
– Lo vedi. Vogliono cambiare in meglio la loro università, e anche se han fatto tanti discorsi, ora sono passati all’azione, e ognuno può vederlo. Dovrebbe star bene anche a te che non vogliano che l’università costruisca una palestra a Morningside Park, e che vogliano si ritiri dalla collaborazione con l’I.D.A., l’Istituto di Analisi della Difesa
– quello che lavora per il Pentagono.
– Sono aspirazioni legittime.
– Ma non hanno solo scritto delle lettere o portato in giro dei cartelli. Lo sai anche tu: hanno occupato gli edifici dell’università.
– E ci si sono barricati con le mensole delle librerie.
– Ora Gesine, sei contro la violenza? e da quando?
– La violenza fatta ai libri.
– Ah, era questo. Hanno bevuto lo sherry del rettore, han dormito sulla sua moquette verde e ci hanno lasciato mozziconi e lattine vuote di conserva.
– Un danno di quasi mezzo milione di dollari.
– Ma la Columbia non è un’impresa capitalistica? se il capitalista non cede, allora paghi di tasca sua.
– E può instillare la paura nella gente additando il vandalismo dei giovani che han studiato.
– E va bene. Un errore tattico.
– Ma neanche, no. Perché queste son le tracce dei bianchi. Mentre nella Hamilton Hall, dove c’erano gli studenti di colore, c’era avanzata meno sporcizia. Non ce l’avevano quegli altri un servizio di pulizia per il tempo che durava l’occupazione?
– Ce l’avevano sì. Un punto a favore della Lega degli afro-americani, e uno in meno per l’S.D.S.
– Students for a Democratic Society.
– Diresti di no?
– Certo che sì, Marie. E ieri notte è arrivata la polizia e li hanno fatti venir fuori. Settecento arresti.
– Un insuccesso. Per questa volta. Ma in questo Paese non siamo più al punto che conta solo il successo.
– Qui ci sarebbe anche della publicity.
– Gesine. Se uno venisse e te li chiedesse, li daresti anche tu dieci dollari per la cauzione dei fermati.
– Quindici dollari. Come forma di cortesia.
– Non è rivoluzionario, quando si combatte per qualcosa da cui poi anche altri traggono vantaggio?
– Diciamo che non è propriamente egoistico. È rivoluzionario se in cima alle richieste c’è proprio l’amnistia?
– Se ci tengono a rimanere impuniti, forse trovano che la condanna non sia giusta.
– Di studiare, possono farlo una volta sola nella vita?
– Se proprio tieni al punto, Gesine: si tratta di studenti che vengono dalla classe media bianca. Forse non sanno di preciso qual è la loro posizione. Avanti con le obiezioni.
– Veniamo al secondo punto lì sul tuo volantino.
– Stop alla costruzione del Gymnasium a Morningside Park. Qui, niente da ridire.
– Marie, sono sette anni che l’università ha comprato dal comune il terreno, il progetto c’è dal 1959 e già allora il Morningside Park apparteneva alla gente di Harlem, ai negri, e proprio per loro c’era una piscina nel piano regolatore, e i rappresentanti dei negri eran contenti per i propri figli. Perché nel 1968 dovrebbe essere altrimenti?
– Perché allora ci vedevano meno chiaro.
– Per il fatto che la piscina pubblica per Harlem era quella di sotto e che i negri avevano a disposizione solo l’ingresso est? – No, Gesine. È forse che la gente di Harlem adesso ha preso coscienza di sé e non vuole nessuna graziosa concessione dall’università dei bianchi, e non si accontenta di un accesso dalla porta di servizio.
– Ed è per questo che l’università deve costruire dalla parte dei bianchi, sul Riverside Drive.
– Ecco.
– Per rispetto della dignità di quelli di Harlem.
– Sì.
– Così Harlem alla fine non ha una piscina nel suo parco. Ti sembra un prezzo giusto?
– Giusto, Gesine. La municipalità deve costruirgliene una. Gli spetta di diritto.
– Siamo d’accordo.
– Ma fai per lasciar perdere, o davvero ora la vedi anche tu come me?
– Come te.
– C’è altro? Posso esserti utile ancora in qualcosa?
– Il punto quattro sul volantino. Quell’I.D.A.
– Questo istituto che gronda sangue lavora per lo stato maggiore generale! Giudicano l’affidabilità dei sistemi di difesa, conducono ricerche per il Pentagono, aiutano il governo a escogitare come far fronte alle rivolte!
– Ma l’istituto c’è già dal 1955, e il Massachusetts Institute of Technology era fra i cofondatori. Perché a quel tempo non faceva una piega? E la Columbia è entrata nel consorzio solo nel 1960. Perché non era allora il momento giusto?
– Perché nel frattempo è scoppiata una guerra, e il lavoro che fanno è contro il Viet Nam.
– Gli studenti del 1955 e del 1960 non scendevano in strada per via della bomba atomica?
– Lo ammetto, Gesine. Gli studenti arrivano in ritardo.
– E una cosa ancora. Già da marzo l’università non è più membro dell’I.D.A. in qualità di corporate. Se professori della Columbia sono stati attivi come collaboratori, lo hanno fatto a titolo personale.
– E tu come fai a saperlo?
– Indovina un po’. Da un candidato criminale di guerra, uno che nei circoli privati di questa città va sotto il nome di D.E.
– Questo saperla più lunga, di voi grandi, tante volte mi sembra una congiura.
– Marie, perché alla fine di aprile gli studenti pretendono quello che l’università ha già fatto a partire da marzo?
– Appunto, il ritardo.
– E l’università dovrebbe bandire dalle proprie sacre mura ogni professore che non voglia rinunciare ai suoi incarichi nell’I.D.A.?
– Esattamente.
– Ma di questo nel tuo volantino non si parla.
– O Gesine, e per queste piccole imprecisioni…
– Impreciso è la parola giusta.
– E questo a te basta per non essere più d’accordo.
– Mi basta, sì.
– Come se fossi una di quelle signore che di politica unne vogliono sapere.
– Forse perché di politica ne ho studiata troppa, e ora non mi riesce più l’applicazione pratica.
– E se io ora ti invitassi a fare un giretto dalle parti della Columbia, ci verresti?
– Sì.
– Per mostrare agli studenti che sei dalla loro parte?
– Ma mi andrebbe bene anche Riverside Park o la passeggiata al fiume, Marie.
– Avevo sperato tu dicessi una bugia. Tu m’inganni, vuoi solo provocarmi.
– No. È quel che sento.
– Se non sapessi che hai lavorato tutto il giorno…
– Non è la stanchezza dal lavoro, Marie.
– Se tu ogni giorno non provassi a fare qualcosa per il tuo socialismo in un Paese lontano…
– E questa, sarebbe?
– Non volevo metterti di cattivo umore.
– No. No: di’ un po’.
– Come vanno i tuoi affari, quella storia del grano socialista che viene dal Canada e tutta questa serie di cose.
– Di’, di’ un po’.
– Una volta è stata anche la tua, come si dice?, «Alma Mater»?
– C’era una volta un negozio, e per quattro semestri ci sono andata a comprare Economia politica. Ero cliente, ho pagato, e non sono contenta del servizio.
– Ma insomma, come ti vanno gli affari?
Il segretario del partito dei comunisti a Praga nega che gli amici sovietici abbiano annullato i contratti di fornitura di grano. Dice sia una voce incontrollata. Al contrario, avrebbe ricevuto da Mosca un credito di quattrocento milioni di dollari per la fornitura di merci che altrimenti l’Unione Sovietica dovrebbe importare pagando a Paesi dalla valuta forte. Le cose invero stanno così. È solo che alla scadenza del termine la fornitura di grano ancora non era arrivata.

 Si pubblica qui un estratto da I giorni e gli anni di Uwe Johnson (L'Orma editore, 2014)

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