Antonín Kosík

Mario de la Vega Ulibarri faceva il rigattiere. Acquistava per lo più macchinari dalle fabbriche, macchinari tenuti ormai fuori servizio, perché nessuno degli operai sapeva più come far funzionare dei marchingegni così strani, né cosa ci si fabbricasse e a cosa realmente servissero. Su un grande foglio di carta eseguiva un disegno a colori dell’artefatto, ne annotava le misure e quindi si recava dalla sua ex moglie Alicia Becerril Moya, che viveva lontano, fuori città, in un bosco. Fino a poco tempo prima si era dedicata alla stregoneria e a tutto ciò che ne fa parte: leggere il passato e il futuro, fabbricare amuleti, fare fuochi colorati e soffiare palline di luce, guarire schiene doloranti o dita indurite e così via. Ma negli ultimi tempi Alicia aveva deciso che era tutto solo una perdita di tempo e si era dedicata esclusivamente alla cura degli alberi attaccati dai coleotteri, a sputare palline di fuoco e a borbottare a voce alta.

Tuttavia al suo ex marito, anche dopo anni,non sapeva rifiutare nulla, e in un attimo guardava nel passato per spiegargli a cosa servisse e come funzionasse quel tal macchinario. Quindi completava con freddezza il disegno a colori anche con una determinazione temporale della macchina. Non vorremmo complicare la situazione, ma è opportuno osservare come Alicia vedesse sì nel passato, ma talvolta in luoghi del tutto diversi da quelli da cui proveniva il mezzo di produzione in questione, oppure capitava spesso che quel luogo nel passato lo scorgesse trasognata da qualche parte nel futuro. Ma forse questo è solo un nostro sospetto, dato che non siamo capaci di accertare le visioni di Alicia con la competenza degli esperti. I suoi commenti sapeva decifrarli solo il suo ex marito, che forse spesso se li aggiustava a modo proprio, oppure non era affatto in grado di leggerli e seli inventava di sana pianta mentre li leggeva. D’altra parte, conta qualcosa? È tutto solo una questione di interpretazione.

Sì, è tutto solo una questione di interpretazione. Mario de la Vega non era solo un rigattiere, ma anche un ciclista, un appassionato ciclista. Mario non possedeva una bicicletta, ma ne conosceva l’aspetto dalle vecchie pubblicità; eppure, al di là di questa cosiddetta “catena” di rigatteria - comprare la macchina, inventarne l'uso, rivenderla - non era in grado d'inventarsi una macchina che potesse fabbricare una bicicletta. E fino al momento in cui non avesse rimediato un tal macchinario, o dei tali macchinari con cui fabbricare una bicicletta, girava nel frattempo a cavallo. Non c’era niente di strano in ciò. Tra l’andare in bicicletta e l’andare a cavallo, per chi non sia mai salito su una bicicletta, non c’è poi una differenza così significativa: ci si siede sopra, si fa forza sui pedali, si guarda il paesaggio circostante, si prende un respiro e si va avanti. Prima lentamente e poi sempre più veloce, si passa al trotto, al galoppo e poi di nuovo al passo, è inutile sfinire una bicicletta.

Spesso si dice che tutto dipende dall’interpretazione. È vero? Dipende? O non dipende? Oppure dipende? In realtà a Mario non importava affatto se o come si interpretassero le sue gite in bicicletta. Ogni volta che, ricurvo in avanti, saliva affannato su un’erta cima, oppure con leggerezza ed eleganza passava lungo un campo di granturco, qualsiasi interpretazione di qualsiasi cosa non lo toccava minimamente. Se in quel momento qualcuno gli avesse detto che stava andando a cavallo invece che in bicicletta, avrebbe creduto alle sue parole come alla pioggia del giorno prima. Delle sciocche parole non potevano mettere in pericolo la fusione dell’uomo e della bicicletta in un unico essere che doveva fare attenzione ai serpenti o alle buche scavate dai cani randagi.

Interpretano solo le vecchie decrepite ciancianti, incapaci di concentrarsi, per le quali un’esperienza di qualsiasi genere è un passato perduto che non tornerà e allo stesso tempo un futuro impossibile e irraggiungibile, e per questo la mettono in dubbio in ogni modo possibile. Mario invitava spesso alle sue escursioni ciclistiche dei colleghi commercianti e ospiti importanti, oppure andava in giro con altri proprietari di biciclette. Quindi si rincorrevano a vicenda per brevi tratti, progettavano nuovi percorsi ciclistici, oppure legavano le biciclette a una palma da cocco e si ristoravano con del latte di cocco fresco e mezcal. Non c’era spazio per alcuna interpretazione, le cose erano chiare e salde, anche se dai tratti inafferrabili: scudiscio, pedale, manubrio, sella, sombrero per proteggersi dal sole, chi avrebbe potuto mettere in dubbio la sostanza stessa del ciclismo?

Poco prima che Mario si trasferisse a Tlaltizapan, la sua ex moglie Alicia morì. Improvvisamente, da un giorno all’altro smise di sputare palline di fuoco, di curare gli alberi e di borbottare. "È tutto solo una questione di interpretazione" pensò tra sé e sé Mario, quando venne a sapere della morte della sua ex moglie. Vendette il cavallo e volò via chissà dove su un tappeto volante. Tra i ciclisti non ricomparve mai più. Non c'era più niente da interpretare.

Traduzione di Mariapia Ciaghi

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Una Risposta a L’idea di ciclismo

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