Stefano Gallerani

Poco meno che trentenne, nei primi anni sessanta Uwe Johnson è uno degli autori europei più considerati: nel 1961 Il terzo libro su Achim (che l’anno seguente gli vale il Premio Internazionale degli Editori) consolida la sua fama di “primo vero scrittore delle due Germanie” e conferma il precoce talento che s’era imposto all’attenzione del mondo letterario già con il romanzo d’esordio, quelle Congetture su Jacob (1959) che nel ’62, nella comunicazione a Formenton riportata poi nel quinto numero del “menabò”, Elio Vittorini definisce, a petto del Tamburo di latta di Grass - giudicato un romanzo che “si muove ancora, in effetti, nella sfera già tanto sfrutta (e non solo in Germania né solo in Europa) del linguaggio espressionistico che oggi non sembra abbia più molte possibilità di portare avanti la conoscenza dell’uomo contemporaneo attraverso la letteratura”… quelle Congetture che, dicevamo, Vittorini definisce “un libro ineguale e certamente non armonico, non melodico, ma che apre una nuova possibilità nella conquista letteraria dei nuovi rapporti che si vanno stabilendo tra coscienza umana e realtà nel mondo moderno”.

E proprio con l’Italia Uwe Johnson stabilisce da subito un rapporto privilegiato: innanzitutto, in Enrico Filippini e Giangiacomo Feltrinelli trova un traduttore e un editore ideali, e poi, sempre nel ’62, forte del Fontane-Preis e del Prix International de la Littérature, lo scrittore di Cammin (in Pomerania) risiede per nove mesi all’Accademia tedesca di Roma, presso Villa Massimo; qui conosce e diventa intimo amico di Ingeborg Bachmann (cui nel ’74 dedicherà Un viaggio a Klagenfurt, struggente epicedio stilato nello stesso anno della scomparsa della scrittrice tedesca) e Max Frisch; con quest’ultimo, Uwe Johnson apre un dialogo fatto di tensione ed ammirazione reciproca che si protrarrà per oltre un decennio sino alla frizione determinata dalla pubblicazione, da parte dell’autore di Homo Faber, di Montauk, cui Johnson rimprovera il vampirismo dell’opera d’arte rispetto all’esperienza di vita.

È un nodo cruciale – quello della identificazione tra narrazione e vita – per Johnson, che dal 1966 comincia a lavorare al romanzo Jahrestage, un ambizioso affresco di storia contemporanea che compie un significativo scarto in avanti rispetto ai già estremi esiti formali dei primi romanzi: qui, all’universo congetturale - per sua definizione aperto a differenti ipotesi di reale - si sostituisce l’accurata analisi di un’insieme – diremmo un vero e proprio sistema – di relazioni che si conchiudono in quella che Michele Ranchetti ha definito “una circolarità di motivazioni e di cause”. Simile, dunque, nell’architettura prima ancora che nella struttura, alla Recherche proustiana, nell’impianto Jahrestage segue tre direttrici: la vita delle protagoniste, Gesine Cressphal (personaggio che già ricorreva nelle Congetture) e la figlia Marie a New York dal 21 agosto del 1967 al 20 agosto del 1968, il passato della loro famiglia in Germania, nel Meclemburgo (in cui Johnson situa un’immaginaria cittadina dal nome denso di evocazioni bibliche di Jerichow), dagli anni venti agli anni cinquanta, e, infine il controcanto costante che alle voci narranti offre la lettura quotidiana del New York Times.

Opera-mondo in cui Johnson riversa tutta la sua esperienza di uomo e di scrittore, la stesura di Jharestage subisce una forte battuta d’arresto nel 1975, quando lo scrittore, all’altezza della frattura con Max Frisch, scopre che da oltre dieci anni la moglie Elisabeth intrattiene una relazione con un agente dei servizi di sicurezza cecoslovacchi. Per lui è un colpo durissimo che, oltre a comprometterne il lavoro, ne mina la salute: da questo momento e dopo due attacchi cardiaci nel giro di pochi mesi, Johnson si abbandona a un vertiginoso processo autodistruttivo, trovando solo cinque anni più tardi la forza di rimettere mano al romanzo pubblicandone la quarta parte nel 1983, ovvero meno di un anno prima dell’attacco di cuore che gli sarà fatale: il 12 marzo del 1984 il suo corpo viene trovato senza vita nella casa Sheerness-on-Sea, dove Johnson si era stabilito dieci anni prima, ma il referto medico data il decesso nella notte tra il 22 e il 23 febbraio.

Come già era accaduto all’esordio, l’impatto sull’ambiente letterario di Jahrestage è notevole, ma l’estensione del romanzo e la cadenza ineguale in cui appaiono le sue quattro parti ne rendono viepiù difficile la ricezione. In Italia, il primo volume vede la luce nel 1972 (per i tipi di Feltrinelli e col titolo di Anniversari. Dalla vita di Gesine Cressphal) in un’edizione parziale, monca di molti passaggi, che non aiuta a intravvedere, nella minuziosa acribia della scrittura, l’intero disegno del progetto, e solo nel 2002 lo stesso editore milanese avvierà la versione integrale del ciclo a firma di Nicola Pasquetti e Delia Angiolini - ma i buoni propositi si arresteranno alla seconda parte, e solo oggi gli stessi traduttori sono riusciti a proseguire il loro lavoro trovando ospitalità nella casa editrice L’orma, impegnatasi a licenziare il resto del romanzo: I giorni e gli anni (20 aprile 1968 – 19 giugno 1968).

Dunque, con la terza parte finalmente si aggiunge un tassello fondamentale alla comprensione di un’opera che è tanto complessa quanto apparentemente lineare dietro il velo della scansione diaristica della vicenda: davvero, come per Proust, in Jahrestage si potrebbe dire, con un non semplice paradosso, che una pagina vale l’altra, tale e tanta è la consapevolezza che lo scrittore riversa in ogni riga facendola corrispondere, dal punto di vista simbolico, all’impianto complessivo del progetto: a fare da contrafforte al tempo “quotidiano”, non solo il continuo andirivieni tra passato e presente personale della famiglia Cressphal, ma anche, e soprattutto, una scrittura che non precipita mai verso facili soluzioni, ma s’arresta su dettagli, si arricchisce di particolari all’apparenza insignificanti e alla fine si frantuma nel tentativo di dare corpo a quello che, secondo Luigi Reitani, è il tema centrale di tutta l’opera johnsoniana, ovvero la possibilità di ricostruire nella letteratura la contraddittoria complessità e pienezza dell’esistenza;

e davvero è questo il fascino principale di un romanzo che, pur prestandosi a differenti letture (la prima, la più evidente, è ovviamente quella che, forse con un po’ di pedissequa pigrizia, sottolinea soprattutto la ricostruzione della storia tedesca della seconda metà del novecento), si caratterizza per un’intima coerenza che ha pochi eguali e distingue decisamente Uwe Johnson non solo dai suoi contemporanei e connazionali, ma dai molti scrittoi che in un modo o in un altro gli sono stati accostati.

Un ringraziamento particolare va, perciò, oggi, a chi ha trovato il modo e il coraggio di presentare una testimonianza di letteratura difficilmente comprensibile ai parametri commerciali della contemporaneità, anche se, offrendo dopo tanti anni la prosecuzione di un romanzo dalle molteplici vicissitudini, non avrebbe nuociuto accompagnarlo con una nota che di tutto questo, insieme con un richiamo alla prima e alla seconda parte di Jahrestage, avesse reso conto; ma è un piccolo appunto a fronte del maggiore e obiettivo merito di avere rimesso in circolazione, come un virus benigno, l’opera di un artista che, è il caso di dirlo, per quanto sembri macabro, davvero mise la propria esistenza al servizio di un’idea etica di letteratura. Fino al sacrificio più doloroso e più estremo.

Uwe Johnson
I giorni e gli anni (20 aprile 1968 – 19 giugno 1968)
traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini
L’orma editore, “Kreuzville-Aleph” (2014), pp.377
€ 26,00

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