Ornella Tajani

«Des images du présent perpetué en futur, les nuages»: è di Jacques Roubaud l’esergo scelto dalla Biennale di musica di Lione (5-30 marzo), che per questa edizione si è lasciata ispirare dall’immagine della nuvola, a partire dai simbolismi nel mondo dell’arte fino ai «clouds» del web di oggi. Teatro in musica, concerts scéniques, spettacoli di danza, esposizioni e installazioni, con un ospite d’onore: Heiner Goebbels, artista poliedrico, pluridisciplinare, per il quale la sperimentazione è la parola d’ordine; le sue composizioni musicali prevedono sempre l’interazione con altre forme d’arte come letteratura, videoarte o performance teatrali.

In Chants des guerres que j’ai vues, ad esempio, il testo che accompagna la musica è il racconto autobiografico Guerre che ho visto di Gertrude Stein, una serie di frammenti raccolti durante il soggiorno della scrittrice in Francia nel ’42-’43: dagli appunti sulla mancanza di burro o zucchero, alle riflessioni su guerra, rivoluzione e morte, con qualche clin-d’œil all’opera di Shakespeare. In questo spettacolo sono le stesse musiciste, disposte in semicerchio su una scena che ricorda un salotto, a recitare a turno i vari estratti, con voce quasi atona, come a evocare la ripetitività del rumore di una macchina da scrivere. La rottura dei ruoli proposta con le attrici-musiciste si realizza compiutamente nel finale, in cui anche il direttore d’orchestra partecipa all’esecuzione della partitura.

Nella stessa linea di rinnovamento della concezione scenica si inserisce Stifters Dinge: un concerto senza musicisti, una pièce senza attori. Sul palco una serie di oggetti normalmente usati in scena: casse, faretti e sullo sfondo cinque pianoforti disposti in verticale su dei supporti. Al centro del palco tre rettangoli pronti a diventare piscine con l’aiuto, solo iniziale, di due inservienti che aprono tre cisterne, prima di sparire definitivamente dietro le quinte. Stifters Dinge sono le «cose» dello scrittore austriaco Adalbert Stifter che fanno da sottotesto allo spettacolo, difatti l’immagine dei pianoforti “nudi”, di cui si vedono le corde, che suonano azionati meccanicamente e si muovono avanti e indietro, restituisce allo spettatore l’inquietudine della vita autonoma che si cela dietro la macchina.

Se l’opera di Stifter era una foresta da esplorare, così come evoca uno dei frammenti mandati in filodiffusione, la creazione di Goebbels invita a inoltrarsi in un bosco fatto di oggetti, in cui l’umano viene relegato in secondo piano (“Non ho nessuna fiducia nell’uomo”, afferma Lévy-Strauss in un frammento di intervista in sottofondo) e rumori, suoni, fumi e immagini ricreano un universo altro – confermato più che mai dal finale, in cui i pianoforti si avvicinano al pubblico per raccogliere l’applauso.

In modo non dissimile, l’installazione Listen Profoundly è un invito a sperimentare nuove forme di fruizione: nel trittico composto anche da lavori di Morton Feldman e Ulf Langheinrich, l’idea di Goebbels è quella di offrire al pubblico due finestre, rappresentate unicamente da un quadrato e da un cerchio luminosi su fondo nero, immerse in una serie di perturbazioni sonore. Nell’intento dell’autore, la prima è una finestra “di confusione”, la seconda di “illuminazione”; lo spunto è nuovamente Gertrude Stein, nella sua formula “To see something, to hear something”, e l’idea è quella di unire e allo stesso tempo separare l’esperienza sonora da quella visiva.

Al di là di Goebbels, anche altri artisti puntano sulla pluridisciplinarietà. Sull’idea - piuttosto pretestuosa - che Steve Jobs e l’Enrico V shakespeariano possano avere dei punti di contatto, Roland Auzet e Fabrice Melquiot creano Steve V (King different), un lavoro che fonde prosa e teatro d’opera, con un intenso e bell’utilizzo di varie tecniche video e di autoripresa via webcam. In scena tre personaggi principali: Jobs, la personificazione del suo cancro, un punk spavaldo che è poi il vero cantante lirico, e il rapper Oxmo Puccino. Tra proiezioni via tablet, ironie più o meno nere, inserti improvvisi di musica techno e slam, Jobs, “l’inventore di una nuova vita quotidiana”, è ritratto in chiaroscuro, tra luci e peccati, gioie e dolori, nelle ultime ore prima di morire.

Al di là della modalità biografica che sfiora a tratti il registro patetico, e che può interessare o meno, lo spettacolo offre degli ottimi spunti: dall’ansia di deumanizzazione in un mondo sempre più tecnologico, al desiderio di Jobs di farsi digitalizzare per diventare immortale, al finale in cui, non volendo morire solo, Jobs chiama Siri, la voce sintetica inventata dalla Apple, che risponde alle domande dell’utente. Ma le risposte, naturalmente, sono insoddisfacenti e il protagonista muore rantolando con un iPad tra le mani.

La connessione via etere, come d’altronde suggerito dal simbolo della nuvola, ricorre in vari spettacoli come elemento comune ed è presente anche nel balletto Threads, un trittico frutto della cooperazione tra Roque Rivas e il coreografo Shang-Chi Sun, che esplora varie forme di “legami” anche all’interno di una dialettica tra orizzontale e verticale. Ma l’installazione forse più rappresentativa del concept del festival è il Jardin des songes di Jean-Baptiste Barrière. All’interno del giardino medievale del Musée Gadagne l’opera si struttura in due parti: la prima è una postazione dotata di computer in cui lo spettatore può registrare i propri sogni, mentre nella seconda sono mandati in onda i sogni già raccolti, all’interno dei quali si “entra” attraverso la proiezione della propria sagoma sullo schermo, che si fonde col viso del sognatore che racconta.

La particolarità del luogo, quasi sospeso tra i tetti del Vieux Lyon, e gli effetti audio e video usati dall’artista ricreano un’atmosfera onirica tutta in stile 2.0: i sogni infatti possono essere registrati anche comodamente da casa, tramite sito Internet, e sono proiettati in simultanea alla Maison Française della Columbia University di New York. La nuvola è infine perfettamente definita.

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Una Risposta a La nuvola della Biennale di Lione

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