Fabio Zinelli

La letteratura parla sempre più insistentemente di lavoro. Come tema e come condizione. Perché è sempre più vicina alla realtà e non da ultimo anche perché gli scrittori esordienti vivono con urgenza il problema dell’evanescenza del posto di lavoro e come situazione ordinaria il precariato. Sul piano dell’espressione, la crescita dei linguaggi speciali oltre il confine di specializzazioni tecniche sempre più condivise (l’informatica, la lingua della comunicazione e della finanza) investe la lingua che parliamo legandola alla lingua del terziario, attraversa la lingua della pubblicità e preme sulla lingua della creazione. La tensione tra cose (merci) e linguaggio è ancora più forte nelle arti visive che non mancano di influenzare la letteratura.

All’incrocio dei linguaggi la poesia dimostra di muoversi con particolare agilità e di essere anche abbastanza affilata per entrare nei codici linguistici che esprimono i rapporti di potere nel mondo del lavoro. Esplora linguaggi e condizioni del lavoro il nuovo numero della rivista di poesia comparata «Semicerchio», intitolato appunto alla Poesia del lavoro. Una comunità globale di poeti ci dice cos’è il lavoro: ci sono poeti che hanno fatto la fabbrica quando c’erano le fabbriche (Philip Levine, Lutz Seidel, Fabio Franzin). Saggi e soprattutto tanti testi portano il lettore dal deserto di Detroit ai diversi cuori linguistici dell’Europa (Germania lato ex-DDR con Volker Braun, Repubblica Ceca dall’epoca socialista al poi, Francia, Spagna), all’Ispanoamerica, agli USA (Philip Levine, Komunyakaa, Jorie Graham), al Sud-Africa black, alla Cina della poetessa Zheng Xiaoqiong. Uno spazio importante è riservato alla poesia dei migranti, i «precari del verso», e un piccolo spazio anche alla voce del nemico – se non del lavoro, dei lavoratori – qui nei panni del tory Philip Larkin («I want to see them starving, the so called working class»).

Il numero comprende inoltre una raccolta di inediti di ventinove poeti italiani che hanno accolto l’invito a scrivere sul lavoro: Mariano Bàino, Elisa Biagini, Vito Bonito, Alessandro Broggi, Franco Buffoni, Alessandra Carnaroli, Luciano Cecchinel, Alessandro De Francesco, Fabio Franzin, Gabriele Frasca, Giovanna Frene, Nicola Gardini, Marco Giovenale, Franca Grisoni, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Giancarlo Majorino, Franca Mancinelli, Giulio Marzaioli, Giovanni Nadiani, Laura Pugno, Fabio Pusterla, Massimo Sannelli, Flavio Santi, Luigi Socci, Italo Testa, Gian Mario Villalta, Lello Voce, Edoardo Zuccato.

PHILIP LEVINE
Cos’è il lavoro

In piedi nella pioggia in una lunga fila
in attesa a Ford Highland Park. Di lavoro.
Sai cos’è il lavoro – se sei
grande abbastanza da legger qui sai cos’è
il lavoro, anche se forse non lavori.
Lasciamo perdere te. Qui si parla d’attesa,
cambiando posa da un piede all’altro.
Di pioggia sottile che senti cadere come nebbia
sui capelli, che ti offusca la vista
finché ti sembra di vedere tuo fratello
davanti a te, forse dieci posti avanti.
Ti pulisci gli occhiali con le dita,
e ovviamente è il fratello di qualcun altro,
con spalle più strette del tuo
ma con la stessa aria dinoccolata e triste, la smorfia
che non nasconde la determinazione,
il triste rifiuto di cedere alla
pioggia, alle ore buttate nell’attesa,
alla certezza che in un punto più avanti
un uomo ti aspetta e dirà, «No,
nessuna assunzione oggi», per una qualsiasi
sua ragione. Vuoi bene a tuo fratello,
ora all’improvviso puoi a mala pena sopportare
il bene che ti inonda per tuo fratello,
che non è accanto a te o dietro o
davanti perché è a casa a cercare di
smaltire nel sonno un terribile turno di notte
alla Cadillac così può alzarsi
prima di mezzogiorno per studiare il suo tedesco.
Lavora otto ore a notte così può cantare
Wagner, l’opera che odi di più,
la peggiore musica mai inventata.
Quanto tempo è passato da quando gli hai detto
che gli vuoi bene, abbracciato le sue spalle larghe,
con occhi ben aperti gli hai detto quelle parole,
e magari dato un bacio sulla guancia? Non hai mai
fatto una cosa così semplice, così ovvia,
non perché sei troppo giovane o troppo stupido,
non perché sei geloso o nemmeno cattivo
o incapace di piangere davanti
a un altro uomo, no,
semplicemente perché tu non sai cos’è il lavoro.

(traduzione di Antonella Francini)

FABIO FRANZIN
Curiculum

No’ so, forse me sarò anca sbajià,
forse no’l iera ‘l mé curiculum quel
che ‘a segretaria bionda l’à fat su
te un baeòt, e po’ butà sot ‘el banco,
sot’ el só sorìso gentìe, el conpiuter,
el teèfono «attenda in linea, vedo se
è libero
». Ma son vignù fòra rosegà
da un brut dubio «ha compilato tutto?
i recapiti telefonici li ha trascritti

da che l’ofìcio lindo, pièn de vetrate
e piante e divaneti rossi, giornài de
barche e cavài da sfojiàr. L’é stat un
rapresentante che spetéa de ‘à, sentà
te chealtra saéta, ‘a só sagoma scura
in jessàto a schermàr al vero, a farlo
spècio che mostra ‘l sèst de chii déi,
dea man, fra ragno e pugno intant che
verdée ‘a porta. Forse ‘l mé toc de carta
lo ‘vea za mess zo, forse ‘a baéta drento
el zhestìn ièra un só apunto che no’
servìa pì, sì, chissà. Forse me sarò
anca sbajià, o forse l’é sbainà ‘sto
tenpo, che sbrana senza pì ‘baiàr.

Curriculum Non so, forse mi sarò anche sbagliato, / forse non era il mio curriculum quello / che la segretaria bionda ha appallottolato / fra le mani, e poi gettato sotto il bancone, / sotto il suo sorriso cordiale, il computer, / il telefono «attenda in linea, vedo se / è libero». Ma sono uscito roso / da un brutto dubbio «ha compilato tutto? / i recapiti telefonici li ha trascritti?» / da quell’ufficio lindo, tutto vetrate / e piante e divanetti rossi, riviste di / barche e cavalli da sfogliare. È stato un / rappresentante che attendeva di là, seduto / nell’altra saletta, la sua sagoma scura / in gessato a schermare la trasparenza, a renderla / specchio che mostra il gesto di quelle dita, / della mano, fra ragno e pugno mentre / aprivo la porta. Forse il mio pezzo di carta / lo aveva già deposto, forse la pallina dentro / il cestino era un suo appunto che non le / serviva più, sì, chissà. Forse mi sarò / anche sbagliato, o forse è sballato questo / tempo, che sbrana senza più abbaiare.

MARIANO BÀINO
colapesce

(a un lavoro del passato. acquatico, minorile)

scugnizzi, una ciurmaglia, scura pelle
che forse è apparentata con le foche.
lucidi guizzi folli dietro poche
monetine di nichel che le belle

signore incerte, dalle navi (quelle
lente per ischia o capri e dalle fioche
sirene) lanciano. verso mai roche
voci di urlanti. ed il primo che nelle

putride acque del porto s’invola,
sa sommozzare, il soldino nasconda
subito in bocca fra i denti e la guancia.

e se per caso va giù nella pancia
o se ne scappa nel nulla e nell’onda
non è mestiere da pesce nicola.

ALESSANDRA CARNAROLI
da Prec’arie

Ragusa, licenziato per 5 euro
 impiegato di 30 anni si toglie la vita
L'uomo si è impiccato dopo aver perso il posto.

C’aveva un figlio piccolo si è messo una corda al collo
si è messo la testa in quel posto nel cappio dove ci entra giusto il collo
e poi si strozza dicono che aveva rubato cinque euro
aveva incassato cinque buoni da un euro
Cinque buoni da un euro alla cassa del supermercato dove lavorava
l’hanno licenziato per cinque buoni da un euro
si è messo in testa di morire si vergognava troppo
la moglie lo ha cercato cerca e cerca era nella casa al mare
ma non c’aveva il costume non c’aveva l’asciugamano

cosa ci sei venuto a fare amore mio senza il costume
a fare il bagno no
a prendere il sole no
sei venuto a morire sotto il tetto per cinque buoni da un euro
mi lasci sul pavimento col tacco lucido quasi nuovo
Mi lasci con un figlio piccolo senza secchiello
non lo sapevo che eri venuto qui con la corda se no portavo il secchiello
Ti vergognavi molto
Se tu c’hai trent’anni io madonna ce ne ho ventotto e ho lasciato il gas aperto
il bambino dal nonno che deve pagarci l’affitto da quando hai perso il posto
ma tu lo sai che ti amo lo stesso ti stiro i calzetti per farli morbidi ti aspetto se è notte
e fai la chiusura ti aspetto anche se non chiudi più niente perdi l’acqua
Dicono che hai scritto un biglietto con la grafia incerta
ma tu per me scrivevi benissimo c’avevi la licenza di terza
dicono che non toccavi neanche ma se eri in mare vivevi lo stesso
perché eri bravo a nuotare nuotavi bene non era come la grafia
che invece era incerta hai scritto
a mia moglie
per cinque buoni da un euro

GIANCARLO MAJORINO

Un bel dì
eravamo in tanti, eravamo in grandi grandi guai
morti feriti miserie si accalcavano tanti senza niente
e la luce pareva tramontare quasi perlomeno affievolirsi sì
rottami simili a salme galleggiavano ovunque pur sul selciato
e chi gridava chi non poteva che piangere che maledire

quando

quando da più parti entrarono donne uomini stupiti
c’era la ragazza c’era l’adulta c’era l’anziana c’erano tutte
perlomeno tante tante e gli uomini sia dall’alto che dal basso
della Forbice si fermarono bocca in giù corpo sempre più senza voce
guardavano e loro sempre più intervicine simili e dissimili

chi mirandone una chi apostrofandone un’altra ma ci spingevano
sempre più in fondo, sempre più a lato, qualcuna però ridente
e allora noi sempre più facevamo gli stùpidi, sinché senonché
esplose un’enorme corale: adesso basta, adesso guidiamo noi

Poesia del lavoro
Numero monografico di Semicerchio. Rivista di poesia comparata (n. 48-49)
Pacini (2013), pp. 256
€ 36,00

 

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6 Risposte a Poesie del lavoro

  1. sandro sardella ha detto:

    che bello invitare gli intellettuali ad una gita al sacco .. per poetare di “lavoro” …ma forse ci sono poeti-operai o operai-poeti .. che qualche traccia l’hanno lasciata .. non so .. Ferruccio Brugnaro, Tommaso Di Ciaula, Giuliano Bugani, Francesco Currà, .. l’esperienza negli anni’80 di “abiti-lavoro” – quaderni di scrittura operaia .. per curiosità .. vedere il n°730 de “Il Calendario del popolo” .. “Poeti operai” di Antonio Catalfamo ….etc etc ..

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