Andrea Cortellessa

Che la quinta edizione di Libri Come – la festa del Libro e della Lettura ideata da Marino Sinibaldi e condotta da Michele De Mieri e Rosa Polacco all’Auditorium Parco della Musica di Roma, che si chiude oggi – sia stata dedicata quest’anno al Lavoro conferma la forte attenzione che a questa dimensione dell’esistenza, da qualche anno, sta di nuovo dando la letteratura: non solo in Italia ma, credo si possa dire, da noi con particolare intensità (del resto è sul Lavoro che questa Repubblica, almeno per adesso, continua a fondare il primo articolo della sua Costituzione). Non è in sé una novità, ovviamente: il dibattito sulla letteratura in fabbrica – almeno dai tempi del «Menabò» di Vittorini – è un cavallo di battaglia della modernità italiana.

Ma la recrudescenza di scritture al lavoro esplicitamente dedicate, nell’ultimo decennio, e il ritorno d’interesse storiografico e saggistico sul tema (penso all’antologia di Giorgio Bigatti e Giuseppe Lupo, Fabbrica di carta, recensita da Giacomo Giossi qualche numero fa di alfabeta2), testimoniato ora anche dal bellissimo numero di Semicerchio appena uscito su Poesia e lavoro (qui presentato da Fabio Zinelli, che della rivista diretta da Francesco Stella è magna pars), sta a significare come – di conserva con la profonda trasformazione che il nostro tempo liquido ha impresso alla parte più solida della nostra esistenza, il lavoro appunto – pure la letteratura del lavoro si stia modificando profondamente. Un sociologo che fra i molti altri ha spiegato il senso di queste trasformazioni, Richard Sennett, chiuderà il cerchio di Libri Come con una conferenza off-festival che si terrà, sempre al Parco della Musica, lunedì 24 marzo.

Oggi invece (alle 21.00 nella Sala Petrassi dell’Auditorium) i lavori di Libri Come si concluderanno con un recital a più voci dal titolo Tutti sul lavoro. E alle 18.00 (nello spazio Officina 3 del Garage), insieme a Giorgio Falco e ad Alberto Rollo, presenteremo un libro che ci fa incontrare invece, con tutta la sua forza disperata, la scrittura di un lavoratore tipicamente novecentesco: Luigi Di Ruscio. I suoi Romanzi, raccolti a cura di Angelo Ferracuti (che cogli anni a Di Ruscio, scomparso nel 2011, si è legato da una profonda amicizia; e che qui ci presenta la sua figura) in un volume della collana «Le comete» di Feltrinelli appena uscito, sono per lo più dedicati al periodo di mitica latenza picaresca che precedette la scelta dell’emigrazione, nel 1957 in Norvegia: dove per quarant’anni il cristico operaio di Fermo lavorerà in una fabbrica metallurgica addetta alla produzione di chiodi. Fa eccezione l’ultimo testo della serie, in ordine di composizione, Neve nera (pubblicato una prima volta, nel 2010 col titolo La neve nera di Oslo, dalla casa editrice della CGIL, la Ediesse), che segue la traiettoria del picaro marchigiano nel suo esilio scandinavo: e, in pagine come quelle qui riportate, ci rituffa negli inferi tayloristici che infestano invece, quasi sempre, le poesie scritte da Di Ruscio in Norvegia (specie quelle autoantologizzate a tema nella raccolta Poesie operaie, pubblicata pure da Ediesse nel 2007).

Nella sua misteriosissima cultura perfettamente autodidattica, un punto di riferimento di Di Ruscio (che pone una sua frase in esergo al capolavoro Cristi polverizzati) è Hegel. Il quale nell’Estetica parla di «prosa del mondo», a proposito dell’universo della «finitezza» e «oppresso dalla necessità», in cui «ogni vivente isolato rimane nella contraddizione di essere a sé per se stesso come questo conchiuso uno, ma di dipendere al contemupo da ciò che è altro». È questa la condizione operaia, un altro nome della condizione umana dunque, illustrata dall’opera di Di Ruscio. Ma un paradosso eloquente vuole che, mentre questo mondo della prosa non trova vie d’uscita nella sua produzione poetica disperatamente martellante, al contrario nella sua prosa fusionale e agglutinante la temperatura della scrittura si fa incandescente, rompe tutti gli argini, libera spettralmente dalla sua croce – almeno per qualche attimo – il fantasma di chi scrive. E, con lui, noi che lo leggiamo.

Leggi gli altri testi dello speciale su Letteratura e lavoro
Fabio Zinelli, Poesie del lavoro
Angelo Ferracuti, Luigi Di Ruscio, lo Scriba assoluto
Luigi Di Ruscio, da Neve nera

Share →

4 Risposte a Non solo scrivere stanca. Scritture del lavoro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi