Luigi Di Ruscio

Divenni per forza neorealista anche se io che mi consideravo poeta normalissimo, non è colpa mia se il mio mondo era quello poverissimo considerato indicibile in poesia e io non potevo rimuoverlo, se scrivi di certe cose s’incazzano tutti perché la poesia dovrebbe rimanere monopolio delle persone per bene, le persone per bene sono quelle della borghesia, la gente dei quartieri belli, poi occorre anche la laurea, ma dove ti presenti scravattato e disgraziato come ti ritrovi? Quando Mondadori stampa le poesie di Scotellaro l’autore era già morto da un pezzo, tutte le poesie neorealiste furono iscritte da quattro ragazzi, alcune opere prime e basta, contro codesto niente del primo decennio del dopoguerra si continuerà a dirne male perfino da Cucchi nel 1997. Un Turconi iscrive che le mie poesie furono le più deliranti del periodo neorealista di per se stesso già tanto delirante anche perché io ero dell’ala estrema del movimento che veramente si è mosso anche poco, un sottoscritto impavido nel perseguire le cause sballate continua imperterrito quando perfino i film neorealisti, pochissimi, cinque o sei poi tutto finito, io per continuare in pace il neorealismo emigro da Oslo, la mia poesia veniva etichettata come delirante, se non emigravo magari mi rinchiudevano in un manicomio e venivo elettrificato per bene. Che fare? Niente continuare a fare quello che abbiamo fatto sempre, non stare a considerare quello che dice il nemico, ricordati dell’irripetibilità di codesta vita, prendete i miei volumetti di poesie e leggeteveli, fate tutte le considerazione che volete, armato di tutta la mia poesia oppure totalmente disarmato mi introducevo dentro la miseria delle cose […]

Non scrivevo ancora poesie di fabbriche perché ero ancora disoccupato, però un operaio in ferie un certo Cesarini mi ha spiegato tutto, ci sarebbero capireparto che sono una piaga, se non gli fai regali natalizi ti rompe i coglioni per un anno, però un giorno verranno le BR ad azzopparli sti disgraziati. Da un paese dove l’unica fabbrica era l’urlante manicomio provinciale cado dentro una disperata fabbrica di Oslo (Norge) (per carità d’Iddio Norge con la «g» dura e non scrivete mai Italia alla schifosissima maniera inglese ITALY), nel reparto dove sputo sangue hanno dipinto tutto in un verdino anche i chirurghi sono diventati verdi, un sogno d’erba fresca ovunque. Un continuo cancellare e riscrivere versi che travalicavano, certe parole vennero tanto dilatate che divennero sinonimi d’Iddio ed io volevo essere il poeta dei servi molto agitati quando nel Vietnam disseminarono i veleni più spietati. Portate i vostri cani a pisciare sulle tombe delle carogne. Acqua calda a volontà, faccio continui bagni caldissimi, ho avuto una serie di coliche renali, il dolore atroce era attenuato solo con l’immersione nella vasca da bagno nell’acqua caldissima. […]

Terminato il turno lavorativo mi tuffo ancora nella scrittura incurante di tutti gli avvenimenti che mi cadevano addosso, sopporto eroicamente l’irrisione al poeta italiano che lavora in una fabbrica di Oslo, poeti metallurgici in Norvegia non sono mai esistiti però con gli italiani tutto è possibile. Venivo chiamato anche poeta spaghettaro, spaghetti che mia moglie nordica cucinava con terrore per paura di sbagliare con il pepe, sale, vetriolo e conserve ammuffite e peperoncini e la Madonna Santa. I casini metallurgici essendo io metallurgico da ormai anni quaranta che mi hanno sonato tutte le ossa, ci sono attorno tutti i casini famigliari con i figli con le lingue opache, con i catarri e le diarree e i denti pieni di furiose carie ecco che mi si richiede le mie poesie più metallare per il centenario della Camera del lavoro di Torino e mi incazzai con «abiti lavoro» perché elogiavano il poeta romano che andava verso il popolo per incularselo. Catalogato come ero tra i poeti operai però sono anche bipede, sono anche cerebrale avendo anche un cervello, sono planetario abitando un pianeta galattico, abitando in una galassia e sono l’operaio più circondato di barattoli Cirio di tutta la storia della rivoluzione industriale del mondo intero. Nell’epoca degli automatismi io vengo lavorato da ben tre trafilatrici, corro tra i macchinari come un gallo ammattito, le trafilatrici perdono acqua da tutte le parti e per non rendere il pavimento sdrucciolevole e quindi cadere e precipitare pianto barattoli svuotati di pelati da tutte le parti. Da questa fabbrica nonostante tutte le lettere anonime che giungono dall’Italia non vogliono licenziarmi, ma di che cosa mi accusano ste lettere atomiche o anonime che siano? Sarei metallurgico comunista e baro, ha impiattolato il mondo intero con le sue piattole canine, anarchico superlativo non rispetta le regole ortopediche, bestemmia in tutte le lingue anche ispaniche. Ecco il turno di notte tra il sudore e le polveri del reparto sempre più manicomiale però ci fu una volta che lo strano lo vidi all’uscita, le finestre delle case erano tutte illuminate, a casa mia tutto era normale, dormivano tutti, tanti invece stavano davanti al tabernacolo televisivo perché avevano sparato al presidente americano. Anche gli uccelli quanto scemo devono fare prima d’accoppiarsi, corteggiano le femmine in ore insolite preparare nidi sulla neve deporre uova che non si svilupperanno mai per questo i volatili cominceranno ad emigrare verso una fine ignota.

[…] Uscire dalla fabbrica era come uscire da una guerra dove si esce vivi solo per caso, quell’unto, polvere della trafilatrice, i saponi bruciati, lo stridulio dei ferri, il sudore che scendeva sino agli occhi, quest’urlo non potrà essere sentito, neppure tutti gli urli di tutti noi messi insieme, qualche trafilatrice lustrata stirata continuamente non oltrepassare la norma è meglio stare sotto chi non resiste verrà scaraventato nel massimo dell’orrore sociale, questa è l’ultima stazione, sei ancora nell’organismo sociale se ti licenziano è come se venissi sputato nell’ignoto in una caduta che non verrà attutita, l’operaio metalmeccanico è attaccato da qualcosa di diabolico, un polacco mi diceva che lavorare per l’avvenire sotto i comunisti era ancora peggio, ammiro il coraggio di mia moglie intestardita a sposare un operaio che pressato al massimo e che guadagna il minimo, bestemmiatore ateo e anche comunista, qualche macchina ferma sembra una cassa da morto, per chi sta veramente male mettersi sotto cassa malattia è difficile di questo italiano straniero non sappiamo niente si sa solo che puzza ed esiste. Un tempo ogni venerdì distribuzione della busta paga era veramente una bustina dentro le carte monetarie belle nuove coloratissime. Nello spogliatoio tutti nudi sotto la doccia stanchissimi, sono norvegesi bianchissimi e quasi tutti spelati, perdiamo i denti, i capelli, le forfore, catarri, resti biologici ovunque. C’è anche il momento della liberazione, una allegria della stanchezza in quel momento che sembrava essere vicini alla fine, uno si faceva la doccia una volta all’anno alla vigilia di natale e neppure puzzava.

Contarle tutte le volte che sono uscito di fabbrica in piena notte, uscire dal reparto di notte dopo aver respirato per tante ore la puzza infernale delle vasche piene di acido solforico, respiro l’inferno e magari ritorno a casa camminando sulla neve nuova soffice e immacolata, solo le orme mie sulla neve, mi volto a guardarle. Nella cristallinità dell’aria e scende una neve soffice, asciutta, basta scrollarsi e te ne liberi, oppure quando nella tela dei ragni brilla una brina splendente, se dopo la pioggia la temperatura scende a molti gradi sotto zero l’erba gelata come aghi di ghiaccio sfavillanti ai raggi di un sole bassissimo all’orizzonte. La brina che assembra sua sorella bianca e tutto è duro impenetrabile in estrema chiarezza, oppure in notte tiepida di una giornata di una precoce primavera e camminando per il solito sentiero ti accorgi che il filo di tela di ragno ha toccato la tua fronte, come se un bellissimo ragno argentato volesse prepararti una tela bellissima dove tu passi tutti i giorni oppure scorgi nel solito pantano un rospo con la bocca acquosa. Sono stato fortunato dalla finestra vedo tutti i nostri tramonti. Cercando di vedere il tramonto in maniera copernicana mi viene una leggeva vertigine, come erano salde le mie gambe piantate sulla menzogna.

Ecco di nuovo il caporeparto che mi si presenta davanti e vorrebbe che faccio gli straordinari sabato e domenica e come potevo dirgli che non potevo fare gli straordinari perché dovevo iscrivere le poesie della mia italianitudine e se tutto questo casino non lo scrivo io non ci sarà al mondo un altro testa di cazzo a scriverle tutte e cominciavo ad enumerare tutti i miei mali, renella, mal di schiena, prostata arroventata. Aristotele nella sua morale ha scritto che agli schiavi la menzogna possiamo anche dirla io invece vi consiglio di non dire mai la verità ai vostri sovrapposti qualsiasi essi siano anche di tipo religioso, cercate di dire la verità solo ai vostri simili, fate vivere il nemico in un mondo inesistente, nella perenne incertezza, fateli vivere nella menzogna, dovete sistematicamente ingannarli, state certi che sarete tutti assolti, comunque il poeta vi assolve tutti, andate in pace. Sulle mie trafilatrici tutto è in perfetto ordine, il caporeparto controlla continuamente le spazzole, tutto è eseguito con intelligenza, velocità e precisione, normalmente aumentando la velocità diminuisce la precisione, con il sottoscritto aumentando la velocità aumenta anche la precisione. Il tutto funziona tanto bene che il caporeparto si sente provocato, non me la sento proprio di sbarbarmi tutti i giorni per farmi bello a quest’imbecille che mi scruta. Ogni tanto emetto un urlo quasi per far vedere a tutti che sono vivo, che esisto anche io. Quando lavoro non voglio essere guardato, se vengo troppo scrutato fermo subito le macchine e vado subito davanti allo scrutatore e gli domando se ha da dirmi qualcosa? No io niente, guardavo solo. Va a guardare dall’altra parte, sbamba! I compagni che lavorano con me sanno tutto, vedono la poesia del sottoscritto vivente davanti a loro, anche le commesse vedono e sorridono al passaggio della poesia nostra, la poesia è un atteggiamento speciale verso l’esistere e si rivelerebbe anche se non avessi mai scritto niente, è un modo nuovo di essere, quasi un nuovo avvenimento biologico.

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