Alberto Gaiani

Ultim'ora

Si è cominciato con un carico da novanta. Alla fine del 2013 Esposito, Asor Rosa e Galli della Loggia su «il Mulino» (6/2013), intervengono con un fuoco di fila in difesa delle scienze umane. Tra i diversi argomenti che portano a sostegno della loro tesi, tre sono particolarmente rilevanti. Potremmo connotarli rispettivamente come:

(a) appello alla conservazione di una tradizione;
(b) difesa dell’umanesimo politico;
(c) difesa dell’umanesimo pedagogico.

«Gli studi umanistici sono per l’appunto gli unici che per la loro stessa natura assicurano il legame con la specificità della dimensione storica della vita e [...] il legame con la parola scritta […]. La crisi del sapere umanistico – in particolare letterario, filosofico, storico – si traduce nella crisi del politico, e quindi della politica in senso proprio, perché in Italia il politico è stato costituito alle sue radici proprio da quel sapere». Al saggio-appello su «il Mulino» hanno fatto seguito molti interventi. A titolo di esempio se ne possono segnalare quattro. Anzi, quattro più uno di cui dirò molto poco.

Su «la Repubblica» del 15 febbraio 2014 interviene di nuovo Roberto Esposito calcando la mano su due aspetti che andrebbero irrimediabilmente persi nel momento in cui si decidesse di eliminare la presenza della filosofia nelle scuole e nelle università o di ridurne di molto la portata: l’opera di pulizia concettuale e l’anima politica della filosofia.

Il giorno dopo, il 16 febbraio, su «Il Corriere della Sera» appare un’intervista in cui sono chiamati in causa Giovanni Reale, Giulio Giorello e Gianni Vattimo. Giorello sostiene l’importanza della filosofia in merito alla formazione del pensiero critico, del pensiero divergente. Vattimo enfatizza la capacità della filosofia di offrire una visione del mondo complessiva che altrimenti ci sfuggirebbe.

Sul sito della casa editrice La Scuola il 19 febbraio esce un appello firmato da Roberto Esposito, Adriano Fabris e Giovanni Reale, che si schiera apertamente contro la «ideologia tecnocratica, per la quale ogni conoscenza dev’essere finalizzata a una prestazione [...] e tutto, alla fine, dev’essere orientato all’utile. [...] Privilegiando un pensiero unico modellato sulle procedure tecnologiche, abbiamo rinunciato alla nostra tradizione, alle molteplici espressioni della nostra umanità, e siamo diventati tutti più poveri nella riflessione e nella capacità critica». Questa deriva va osteggiata in ogni modo. In calce firmano importanti accademici italiani, come Antiseri, Bodei, Ferraris, Natoli, Severino, Vattimo, e molti altri.

Al quarto posto in ordine di tempo troviamo un elogio dell’inutilità della filosofia scritto da Quit the Doner, uno dei blogger più seguiti in Italia, e pubblicato anche da Linkiesta a fine febbraio 2014. Premettendo che «la filosofia a ben guardare è tutt’altro che inutile, bisogna solo chiarirsi bene sul concetto di utilità», l’autore mostra con grande intelligenza che la filosofia educa al dubbio sistematico, fornisce un’insuperata capacità di fare un passo indietro rispetto al piano dal quale di solito guardiamo la realtà. «La speculazione filosofica è perciò prima di tutto una pratica di resistenza, la culla di ogni alterità possibile, il momento di riflessione radicale sulla realtà e, da un altro punto di vista. […] La filosofia punta a un aumento indefinito della conoscenza sulla condizione umana».

Infine, su «il manifesto» del 1 marzo 2014 Luca Illetterati interviene sulla questione, con una riflessione ad ampio respiro che richiama la necessità di una filosofia che abbia a che fare con la vita, e non solo con tavoli e sedie. Però su questo sono troppo di parte. Leggetelo, se vi capita: vale la pena. Ma non dirò di più, se non che è il solco nel quale mi muovo.

Proposta

Gli appelli che oggi circolano sono giusti. Richiamarsi alla tradizione, alla motivazione politica, alla capacità critica nei confronti di noi stessi, del mondo in cui viviamo, delle varie discipline che compongono il territorio della nostra conoscenza: è tutto giusto, tutto sacrosanto. È evidente a tutti che le questioni su cui fanno leva Asor Rosa, Esposito, Galli della Loggia, Giorello, Vattimo e Quit the Doner sono di tutto rilievo. Inaggirabili, di importanza capitale. Se si vuole, il limite che hanno è che mantengono tutto il discorso su questioni di principio.

Qui vorrei tentare di contribuire alla discussione avanzando una proposta che si muove su un piano di principio ma che apre anche verso una proposta di messa in opera. Sarò il più diretto possibile: solo per amore di chiarezza, non per sicumera. Non credo di avere chissà che soluzioni. Mi piacerebbe dare una mano, offrire elementi al dibattito.

Primo punto. Se vogliamo davvero fare un servizio alla filosofia, se crediamo che sia davvero importante il suo ruolo nella scuola e nella società, se crediamo che la filosofia debba avere un posto di rilievo nel mondo, nell’educazione dei giovani, nel dibattito pubblico, dobbiamo finirla con la retorica del sapere sovrano. Abbandonare una volta per tutte ogni visione gerarchica e piramidale. Smetterla con l’idea che per trovare un posticino in un mondo complesso e rischioso, dove la filosofia sembra perdere sempre più mordente a vantaggio di saperi solidi e produttivi e riconosciuti, si debba far ricorso a una specie di pretesa imperialistica, che in realtà mette a nudo una debolezza enorme. Dite che la filosofia non serve a niente? Non è vero, si risponde spesso: la filosofia è la vetta del sapere, la scienza ordinatrice di tutte le scienze, la ciliegina sulla torta dei saperi, ciò senza cui il sapere non è sapere. E poco importa che un filosofo non produca risultati alla stregua di un biologo nel suo laboratorio; poco importa che in filosofia non si inventino vaccini, marchingegni elettronici, nuovi materiali plastici. Noi filosofi abbiamo il monopolio della verità, della visione della totalità, del senso del mondo. Altroché.

Secondo punto. Se alla filosofia togliamo da sotto il sedere la sedia del sapere sovrano, cosa capita? Dove andremo a finire? Cosa ci rimane in mano? Dobbiamo provare a formulare in modo chiaro e comprensibile anche per chi non si diletta di letture filosofiche che cosa si fa quando si fa filosofia, che cosa succede, come ci muoviamo e dove possiamo provare ad arrivare. La mia idea è che quando facciamo filosofia facciamo una cosa ben determinata. Attraverso la filosofia entriamo in un campo che nessun’altra scienza – o nessun altro sapere, per stare più sulle generali – affronta nello stesso modo. Quando facciamo filosofia partiamo dalle parole che utilizziamo tutti i giorni e che ci servono per parlare del mondo che costituisce la nostra esperienza ordinaria, ci ragioniamo sopra, le portiamo al livello del concetto filosofico. Questo non significa che lasciamo il mondo da una parte e ci concentriamo solo sulle nostre elucubrazioni. Le parole intrattengono un rapporto necessario con il mondo di cui sono descrizione. Solo che nell’esperienza ordinaria ne sono una descrizione, per l’appunto, ordinaria. Una bella fetta della nostra vita, della nostra esperienza, delle nostre azioni, scelte, aspirazioni, motivazioni non ha nulla di filosofico. La vita di per sé non è filosofica. La filosofia è una scelta. Uno sguardo diverso, radicato in profondità nella vita e nel mondo, e però anche una presa di distanza dalle cose della vita e del mondo, che cessano di essere ‘cose’ e vengono pensate. Diventano concetti. E non per questo smettono di essere cose del mondo reale, ovviamente.

Terzo punto. Se la filosofia non è una specie di superscienza vuota ma intoccabile ed è invece un sapere che ci fa conoscere in modo diverso quello che pensavamo di sapere, quello che davamo per scontato, viene meno il bisogno di distinguere tra discipline umanistiche e discipline scientifiche e di creare una gerarchia tra i saperi. Questo a livello molto teorico. A livello più pratico, si ha un argomento da spendere con chi dice: togliamo la filosofia e sostituiamola con insegnamenti più utili, più fruibili. Non è vero che la filosofia non serve a niente, ed è vagamente autolesionista continuare a insistere su liberalità, inutilità, inservibilità. La filosofia serve. Produce risultati. Ci dà conoscenza. Di che tipo? Una conoscenza in cui il concetto è il fulcro, lo snodo in cui alcuni elementi confluiscono, si incontrano e generano qualcosa di peculiare. Un concetto filosofico tiene insieme dimensioni differenti: lo studio e la conoscenza della tradizione; la capacità di usare la logica e di riconoscere, analizzare, costruire un’argomentazione; la ricaduta che questa riflessione ha sulla nostra vita nel mondo, in termini di scelte, concezioni, condotte morali e politiche. La filosofia come sapere concettuale dunque ha come proprie caratteristiche l’essere una attività, l’aderenza alla realtà, l’intersoggettività, la normatività.

Compiti per casa

Detto ciò, non è che si sia risolto granché. È più il lavoro da fare che quello fatto. Provo a elencare alcuni punti che potrebbe essere interessante affrontare in una discussione a più livelli: una discussione aperta, pubblica, partecipata, ma anche un discorso affrontato in modo professionale da chi si occupa di filosofia per mestiere.

Primo. La filosofia oggi è innanzitutto la filosofia accademica. Porta con sé una certa dose di tecnicismo, di specialismo, di settorializzazione. Cosa pensano della filosofia gli accademici? Chi lavora all’università si pone il problema? Se se lo pone, che risposte dà? Forse sarebbe ora di dare il via a un’ampia operazione di ripensamento e rimettere in discussione parole come conoscenza, scienza, sapere. Capire che significato assumono oggi, cosa sta cambiando, quali pieghe stiamo prendendo, e quale posto occupa la filosofia in tutto questo.

Secondo. Quale ruolo pedagogico pensiamo per la filosofia? Vale la pena mantenerla a scuola e nelle università? E qui forse dobbiamo provare a difendere la filosofia con la filosofia, per così dire. Non aggrapparci a vantaggi derivati, secondari, indiretti. Mostrare perché e come riteniamo che la filosofia sia importantissima nei piani di studio dell’istruzione superiore, ma facendo leva sulla filosofia stessa, mostrandone l’intrinseco valore.

Terzo. Tutto ciò ha ovviamente delle ricadute sul piano del dibattito pubblico. La filosofia è sui giornali, sulle riviste, sui social network, sui blog, alla radio e in televisione. Si tengono festival e happening di vario genere; le persone a volte si rivolgono a un counselor filosofico per rimettere ordine nella propria vita. Qual è l’immagine pubblica della filosofia oggi? E questa immagine va bene? Va male? La vogliamo cambiare? Come?

Questi tre piani – per andare con l’accetta: specialistico, pedagogico, pubblico – sono interconnessi in profondità, e probabilmente chi si cimenterà in questa operazione dovrà tenerne conto. Mettere le mani a partire da un punto qualsiasi significa essere chiamati a impegnarsi anche sugli altri. E questo non è una croce da portare sul golgota del nostro scontento. È il bello della filosofia. Ti viene in mente qualcosa, cominci a pensare, ti piace, ti stufi, cambi, ti riappassioni, continui, allarghi l’orizzonte, lo restringi, ti stanchi, riprendi. Alle volte ti dici: sto perdendo tempo, dovevo fare il meccanico, il dentista, sposare un’ereditiera. Vabbè, dai, un altro po’, tanto smetto quando voglio. Ma alla fine non vuoi smettere mai.

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35 Risposte a Difendere la filosofia?

  1. Elisabetta Lippi ha detto:

    Per me la questione sta tutta in queste proposizioni, la prima di Socrate, l ‘ altra di Heidegger.

    “Una vita non esaminata non vale la pena di essere vissuta.”

    “Posto che la filosofia non serve a niente, non sarà piuttosto che essa è in grado di fare qualcosa per noi se ci impegniamo in essa? “

  2. girolamo de michele ha detto:

    Mi permetto di segnalare: Sarà che avete un muro nella testa, qui: http://www.euronomade.info/?p=1491

  3. […] Gaiani, “Difendere la filosofia?”, Alfabeta, 15 marzo 2014, https://www.alfabeta2.it/2014/03/15/difendere-filosofia/ (articolo sintetizzato sul nostro sito: perché e come difendere la […]

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