Cristina Romano

Ancora pochi giorni per visitare le due mostre di Gelitin e Piotr Uklański che offrono al visitatore un’opportunità interessante per comprendere gli ultimi risultati della loro ricerca artistica. Le mostre presentano due modi diversi di procedere, sia sul piano espositivo, sia su quello della realizzazione delle opere originate da differenti modalità processuali, ma caratterizzate in entrambi i casi da un approccio fortemente sperimentale.

Buco e Red, White and Blue sono frutto e conseguenza delle più recenti e importanti personali (Loch, 21er Haus, Wien, 2013; ESL, Bass Museum, Miami, 2013). L’attitudine fortemente relazionale del collettivo Gelitin si avverte subito: sulla parete d’ingresso alla mostra, l’impaginazione e il testo dell’invito di Piotr Uklański viene rielaborato e adattato attraverso una serie di cancellazioni e scritte a matita. Entrando nella grande sala il primo impatto con l’installazione di Gelitin risulta spiazzante. Troviamo una serie di sculture disposte secondo un ordine che pare essere generato da una spinta centrifuga, in una sorta di equilibrio governato da leggi invisibili. I singoli pezzi dalle forme aliene, preziose concentrazioni di materia bianca dalle superfici corrugate e mosse, si pongono con naturale casualità nello spazio, inteso dagli artisti come una gliptoteca. Anche la grande sala sembra partecipare in un processo osmotico alla presenza e disposizione delle sculture.

Su una delle pareti si apre uno stretto passaggio, un possibile punto d’origine o buco, oltre il quale si trova una sala più piccola, totalmente interna al corpo della galleria, come fosse il grembo materno. Gelitin colloca una video installazione che mostra la registrazione di alcune parti della performance realizzata presso il Museo d’Arte Contemporanea di Vienna e durata sei giorni, nei quali sono state realizzate le sculture. Ora si intende come hanno avuto origine le opere in mostra: una sorta di “concatenamento”, una crescita “in una molteplicità che cambia necessariamente natura mano a mano che aumenta le proprie connessioni” (Deleuze-Guattari). A Vienna Gelitin ha dato forma alle sculture in un processo di erosione e scavo di un immenso cubo in polistirolo bianco, realizzato con una sequenza di cubi più piccoli, ispirata a quelle di Sol LeWitt concepite a partire dalla metà degli anni Sessanta.

Gelitin Buco Installation Views Massimo De Carlo, Milano, 2014 Photo by: Roberto Marossi, Courtesy: Massimo De Carlo, Milano/Londra.

Gelitin, Buco - Installation Views Massimo De Carlo, Milano, 2014
Photo by: Roberto Marossi, Courtesy: Massimo De Carlo, Milano/Londra.

Il cubo, sul quale, e intorno al quale si muove il corpo multiforme e “rizomatico” del collettivo, è posto al centro della grande hall d’ingresso al museo. Qui, in un processo di stratificazione: “accumulazioni, coagulazioni, sedimentazioni, corrugamenti” (Deleuze-Guattari), di materia, azioni, suoni e canti che convogliando tutto l’agire in un’esperienza totale, si compie la messa in opera delle sculture. Nello spazio pubblico del museo viennese il risultato della performance si traduce in una visione dai contorni fortemente onirici, che in una sorta di inconscio collettivo mette in scena tutte le possibili rappresentazioni dell’esperienza umana, dal lavoro più semplice, legato al ritmo costante della quotidianità, alla produzione dell’opera d’arte e dove presente passato e futuro convivono simultaneamente. Dal grande cubo traggono origine le singole sculture, realizzate con un nucleo in gesso colato nella forma scavata nel polistirolo con basi e piedistalli ready-made, successivamente asportate e condotte a terra per essere lavorate sino a mostrare la natura cellulare del polistirolo, che ne costituisce lo strato più esterno.

La spinta propulsiva attivata a Vienna si propaga oltre lo spazio e il tempo e giunge in una rinnovata forma installativa negli spazi della galleria milanese, dando alle sculture la possibilità di sviluppare la propria esistenza ora lasciate al proprio destino. Al vitalismo di Gelitin fa da contrappunto la mostra di Piotr Uklański, Red, White and Blue. L’artista sviluppa una serie di varianti della bandiera statunitense realizzata su grandi tele con una tecnica sofisticata ispirata al tie-dyeche utilizza per alcuni dei suoi ultimi lavori. Uklański elimina l’uso di strumenti per l’applicazione diretta del colore sulla tela e mette a punto un sistema di autocolorazione o decolorazione delle tele tanto da essere definito un “meta-pittore espressionista” da Christian Scheidemann (in Second Languages, cat. della mostra a cura di D. Wingate, M.J. Berg, Hatje Cantz Verlag, 2014).

Nell’insieme la serie di sei tele non cerca alcun legame intrinseco con lo spazio che l’accoglie, e le bandiere nel gioco di traslitterazione compiuto dall’uso di questa tecnica appaiono fortemente depotenziate del proprio significato. Sebbene a colpo d’occhio i “meta-dipinti” di Uklański esercitano una fascinazione, la tensione emotiva tende a raffreddarsi subito e a sciogliersi nella visione di un gioco decorativo che ne indebolisce anche il riferimento autobiografico, spiazzando il pubblico abituato a ben altre intensità e alla compresenza significativa di linguaggi e tecniche diverse.

Piotr Uklański Red, White and Blue Installation Views Massimo De Carlo, Milano, 2014 Photo by: Roberto Marossi, Courtesy: Massimo De Carlo, Milano/Londra.

Piotr Uklański, Red, White and Blue - Installation Views Massimo De Carlo, Milano, 2014
Photo by: Roberto Marossi, Courtesy: Massimo De Carlo, Milano/Londra.

Da parte di Gelitin il processo che conduce gli artisti alla realizzazione della mostra appare condotto senza soluzione di continuità, in un continuo divenire che non smette di suscitare e porre domande di fronte alla sorpresa di forme del tutto sconosciute, che tendono a proiettarci in un lontano futuro. Uklański, invece, privilegiando lo spazio interno e privato dello studio come luogo della sperimentazione e della messa in opera dei suoi dipinti, e sfuggendo a una più aperta condivisione, anche con gli spazi espositivi, sembra perdere energia sul piano del grado di intensità dell’opera. Risulta dunque particolarmente interessante la visita alle due mostre che in virtù di questo contrasto, rende più agevole distinguere le differenze, operare delle scelte e individuare possibili indirizzi futuri.

Buco e Red, White and Blue
Massimo De Carlo
Via Giovanni Ventura 5 - Milano
fino al 15.3.2014

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2 Risposte a Gelitin e Uklanski, artisti a contrasto

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