Intervista di Raffaella Perna a Silvano Manganaro

«Fotografare è compiere una serie di atti di infedeltà, di travisamento: si sceglie, si inquadra, si usano certe lenti piuttosto che altre, si impiegano pellicole diverse, etc. Nel cinema si può anche muovere la macchina e le lenti, variare la velocità del motore. Una fotografia o un fotogramma sono quindi già altro […].

Queste immagini pronte a subire un’altra violenza sono diventate materiali per un gioco a incastro che possiamo montare insieme per raccontare una storia, un’altra storia, quello che abbiamo ancora una volta capito e imparato». Scriveva così Gianfranco Baruchello nel 1978, nel breve libro La stazione del Conte Goluchowsky, in cui spiegava le motivazioni all’origine dei suoi interventi sull’immagine fotografica, volti a ridurne la definizione mediante un processo di fotocopiatura con una macchina a polvere: ciò che la foto perde in termini di qualità, lo acquista sul piano del suo potere di seduzione, parlando del tempo e della memoria umani attraverso la sua evanescenza.

A distanza di trentacinque anni l’artista livornese torna a riflettere sulle implicazioni della materialità fotografica nella mostra Gianfranco Baruchello perdità di qualità-perdita di identità, in corso alla Fondazione VOLUME! di Roma, basata sull'ingrandimento di un nucleo di foto segnaletiche conservate nel fondo archivistico della Questura di Livorno, sotto la voce Persone pericolose per l'ordine pubblico. Ne parliamo con il curatore Silvano Manganaro.

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R.P.: A differenza delle immagini fotocopiate o rimpicciolite realizzate negli anni Sessanta e Settanta, questa volta Baruchello non agisce direttamente sulla qualità delle foto, ma le preleva già deteriorate. Qui la «violenza» è antecedente, si è consumata a livello storico.

S.M.: Esatto. In questo caso Baruchello non è intervenuto personalmente sulle foto ma, come disse Duchamp rispetto ai suoi ready-made, semplicemente “le ha scelte”. Non si è però limitato a questo, le ha infatti ingrandite a tal punto da dotarle di una presenza fisica quasi umana (180x120 cm).

Già negli anni Settanta Baruchello aveva osservato il deteriorarsi della carta o di altri materiali attraverso agenti esterni. Qui l’evento accidentale è stato l’allagamento dei sotterranei della Questura, dove il faldone in questione era conservato. La perdita di qualità delle foto è diventata per l’artista la testimonianza tangibile della perdita di identità di queste persone così come di una memoria storica che invece va recuperata: il deterioramento operato dal tempo diventa metafora e, in quanto tale, si carica di significato. Non si può negare che queste foto abbiano poi anche un fascino di tipo “estetico”, che a VOLUME! fa il paio con la storia e la matericità della sua architettura.

R.P.: Alle foto l’artista unisce un intervento sonoro. Perché questa necessità?

S.M.: Baruchello ha riletto il testo di Antonio Gramsci sul Congresso di Livorno del 1921. Ha però eliminato ogni nesso sintattico (una perdita di qualità linguistica?), lasciando che questo affiorare sconnesso di parole si aprisse a nuove interpretazioni. Come ha detto lui stesso: ne è venuto fuori una sorta di “salmo poetico” su Gramsci.

Baruchello26 (640x427)

R.P.: La mostra era già stata inaugurata ad aprile presso CARico MAssimo di Livorno. A Roma tuttavia è stato creato un allestimento ad hoc per gli spazi di VOLUME!. Come si è sviluppato il progetto?

S.M.: Quando lo scorso anno Baruchello ha cominciato a lavorare alla mostra livornese e individuato le sedici foto, ha capito subito che quello sarebbe stato un ottimo progetto per VOLUME!. Ce ne ha perciò parlato e, dopo esserci confrontati, abbiamo avviato la collaborazione con lui e con gli amici di CARico MAssimo, che hanno un bellissimo spazio all’interno del porto vecchio di Livorno. Il catalogo, ad esempio, pensato nella città Toscana e edito da Edizioni VOLUME!, racconta il progetto senza entrare nel dettaglio dell’una o l’altra mostra. A Livorno, in un unico grande ambiente, le foto erano esposte una di fianco all’altra…

Chiaramente a Roma, per la specificità degli spazi di VOLUME! e per la sua filosofia, questo non era possibile. L’idea iniziale era quella di conferire a quelle immagini una presenza fisica reale, costringendo il fruitore a passarci accanto, sfiorarle e avere un rapporto diretto con esse. Le idee in campo erano due: farle diventare una sorta di totem che sbarrava il percorso costringendo a girarci attorno o fare in modo che fosse l’architettura a modificarsi per ospitarle.

Baruchello48 (427x640)

In parte per la vicinanza del carcere di Regina Coeli, in parte per la storia delle persone ritratte (la maggior parte di loro erano, quasi sicuramente, dissidenti politici), è sembrata la cosa più giusta creare sedici piccole celle, anche per conferire a queste immagini una loro singolarità all’interno di una pluralità di sguardi. Celle che in realtà diventavano anche possibili elementi di un archivio. VOLUME! è diventato così una sorta di labirinto, fatto di anfratti e angoli da esplorare. Un’architettura emozionale, da scoprire un po’ alla volta.

Non a caso abbiamo voluto lasciare l’ultima stanza (quella più regolare e più grande) vuota: uno spazio riempito solo dalla voce diBaruchello e da un video che proietta su un piano orizzontale le foto delle oltre 400 persone presenti in quel faldone (un elemento non presente a Livorno). Alla fine, quasi inaspettatamente, VOLUME! si è trasformata in una vera e propria scatola baruchelliana.

Tutte le immagini sono di ©Federico Ridolfi

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8 Risposte a Baruchello a Volume!

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