Valentina Parisi

Nella storia del pensiero sovversivo pochi scritti sono riusciti ad alimentare intorno a sé un’aura mitologica negativa paragonabile a quella di cui si ammantò l’anonimo Catechismo del rivoluzionario non appena nel 1871 uscì in Russia sul “Pravitel’stvennyj vestnik”, organo – non a caso – del Ministero degli Interni.

“Il rivoluzionario è un uomo perduto in partenza”, così esordiva la parte terza incentrata sulle “norme di comportamento” imposte ai membri dell’organizzazione Narodnaja rasprava (“Rappresaglia popolare”), prima di celebrare la “scienza” della “distruzione terribile, totale, generale e spietata” come “unica fredda passione” nutrita dai suoi aderenti. Tuttavia, la novità costituita dal Catechismo risiedeva, ancor più che in quest’enfasi nichilista sulla pars destruens, sull’autorizzazione esplicita a volgere la violenza rivoluzionaria anche verso i propri stessi sodali, qualora le loro azioni fossero risultate volontariamente o involontariamente nocive ai fini della causa.

Per la prima volta veniva teorizzata – ancor prima che giustificata – quella che Albert Camus nell’Uomo in rivolta definirà “la violenza fatta ai fratelli”, ovvero la convinzione machiavellica che, per mantenere la disciplina interna, fosse necessario legare a doppio filo i propri adepti, non esitando a utilizzare i metodi più cinici per ricattarli e costringerli all’obbedienza. Una strategia che Sergej Nečaev, probabile autore del Catechismo, non si periterà di adottare nei confronti del più anziano Michail Bakunin che, in un primo momento, si era lasciato abbagliare dalla sua intransigenza ed energia. “Sono ammirevoli, questi giovani fanatici – credenti senza dio, eroi senza frasi fatte”, scriveva il vecchio anarchico dopo aver incontrato nel 1869 a Ginevra quell’irruente ventidueenne, grazie al quale sperava di poter riannodare i contatti tanto con la madrepatria lontana, quanto con le nuove generazioni progressiste.

Fino a che punto tale fascinazione fosse destinata a rivelarsi rovinosa lo dimostra l’eccellente libro di Michael Confino, Il catechismo del rivoluzionario. Bakunin e l’affare Nečaev (1973), già uscito nel 1976 da Adelphi nella “Collana dei casi” nella traduzione fluente di Gisèle Bartoli e ora riproposto ai lettori. Sulla base di una serie di missive rinvenute alla Biblioteca Nazionale di Parigi, lo storico di origini ebraiche scomparso nel 2010, provvede a colmare varie lacune e a sfatare alcuni “miti” relativi all’affare Nečaev.

Innanzitutto, quello secondo cui Bakunin sarebbe l’autore del famigerato Catechismo, o, almeno, avrebbe contribuito in modo rilevante alla sua stesura. Una leggenda alimentata anzitutto da Fedor Dostoevskij che nei Demoni attribuirà a Stavrogin-Bakunin un ruolo decisamente preponderante rispetto a Verchovenskij-Nečaev (“Stavrogin è TUTTO”, si legge nei suoi appunti). All’estremo opposto dello spettro ideologico, tale versione sarà corroborata anche dalla storiografia sovietica degli anni Venti, intenzionata a dipingere nella peggior luce possibile il padre dell’anarchismo russo. Che quest’ultimo non condividesse affatto i metodi del Catechismo lo dimostra invece la lettera inviata da Locarno il 2 giugno 1870, in cui Bakunin chiede esplicitamente a Nečaev di rinunciare a ogni stratagemma “poliziesco e gesuitico” utilizzato contro i propri confratelli, nonché “all’idea assurda che si possa fare la rivoluzione al di fuori del popolo”.

Se quindi le speranze riposte da Bakunin in Nečaev erano destinate a svanire fin troppo rapidamente, non altrettanto semplice fu arrestare il meccanismo perverso che nel frattempo si era messo in moto. Non pago di aver “ereditato” la direzione del “Kolokol”, il foglio fondato da Aleksandr Herzen, Nečaev pretese che Bakunin lo aiutasse a mettere le mani sul cosiddetto fondo Bachterev, un lascito cospicuo destinato da un nobile russo alla causa della rivoluzione. Inoltre, lungi dal nutrire la benché minima riconoscenza, Nečaev contribuì in maniera decisiva all’espulsione di Bakunin dalla Prima Internazionale, fornendo a Marx i documenti che servirono come pretesto per tale provvedimento.

La fugace “infatuazione” per Nečaev costò pertanto assai cara a Bakunin e portò alla sua definitiva eclissi della scena rivoluzionaria europea. Nel contempo, servì a dimostrare come all’interno della stessa compagine antizarista il divario tra “padri” e “figli” – tra aristocratici delusi inclini alla speculazione astratta e piccoli borghesi risentiti votati all’azione – fosse ormai incolmabile. Premettendo ai materiali d’archivio da lui rinvenuti un’ampia introduzione, Confino crea un singolare, appassionante romanzo epistolare che evidenzia la natura intrinsecamente drammatica di tali eventi. Un’intuizione condivisa anche da Tom Stoppard che, nella Sponda dell’utopia, avrebbe messo in scena i conflitti d’idee all’interno del movimento rivoluzionario russo.

Michael Confino
Il catechismo del rivoluzionario
Bakunin e l’affare Necaev
Traduzione di Gisèle Bartoli
Adelphi (2014), pp. 266
€ 12,00

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8 Risposte a Il catechismo del rivoluzionario

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