Paolo Godani

Il nuovo lavoro di Daniele Giglioli non è soltanto un esercizio di critica nel senso più profondo e radicale del termine, ma anche, come suggerisce il sottotitolo, un esperimento con l’etica. Critica, etica e sperimentazione sono termini che illustrano bene il metodo praticato da Giglioli tanto in questo Critica della vittima quanto nei precedenti Senza trauma e All’ordine del giorno è il terrore: un metodo capace di coniugare, in maniera rigorosa e spregiudicata, analisi letteraria e ricerca genealogica, costruzione concettuale e riflessione sul presente. Con questi lavori, Giglioli ha inaugurato un nuovo stile di pensiero.

Il nodo problematico preso di mira in Critica della vittima è senza dubbio uno dei più rilevanti del nostro tempo. Come già riconosceva Senza trauma, la logica vittimaria è divenuta il «paradigma attraverso cui l’ideologia contemporanea pensa la storia umana, e spesso anche il destino, la natura stessa della nostra specie». Quello vittimario è un dispositivo duplice attraverso il quale da un lato si elevano la passività e l’impotenza a valori supremi, dall’altro si conferisce solo alla vittima la possibilità di una rivendicazione legittima (facendo anzi di essa il soggetto di un discorso irrefutabile) – il che ha come corollario la riduzione di ogni rivendicazione autonoma e affermativa, che non sia cioè il risanamento di qualche ferita subita, a pretesa futile.

Questa elevazione della vittima, così caratteristica del nostro tempo (come Giglioli mostra con una grande varietà di esempi), implica che ciò che sta in basso venga elevato, ma implica anche che esso venga elevato proprio in quanto è e resta ciò che sta in basso; la vittima, soggetto di un diritto e di un potere assoluti, è tale perché e sino a quando rimane vittima, inerme e impotente. Solo l’impotenza è potente, ovvero la sola potenza consentita è quella che si nutre d’impotenza.

Il lavoro di Giglioli, dopo aver introdotto la questione e aver proposto una dettagliata «sintomatologia» del fenomeno vittimario, si sviluppa stringendo sull’essenziale a partire dal paragrafo intitolato Vulnerabili e poi, ancor più profondamente, da quello dal titolo Inalienabile. Qui, dapprima, si mettono in luce con grande perspicuità i limiti di un’antropologia negativa fondata sull’enunciato «l’essere umano è ciò che può essere colpito». Prendendo partito con giusta determinazione contro l’ipotesi (tradizionalmente reazionaria) secondo cui l’umanità si caratterizzerebbe per una «mancanza originaria» che solo un potere forte può tutelare, Giglioli si schiera apertamente in favore dell’idea (antica anch’essa, dato che risale almeno a Pico della Mirandola) per cui la specie umana si definisce per «l’uso sempre indeterminato che può fare della propria costitutiva incompiutezza».

Non è questo il luogo per approfondire le ragioni di una tale presa di posizione, ma vale almeno la pena di attirare l’attenzione sulla sua estrema rilevanza etica e politica, e di osservare (come fa Giglioli citando fra gli altri i casi di Derrida, Agamben, Butler) quanto l’antropologia negativa sia dilagata ben oltre i confini del pensiero conservatore. In seguito, l’autore inizia a tirare le fila del suo discorso rispondendo alla domanda fondamentale: «che cosa promette e che cosa vieta un immaginario che fa della passività il suo Nord magnetico?». Giglioli risponde che «la vittima promette identità», un’identità forte, coesa, innegabile; cosicché la mitologia vittimaria si propone come il farmaco che cura la dissoluzione contemporanea della soggettività, dei valori etc.

Ma, com’è noto, ogni farmaco cura in quanto è anche un veleno. Dunque, l’immaginario passivo della vittima inocula al contempo il veleno che vieta, che cancella «l’imperativo tipicamente moderno» sintetizzato da Rilke nel «tu devi cambiare la tua vita». La vittima non può che ribadire se stessa, cosicché la mitologia della vittima rende impensabile una qualunque trasformazione, personale e collettiva. Per questo, in conclusione, «la mitologia vittimaria è una subalternità che perpetua il dominio».

Ma la conclusione del lavoro torna su una questione più generale. La critica, per quanto radicale, si limita a una genealogia capace di mostrare la contingenza delle formazioni ideologiche e sociali dominanti; la genealogia è certo una condizione della trasformazione, a cui però non può mancare una prassi, un agire collettivo. Ma tra il discorso freddo della teoria e il fuoco di una prassi trasformativa – è questo il dubbio che Giglioli rimanda infine ad un supplemento di indagine – esiste forse (come molti sostengono) la necessità di una nuova mitopoiesi non vittimistica né subalterna?

Nonostante il dubbio, la risposta mi pare si trovi già come conseguenza del percorso fin qui descritto: non c’è mito non subalterno. Il mito, come l’identità, è «il contrario della rivoluzione». Non vale la pena ricadere nel circolo – per quanto il dubbio spesso ci assalga che la critica non basti a se stessa.

Daniele Giglioli
Critica della vittima. Un esperimento con l’etica
Nottetempo (2013), pp. 130
€ 12,00

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15 Risposte a Critica della vittima

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