Maria Teresa Carbone

Per quale ragione uno tra i maggiori musei/contenitori d'arte contemporanea del mondo dedica una delle sue grandi mostre a un maestro del secolo scorso, la cui opera, oggetto di infiniti studi critici, è da decenni un punto di riferimento ineludibile, e apparentemente inamovibile, nella storia dell'arte del Novecento? Due, di solito, i motivi: il desiderio di presentare il percorso dell'artista a una nuova generazione di appassionati, l'ambizione di introdurre inedite chiavi di analisi che consentano di guardare all'opera del maestro in una luce diversa.

Al primo sguardo, l'esposizione Paul Klee. Making Visible, allestita alla londinese Tate Modern fino a domenica 9 marzo, sembra rispondere al primo intento: il suo andamento rigidamente cronologico, la sua impostazione all'apparenza didascalica parrebbero dimostrarlo. Un Klee “da catalogo” ad uso dei – sempre più numerosi – neofiti, come ha fatto notare fra le righe il critico TJ Clark sulla London Review of Books, rilevando che la mostra, a dispetto della sua vastità (diciassette sale, 130 opere), non è stata l'evento di maggior rilievo di questa stagione artistica londinese.

Forse dimostrazione che l'ascendente di Klee è declinato (passati sono i tempi in cui “il comico tragico” era al centro dell'attenzione degli amanti dell'arte: oggi i suoi piccoli quadri vengono osservati dai più giovani con un rispetto distante, venato di perplessità), ma anche, per Clark, effetto di una esposizione piatta, troppo incline ad accogliere il punto di vista dell'artista e a non assumersi rischi nell'esporre “opere meno riuscite, marginali, disegni appena schizzati, cedimenti alla dolcezza o alla cattiveria, tutti quei modi con cui Klee cercava di sfuggire al proprio buon gusto”.

L'osservazione è pertinente, ma sembra non cogliere che obiettivo dichiarato del curatore Matthew Gale, coadiuvato da Flavia Frigeri, è stato proprio quello di presentare il Klee di Klee. Di più: un Klee in qualche modo privo di dubbi, o per lo meno consapevole fin dai suoi esordi di essere “Klee”. Già dalla prima sala il percorso espositivo sottolinea, e segue poi passo passo, la minuziosa registrazione e catalogazione che l'artista ha fatto, nel corso dei decenni, di ogni sua opera, quasi che ciascuno dei suoi quadri costituisse un tassello indispensabile nella composizione di una unità complessiva e organica, proprio come uno dei tanti quadratini di colore che, insieme, forniscono la tessitura della Static-Dynamic Gradation del 1923 o una delle forme eterogenee – stelle rombi triangoli... – che si posano sul fondo scuro di Assyrian Game, dello stesso anno.

Non solo: proprio come nota Clark, ma in modo esplicito e deliberato, la mostra londinese presta particolare attenzione alla cura con cui Klee ha sempre scelto le opere da portare alle grandi retrospettive che fin dagli anni Venti gli sono state dedicate in vita, fino all'ultima, del 1940, alla Kunsthaus di Zurigo, inauguratasi pochi mesi prima della morte dell'artista.

In questa prospettiva non è strano che siano espulsi quei quadri che mostrano incertezze e deragliamenti, per quanto essi possano risultarci utili nel comprendere il percorso, solo apparentemente lineare, del pittore. E tuttavia, in una fase in cui – come notava giustamente lo storico dell'arte Boris Groys nel saggio anticipato da Alfabeta qualche giorno fa – “l’interesse dello spettatore si sposta dal singolo oggetto esposto al modo in cui esso viene contestualizzato e storicizzato dal museo”, risulta spiazzante, e dunque fertile di riflessioni, una mostra come questa, che mette in secondo piano il ruolo curatoriale e affida all'artista il centro della scena.

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10 Risposte a Paul Klee a Londra

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