Maddalena Carli

«Douhettismo». La persistenza del termine, correntemente in uso tra gli strateghi e gli studiosi di affari militari, testimonia della fortuna associata al nome di Giulio Douhet (1869-1930) e alla teoria di cui fu l’ideatore: il bombardamento strategico, precursore di quella pratica di svincolare il lancio degli ordigni dalle linee del fronte che, passando per l’area bombing di sir Arthur the Butcher Harris, avrebbe trovato il proprio perfezionamento nei raid di precisione e nelle incursioni terroristiche della fine del secolo scorso.

Una fortuna postuma, quella del generale casertano, che non corrispose a una vita di successi: carriera travagliata, incarichi promessi e mai ottenuti, fraintendimenti, un processo e la condanna a un anno di fortezza, alimentati da un carattere spigoloso e da un’intelligenza anticonformista, tutta orientata all’esaltazione del nuovo volto che la guerra andava assumendo in virtù degli impieghi militari dell’aviazione.

Il volume dedicato da Erich Lehmann al percorso biografico e al pensiero di Douhet si fonda su due presupposti. In primo luogo, che per comprendere a pieno la dottrina del dominio dell’aria, esposta nell’omonimo volume pubblicato nel 1921 e riproposto in una nuova edizione nel 1927, sia necessario partire dal primo conflitto mondiale. Fu nel corso dell’esperienza bellica che l’interesse manifestato per l’aviazione fin dai primi anni Dieci superò le cautele iniziali per trasformarsi nella convinta difesa della superiorità tecnica degli aeroplani e della loro potenza d’attacco: nell'utilizzazione massiccia, «improvvisa, violenta e a fondo» dell’arma aerea il generale iniziò a ravvisare non soltanto un mezzo per ovviare allo stallo e al logoramento della guerra di trincea, ma anche la caratteristica degli scenari futuri, ai quali era doveroso preparare il paese, incrementando la produzione di apparecchi da combattimento e varando una serie di riforme istituzionali finalizzate a promuovere l’indipendenza, il rafforzamento e l’efficienza dell’aeronautica.

Il secondo principio a cui si ispira l’analisi dell’autore è che sia esistito uno stretto collegamento tra la fede di Douhet nel mezzo aereo – nutrita da una mentalità tecnocratica ravvivata da inclinazioni estetizzanti degne del Marinetti migliore («è la forma “della guerra” che interessa essenzialmente gli uomini di guerra», non esitò a dichiarare nel Dominio dell’aria) – e il fine ultimo del suo comportamento pubblico: mettere l’Italia nelle condizioni di conquistare l’egemonia sui cieli. Alla luce di questo obiettivo sarebbe possibile comprendere tanto le relazioni con gli industriali impegnati nella fabbricazione di velivoli quanto i conflitti con i vertici militari, propensi a riconoscere la competenza di Douhet ma non a delegargli la totale gestione delle questioni aeronautiche, come invece egli pretese ogni volta che gli furono affidate cariche dirigenziali o funzioni di responsabilità.

Un discorso analogo riguarderebbe i rapporti del generale con gli ambienti politici, a tutto campo e privi di particolari connotazioni ideologiche, in quanto subordinati ai suoi programmi di potenziamento aereo e funzionali alla loro realizzazione. Alla ricerca di alleati disposti ad appoggiarlo nella battaglia per la supremazia alata, Douhet giunse a interloquire con il fascismo, inizialmente attraverso il turbolento mondo del combattentismo postbellico, successivamente tramite il Partito nazionale fascista e gli esponenti del governo Mussolini, che ne delusero le aspettative non assegnandogli la guida e ridimensionando le facoltà offensive della nascente Regia aeronautica italiana.

Quello di Lehmann è un volume che racconta la natura visionaria e utopica di Douhet. Poco convincente, mi sembra tuttavia l’idea che le sue relazioni con il potere furono impolitiche: irrealistiche, incompetenti, strumentali forse, certamente non sprovviste di un significato e di una strategia politici. Non solo a causa del profondo legame esistente tra disumanizzazione della guerra e brutalizzazione della politica, per utilizzare l'incisiva espressione impiegata da George L. Mosse in riferimento all’entre-deux-guerres europeo.

Ma anche per l’influenza che l’establishment militare, aeronautica inclusa, ha da sempre esercitato sull’orientamento interno e internazionale delle nazioni; un’influenza che la modernità dei conflitti novecenteschi non ha fatto che accentuare e che la presunta neutralità della tecnica può tutt’al più tentare di dissimulare.

Eric Lehmann
La guerra dell’aria. Giulio Douhet, stratega impolitico
il Mulino (2013), pp. 226
€ 20,00

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4 Risposte a La guerra dell’aria

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