Boris Groys

Il numero dei musei è in crescita in tutto il mondo. E anche il numero dei visitatori dei musei è in aumento. Tuttavia, non è un segreto che i musei stiano perdendo sempre più la loro tradizionale legittimazione sociale. Per molto tempo i musei sono stati la fonte primaria di informazione sull’arte per il pubblico. Oggi non è più così: i media si sono assunti questo ruolo – in particolare internet. (...) Per questa ragione, molti critici si aspettavano, e ancora si aspettano, che i musei scompaiano, non essendo in grado di competere, da un lato, con i collezionisti privati su un mercato dell’arte sempre più esteso e, dall’altro lato, con i più ampi archivi digitalizzati pubblici che sono più economici e più accessibili.

La possibile scomparsa dei musei d’arte non addolora nessuno, a quanto pare. I musei sono visti non solo come troppo estesi, ma anche come troppo selettivi. Si sente che i confini istituzionali del museo dovrebbero essere trasgrediti, decostruiti o semplicemente rimossi per dare all’arte in generale e, in particolare, all’arte contemporanea piena libertà di affermarsi nella vita reale. (...) Questi appelli e queste esigenze sembrano esprimere lo spirito del tempo contemporaneo e sono quasi irresistibili. Ma allora sorge la domanda: perché la vittoria promessa dei media digitali sul sistema museale non ha ancora avuto luogo? Stiamo assistendo infatti alla nascita di musei di arte contemporanea in tutto il mondo occidentale – e oltre. Dunque, come spiegare questa esplosione di musei di arte contemporanea se lo spirito del tempo sembra non apprezzare il sistema museale?

Mi sembra che ci siano due ragioni strettamente interconnesse per questo sviluppo. E queste ragioni consentono non solo la sopravvivenza del sistema museale, ma sono anche all’origine delle sue recenti trasformazioni. In primo luogo, è proprio la selettività dei musei a garantire la loro sopravvivenza. Per molto tempo i musei sono stati criticati in quanto luoghi in cui gli specialisti, gli addetti ai lavori e i pochi iniziati davano il loro giudizio preliminare su ciò che si può chiamare arte in generale e, in particolare, arte “buona”. La protesta contro il museo è stata accesa principalmente dalla pretesa – esplicita o implicita – dei curatori dei musei di basare le proprie strategie di scelta su un giudizio estetico consapevole e oggettivo. Dall’esterno dell’istituzione, l’obiettività del giudizio estetico è stata percepita come un’illusione, come una forma di corruzione – e le scelte curatoriali come prodotte da gusti soggettivi e interessi personali, appunto, dei singoli curatori.

Ma, guarda caso, è proprio quella corruzione, quel gusto personale ad attirare la gente ai musei. Come ho detto, i musei non sono più le fonti primarie di informazione sull’arte. Anche se lo volessero, non sarebbero in grado di annullare o di rimodellare l’informazione che passa per i media. In queste nuove condizioni, le strategie curatoriali personali e la politica dei singoli musei diventano interessanti e attraenti, invece di essere ambigue. Al giorno d’oggi, ogni museo opera in concorrenza con altri – perché opera nello stesso spazio mediale. In altre parole, oggi i musei non espongono arte, ma se stessi, la loro selettività, le proprie strategie di scelta. Il museo è diventato soggetto – visto che il soggetto contemporaneo è principalmente un soggetto che sceglie. In quanto soggetto, un museo è esposto dai media e confrontato con altri soggetti-museo.

Il museo ha perduto il suo carattere normativo e ha acquisito, invece, un carattere esemplare. Esso non indica più quello che il pubblico deve vedere. Piuttosto, offre un esempio di come esso possa scegliere quello che vuole vedere. L’interesse dello spettatore si sposta dunque dal singolo oggetto esposto al modo in cui esso viene contestualizzato e storicizzato dal museo – al perché è incluso e non escluso nella mostra, in primo luogo. In altre parole, la collezione permanente diventa meno rilevante rispetto al programma espositivo. Ma perché la pratica della mostra è così diffusa ai nostri giorni e attira tanta gente in tutto il mondo? Poniamo ancora una volta la stessa domanda: perché andare a una mostra, se si possono vedere le stesse cose su internet?

Nel suo famoso libro Gli strumenti del comunicare, Marshall McLuhan operava la nota distinzione tra media “caldi” e media “freddi”. Per McLuhan i media caldi per eccellenza erano la scrittura e la lettura che richiedono al soggetto un elevato grado di concentrazione. Altrettanto concentrato si suppone debba essere chi girovaga da solo da un oggetto d’arte al successivo in un museo – spiritualmente separato dalla realtà esterna, in un isolamento interiore. McLuhan riteneva che questa esperienza di concentrazione solitaria sui media “caldi” sarebbe stata sostituita da un rapporto più aperto al contesto della propria esistenza, da una comunicazione più sociale, consentita dai nuovi media “freddi”.

Questa analisi di McLuhan non può essere automaticamente applicata al più importante mezzo elettronico di oggi, internet. A prima vista, internet sembra essere freddo quanto la TV, se non più freddo, perché attiva gli utenti, attraendoli, se non costringendoli, alla partecipazione attiva nel medium. Tuttavia, chi siede davanti al computer e usa internet è da solo – ed estremamente concentrato.

Ora, si può sostenere che nei nostri tempi il medium più freddo sia la mostra d’arte – perché sposta l’attenzione del visitatore dall’essere spettatore verso il contesto, verso l’organizzazione e l’architettura dello spazio pubblico, verso le strategie di inclusione e di esclusione, eccetera. Ecco perché la mostra d’arte è in grado di includere tutti i tipi di media “caldi” – testi, film, video, musica, o immagini singole – “raffreddandoli”, cioè aprendo lo sguardo dei visitatori verso il contesto sociale e spaziale in cui i loro corpi si muovono. Il museo di oggi è un teatro dove il dramma della scelta personale è messo in scena ancora e ancora – un dramma in cui ogni soggetto moderno è necessariamente coinvolto. Ha senso parlare della teatralizzazione del museo.

E, in effetti, oggi la gente va ai vernissage nello stesso modo in cui va alle prime teatrali. In un certo senso, il museo contemporaneo realizza il sogno modernista di un teatro in cui non esiste una chiara differenziazione tra il palco e lo spazio per il pubblico. È come se il pubblico del teatro fosse invitato a entrare in scena e a diventare parte dello spettacolo. In realtà, il teatro contemporaneo utilizza sempre di più l’arte, e anche l’arte contemporanea – ma di regola non cancella la differenza tra palcoscenico e pubblico, tanto che l’inclusione dell’arte contemporanea resta iscritta nella scenografia tradizionale.

Ma nella mostra d’arte il pubblico è incluso nello spazio espositivo. (...) Raffreddando tutti gli altri media, la mostra d’arte contemporanea offre ai visitatori una possibilità di autoriflessione – e di riflessione sul contesto immediato della loro esistenza – che altri media non sono in grado di offrire allo stesso modo.

Traduzione di Saverio Bontempi

Dal numero 118 di Lettera internazionale, in uscita in questi giorni e dedicato al tema Corpo umano, corpo urbano, anticipiamo ampi stralci di un intervento di Boris Groys, teorico e storico dell’arte, autore fra l'altro del saggio Going public (Postmedia Books 2013), di cui alfabeta2 ha proposto nel numero 34 una conversazione con Silvia Franceschini e Vladislav Shapovalov.

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19 Risposte a Perché il museo?

  1. Neofita ha detto:

    A proposito di musei, un blog la cui frequentazione consiglio caldamente:
    museoprivato.blogspot.it

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