Marzio Barbagli

Nei primi mesi del 2012, nei media italiani, si fece prepotentemente strada l’idea che nel nostro paese fosse in corso un’epidemia di suicidi provocata dalla crisi economica. Tutti i giornali e tutti i canali televisivi iniziarono a dare sempre più spazio alle notizie dei piccoli imprenditori, dei commercianti o dei disoccupati che si toglievano la vita, senza tralasciare neppure i più impressionanti e tristi dettagli.

Talvolta, i telegiornali si aprivano con queste notizie e i quotidiani le presentavano in prima pagina. Questa tragica epidemia divenne subito oggetto di polemica politica. “Lei ce li ha sulla coscienza questi suicidi”, disse il 4 aprile di quell’anno, rivolgendosi al presidente del consiglio, Mario Monti, l’on. Antonio di Pietro, in un suo intervento alla Camera dei deputati. E molti pensarono che le cose stessero realmente così, pochi giorni dopo, quando la CGIA di Mestre, analizzando i dati dei suicidi rilevati dalle forze dell’ordine, mostrò che, dal 2008 al 2010, quelli “per motivi economici” erano aumentati, passando da 150 a 187. Da allora, queste statistiche furono citate centinaia di volte negli editoriali dei giornali, nei dibattiti televisivi, nelle discussioni fra amici, da tutti coloro che sostenevano la tesi dell’epidemia di morti volontarie.

Evidentemente, i ricercatori della CGIA non sapevano che la fonte della quale si erano serviti era la meno affidabile e che i dati che avevano presentato erano privi di valore, per almeno due motivi. Sottostimano (del 25-30%) il numero dei suicidi realmente avvenuti e fanno pensare che i carabinieri o i poliziotti possano stabilire, dopo aver parlato con un paio di parenti o di conoscenti di chi si è tolto la vita, quello che neppure un’ equipe di medici e psichiatri è in grado di fare dopo molti giorni di lavoro, cioè i motivi del gesto. Che questi dati non ci dicano nulla è noto da molto tempo agli esperti. Come ha ricordato, nel 1897, Emile Durkheim, già alla metà dell’Ottocento, Adolph Wagner e molti altri studiosi europei erano arrivati alla conclusione che “ciò che chiamiamo statistiche del motivi di suicidio è in realtà una statistica delle opinioni che si fanno di questi motivi i poliziotti, spesso subalterni, incaricati del servizio informazioni” (“Il suicidio”, Torino, Utet, 1969, p.187). Per questo, tutti i paesi europei rinunciarono, già nell’Ottocento, a raccogliere e pubblicare queste “pretese cause di suicidio”, come ricordava lo stesso Durkheim. In Italia però questa rilevazione è ripresa nel 1955.

In tutti i paesi occidentali, da almeno un secolo, ci si serve di un’altra fonte, che gli esperti considerano l’unica affidabile, perché presenta le morti avvenute in un determinato periodo di tempo per cause (e dunque anche quelle per omicidio o per suicidio), certificate dalle autorità sanitarie. Non fornisce informazioni sui “motivi”, perché sappiamo che ve ne sono sempre molti dietro ogni decisione di porre fine alla propria vita e accertarli è straordinariamente difficile. Le lunghe serie storiche che essa permette di costruire ci dicono che, nell’ultimo secolo e mezzo, l’Italia, la Spagna e la Grecia hanno avuto tassi di suicidio più bassi dei paesi dell’Europa centro-settentrionale; che in tutti i paesi occidentali è in corso da una ventina di anni una diminuzione di questo tasso; che nel nostro paese, la crisi economica non sembra aver prodotto, almeno fino al 2011, alcun mutamento di rilievo (come si può vedere dalla tab. 1).

Tab. 1 Tasso di suicidio in Italia, per 100 mila residenti, dal 1993 al 2011

1993 8,3
1998 8,1
2001 7,1
2002 7,1
2003 7,1
2006 6,4
2007 6,5
2008 6,7
2009 6,7
2010 6,7
2011 6,9

Fonte: elaborazioni dell’autore su dati Istat sulle cause di morte.

Ci vorrà un po’ di tempo prima che siano disponibili i dati del 2012 e del 2013. Ma se per caso indicassero un aumento del tasso di suicidio ci dovremmo chiedere se esso è dovuto alla crisi economica o all’effetto Werther prodotto dai media. Che i media possano avere un effetto imitativo è stato sostenuto già dal 1774, da quando Wolfang Goethe pubblicò il suo romanzo “I dolori del giovane Werther”, il cui personaggio principale si toglieva la vita sparandosi alla testa, e quando alcuni giovani si uccisero tenendo vicino a loro una copia del suo libro.

“Werther – scrisse Madame de Staël – ha provocato più suicidi della più bella donna del mondo”. Un secolo dopo, questa tesi fu ripresa dal sociologo francese Gabriel Tarde, secondo il quale l’imitazione aveva grande importanza per la vita sociale e anche per i suicidi. Durkheim la confutò con decisione e per oltre mezzo secolo gli studiosi non sono riusciti ad arrivare ad una conclusione sicura e condivisa in proposito. La situazione è cambiata nel 1974, quando un sociologo americano, David Phillips, ha dimostrato, con metodi di analisi assai rigorosi, che ben 26 dei 33 suicidi verificatisi nel suo paese nel ventennio precedente, ai quali la stampa aveva dedicato un articolo in prima pagina, erano stati seguiti da un aumento del numero di morti volontarie.

Da allora, altre ricerche condotte nell’America del nord, in Europa e in Asia hanno dimostrato che, dando spazio e rilievo ai casi di persone che si tolgono la vita, i media possono provocare effetti emulativi. L’imitazione non si limita ad anticipare degli eventi, cioè a far compiere prima dei suicidi che sarebbero stati comunque commessi dopo, ma ne provoca di nuovi, incoraggiando a congedarsi dal mondo persone che, sia per le vicende della propria vita, sia per le condizioni psicologiche e sociali in cui si trovano, sono particolarmente vulnerabili. L’emulazione è tanto più probabile quanto più i lettori e gli ascoltatori possono identificarsi con che si è ucciso, con la sua situazione e i suoi problemi. Recentemente, alcuni studiosi, richiamandosi ad un personaggio de “Il flauto magico” di Mozart che si lascia convincere a non togliersi la vita, hanno mostrato che i media possono avere anche un effetto Papageno, protettivo e dissuasivo, dando spazio a storie di persone con pensieri suicidi che sono riuscite a trovare soluzioni diverse ai loro problemi.

Basandosi sui risultati di tutte queste ricerche, l’Organizzazione mondiale della sanità si è rivolta in più occasioni ai professionisti dei media, indicando loro delle regole di condotta da seguire per evitare l’effetto Werther: non dare spazio e rilievo alle informazioni sulle persone che si tolgono la vita, relegandole invece all’interno dei giornali, in fondo alla pagina, o al termine dei telegiornali; non mettere mai la parola “suicidio” nei titoli degli articoli; non fare uso in nessun caso di espressioni allarmanti come “epidemia di suicidi”; non descrivere il metodo usato da chi ha fatto questa scelta; non parlare del luogo in cui questo è avvenuto; non pubblicare in alcun caso le note eventualmente lasciate; non presentare mai fotografie di quello che è avvenuto. Tutte regole che i professionisti dei media italiani hanno ignorato nel 2012 e che, anche se in misura minore, hanno continuato a non seguire nel 2013.

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10 Risposte a Effetto Werther ed effetto Papageno

  1. C P A Masa ha detto:

    Caro Barbagli, ottimo il chiarimento sulle statistiche e sui motivi dei suicidi; doveroso il richiamo alle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.
    Purtroppo i ‘professionisti’ continueranno a diffondere le loro tristi e dannosissime interpretazioni.
    Mi pare che spesso l’effetto Werther venga deliberatemente cercato: perché?

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