Fabio Pedone

Il suo nome è Ivo Brandani: ma forse non «come tutti». È nato con l’Italia repubblicana, nel 1946. Fa l’ingegnere, è perseguitato dal senso della catastrofe e darà il proprio contributo al perenne processo di falsificazione del reale curando la ricostruzione artificiale in plastica dei coralli del Mar Rosso, irrimediabilmente compromessi dall’inquinamento. Nel corso di una lunga attesa in aeroporto, un giorno di un non troppo lontano 2015, si immerge nella propria memoria, e nell’inconscio fluttuante e maledetto di una nazione intera.

Il problema per Francesco Pecoraro, al suo primo vero appuntamento con il romanzo, era gestire l’oscillazione tra la distanza necessaria per non cadere nelle trappole dell’autofiction e l’urticante contatto con un mondo fatto di materia troppo concreta, che ossessiona lo sguardo e invade l’io: un mondo colto con furia esplorativa fin dentro il nucleo più urgente del dettaglio, una realtà che va continuamente trasformandosi in peggio, decomponendosi senza remissione. E che in questa deriva trascina ogni ideale e ogni desiderio di ordine e bellezza. Non può che essere il tempo il vero protagonista in un romanzo che ha l’ambizione di incarnare le mutazioni del carattere italiano (purtroppo sempre fedele alle proprie premesse) usando come reagente un io che subisce la storia illudendosi a volte di poterla cavalcare, più spesso facendosene sovrastare.

Lo scopo in questo caso non poteva essere raggiunto senza bruciare ogni illusione ai piedi della dura coscienza del fallimento: da un’infanzia anni Cinquanta vissuta nella morsa della famiglia fino all’impegno dei Sessanta e al riflusso in una vita accomodante e schiacciata sotto un’unica insegna, quella del consumo e dell’imperativo a conformarsi o morire, Ivo Brandani non tace niente: spietato nei confronti di se stesso prima ancora che dei tempi in cui si è trovato a vivere, non fa sconti alla propria viltà.

Fino ad affrontare una consapevolezza ultima: «forse le diversità erano apparenti», «la lotta per le idee divenne lotta per il potere»; ogni sforzo di cambiare la realtà era solo un compiacimento verso istinti inconfessabili. E ogni tentativo di stabilire un ordine, di arginare la deriva e trasformare il paesaggio, nascondeva forse incontrollabili energie caotiche pronte a scatenarsi. L’unico modo per tentare di congedarsi dal proprio fallimento è allora esporlo ferocemente prima della fine.

La chiave della potenza di questo romanzo è il ritmo alterno che lo governa: il ricordo ricrea gli incanti e la felicità fisica delle estati d’adolescenza, vissute sotto la sferza del sesso, ma poi la mente che narra, dalla specola del futuro prossimo, impone un’autopsia su ogni abbandono, su ogni sogno. Nipotino furibondo del classico inetto novecentesco, Ivo ha uno statuto incerto, è un uomo di sensibilità vertiginosa costretto da un mondo che «non si lascia smuovere» a mutarsi in rimuginatore insofferente.

La sua competenza è il lutto, la sua Musa è il fastidio: non è un combattente ma un artifex, uno che doveva restarsene da parte nella lotta silente di tutti contro tutti (perché in realtà è stato questo il «Tempo di Pace») ma a cui l’epoca ha chiesto comunque di gettarsi nella mischia. È un testimone che non aveva la stoffa dell’uomo d’azione ma ha dovuto comunque aprirsi un varco tra gli ostacoli del mondo. Come negli autori che ci hanno regalato grandi protagonisti renitenti (da Bellow a Bianciardi), qui sul proscenio si agita prima di tutto una voce: risentita, feroce, umorale, ferita e profondamente umana. E capace anche di aprire squarci comici memorabili.

Nell’Italia di Brandani, tragicamente, l’incompiuto è una condizione ontologica. e vivere significa trascinarsi dietro un tempo parallelo, una proiezione fantasmatica: lo spettro di ciò che poteva essere il Paese, e che potevamo essere noi, se tutto non fosse stato condannato a impaludarsi nel disprezzo di sé e degli altri. Questa è la ferita incurabile: «la nostra identità è nel caos». Rivomitare la memoria è dunque quanto di più vicino ci sia a scrivere l’autobiografia di una nazione e del suo fallimento. L’unico modo di essere onesti è essere crudeli.

Francesco Pecoraro
La vita in tempo di pace
Ponte alle Grazie «Scrittori» (2013), pp. 511
€ 16,80

Il libro di Francesco Pecoraro è al primo posto nelle Classifiche pordenonelegge-Dedalus, per le quali i Lettori e le Lettrici hanno votato i migliori libri dell'intero 2013. 

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6 Risposte a La vita in tempo di pace

  1. […] (a sua volta tratta da il Manifesto), Le parole e le cose, Doppiozero, Panorama, Il Messaggero e Alfabeta2. Nessuna è d’accordo con me. Nemmeno voi lo […]

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