Fabio Sargentini

Al vernissage della mostra Anni‘70 a cura di Daniela Lancioni spunta il microfono di un giornalista che mi chiede : “Davvero Roma in quegli anni per l’arte contemporanea ha goduto di un prestigio internazionale?” Dal tono della domanda traspariva un’ombra di incredulità. Anche in me, via via che m’inoltravo nella mostra, cresceva una sorta di sbigottimento.

Questo decennio appassionante, da me vissuto in prima linea, era qui rappresentato da una lunga sfilza di opere, alcune anche belle, ma inerti, mute rispetto alla scena animata dell’epoca. La galleria d’arte, allora, mutò pelle, non più statico contenitore di opere, ma spazio duttile, dinamico, effervescente. La pittura scese dalla parete, la scultura dal piedistallo, il teatro abolì platea e palcoscenico. La galleria d’arte si animò di figure vive: corpi umani (danzatori, performers, musicisti) e corpi di animali (cavalli, leoni persino). Ogni genere di materiale, compresi acqua terra fuoco, invase il luogo espositivo.

Tutto questo ha il suo clou nel gennaio 1969 con la mitica mostra di dodici cavalli vivi nella galleria-garage l’Attico. Io ci metto lo spazio, Kounellis i cavalli. L’immagine della mostra pubblicata da Harald Szeemann nel catalogo della mostra When attitudes become form fa il giro del mondo. In aprile mi reco a New York per ingaggiare musicisti e danzatori che sono tra le personalità più innovative della scena newyorchese: Trisha Brown, Steve Paxton, Simone Forti, Terry Riley, La Monte Young. Nel corso di un party noto un gruppetto di artisti che discute animatamente.

Uno dice: “Sapete che in una galleria a Roma hanno esposto dei cavalli vivi?” Che soddisfazione ho provato! Le gallerie d’arte americane erano tutte collocate ancora a vari piani dei grattacieli, accanto a uffici legali, parrucchieri, negozi di abbigliamento. Roma ha dato scacco matto a New York, pensavo passeggiando per le vie di Manhattan. Di lì a poco anche galleristi come Leo Castelli e Ileana Sonnebend avrebbero aperto a Soho spazi con la caratteristica del loft.

Jannis Kounellis, Dodici cavalli

Jannis Kounellis, Dodici cavalli (1969)

Nel corso degli anni si susseguono al garage di via Beccaria e nel nuovo spazio affrescato di via del Paradiso numerosi festival di musica e danza americane, alternati con mostre spettacolari: lo Zodiaco vivente di De Dominicis, i graffiti sul muro di Sol Lewitt, gli happenings di Bob Withman, lo slide show esotico di Jack Smith, la musica minimalista di Phil Glass e Steve Reich, la video performance di Joan Jonas, la scultura cantante di Gilbert & George, il violinista sui tetti di Kounellis, i tableaux vivants di Ontani… Questa serie prolungata di eventi contribuisce a svecchiare il teatro sperimentale romano ed ha un forte impatto su registi come Carella, Barberio Corsetti, Martone. A Memè Perlini dò in uso il garage per rappresentarvi Locus Solus.

Certo, a Roma non c’è soltanto l’Attico. Chiusa la galleria La Tartaruga, fa ancora mostre di qualità la Salita, mentre il torinese Sperone propone artisti concettuali americani e inglesi. Sale la stella del critico Bonito Oliva che organizza sotto l’egida degli Incontri Internazionali due mostre pubbliche, Vitalità del negativo al Palazzo delle Esposizioni, e successivamente, nel ’73, Contemporanea al parcheggio sotterraneo di Villa Borghese (ancora un garage!). Contemporanea è importantissima perché affianca all’arte visiva teatro, musica, danza, cinema e ufficializza così la linea effimera portata avanti dal garage de l’Attico. Nel 1976 chiudo quest’ultimo con un allagamento e trasformo la galleria in un battello che naviga il Tevere: L’Attico in viaggio.

Nel 1977 presento alla sala Borromini, coadiuvato dal Beat ’72, India-America, musica e danza un festival che ha enorme successo. Il nuovo assessore alla cultura, l’architetto Nicolini, come primo atto significativo finanzia il manifesto del festival e concede gratis la sala. È di qui che parte la cavalcata di Nicolini. L’avanguardia artistica nelle sue espressioni effimere, musica, danza, video si scioglie nella festa popolare che così assume forme raffinate. I luoghi prescelti sono spazi aperti, suggestivi: Massenzio è l’apoteosi di Nicolini. La linea effimera sfonda dappertutto. Persino l’assessore parigino Jack Lang la fa sua. Esce un libro di Calvesi dal titolo eloquente Avanguardia di massa. Io mi dò al teatro sperimentale. Bonito Oliva si fa paladino del ritorno alla pittura con la Transavanguardia. Siamo alle soglie degli anni’80...

Il giornalista è ancora lì con il microfono che aspetta la mia risposta sospesa. “Erano anni d’oro, glielo assicuro” gli dico mentre volgo lo sguardo intorno cercando invano conferma alle mie parole. “Se vuole, la invito a cena, e glieli racconto” dico al giornalista a microfono spento.

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9 Risposte a La linea effimera

  1. Carlo A Borghi ha detto:

    Magnifico Sargentini. è un peccato ritrovare impagliato e imbalsamato quel decennio di “corpi a corpi” al chiuso e all’aperto. La Linea Effimera era una sottile linea rossa. Al di là di quella linea c’era il futuro. Grazie

  2. antonio arévalo ha detto:

    “La stagione dell’effimero, come la chiama Sargentini in omaggio a Renato Nicolini, per definizione non ammette di essere musealizzata”: Saggio!!.

  3. Alessandro Vasari ha detto:

    Sargentini e’ il degno corifeo di anni pieni di senso concettuale ed effimero. La Mostra non rende merito a quegli anni così dinamici, ma è un modo per parlarne e raccontarne l’intensità bella.

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