Giorgio Mascitelli

In ogni caso l’happy hour ora non dura soltanto un’ora, ma si dilata a due, tre, anche quattro come sembravano durare le lezioni più noiose a scuola, solo che qua ci si diverte. L’happy hour è un’importante articolazione della vita moderna, che avrà pure il suo logorio e le sue crisi, ma anche una complessità nelle relazioni sociali che non può essere sottaciuta o sottovalutata a pena di trascurare la predetta complessità, e anche il predetto logorio.

L’happy hour non è solo occasioni di trastulli, diporti e momenti ameni, ma può diventare un utile veicolo dall’interfaccia friendly per introdurre amichevolmente anche relazioni che afferiscono all’ambito lavorativo e/o del prodotto interno lordo. Proprio in questo spirito io e Gaston Monteron, che dovevamo interfacciarci per via di alcune restilizzazioni che dovrei realizzare per loro, abbiamo deciso di incontrarci a un happy hour con le nostre rispettive Lei affinché risultasse evidente lo statement amichevole dell’happy hour.

Mi avvedo che forse questa formulazione pecca di scarsa correttezza e sarebbe meglio correggerla perché non è detto che ogni Lui abbia la sua Lei e soprattutto che ogni Lei debba essere posseduta da un Lui ( e perché non viceversa? Ma qui è prematuro evocare lo spettro del toy-boy) e allora riformulando più correttamente: decidemmo congiuntamente che loro, cioè noi, si incontrassero con loro, cioè loro, a un happy hour dall’interfaccia amichevole nel corso del quale, pure, si sarebbero instaurati gli elementi primi di un pour parler informale e molto amichevole in vista di una concretizzazione ulteriore nella fase positiva di una transazione impegnativa per entrambe le parti.

Scegliemmo concordemente il Geomethrykah, un locale il cui personale è professionale e caraibico, come la residenza fiscale della proprietà ( ma di isole diverse però!). Il Geomethrykah predilige nel suo interior design i cateti, le linee rette, i poliedri regolari (unica eccezione le fontanelle decorative tra i tavoli che poggiano su colonnine), insomma uno stile dorico ma trasparente nella convinzione che questa sobrietà angolare esalti al meglio le sinuosità delle generose frequentatrici.

Al momento dell’incontro tra le parti, in definitiva, la nostra parte era costituita da Me e dalla Mia Lei e la loro da Lui e dalla Lei di Lui in una perfetta e serena simmetria che si intonava ai motivi euclidei dell’interior design del locale. Vista la natura amichevole dell’happy hour, ci demmo senza esitazione del tu (intendo che io diedi del tu alla Lei di Lui e Lui diede del tu alla Mia Lei e viceversa, perché io e Lui ci davamo già del tu).

Ordinammo da bere a una delle cameriere che rispondono ai nomi di Mia, Ella e Donna, mentre esse chiamano indistintamente i due baristi dietro al bancone “Ehi man!”. La sua Lei ordinò un cocktail dal colore rubino opalescente, dal cui bicchiere spuntavano alcuni alberelli e ombrellini; la mia ebbe un liquido giallo girasoli di Klein con riflessi ocra e fette di agrumi tropicali dentro il bicchiere; Lui, cioè Gaston Monteron, prese un liquore terra di Siena con molto ghiaccio però; il mio presentava un colore magenta chimico con sfumature smeraldine da caletta sarda al tramonto. La conversazione era amichevole, l’interfaccia era amichevole, il clima era amichevole.

Amichevole o no, la vescica, che non bada alle ragioni del cuore, nel corso dell’happy hour mi presentò le sue impellenti ragioni e io fui indotto a ritirarmi per evacuarla a bell’agio. Quando ebbi espletato, feci per aprir la porta della toaletta, ma la porta non si aprì perché la serratura magnetica non scattava e io tecnicamente si può affermare che ero chiuso dentro il cesso. Dopo aver riprovato senza successo decisi di sedermi un attimo e attendere con calma l’arrivo di qualcuno in bagno senza cedere all’agitazione.

Ma non erano trascorsi neanche due minuti che la mia giacca prese a vibrare mentre udivo il trillo che annunzia l’arrivo di un sms. Era un sms di Lei che domandava “Dove ti 6 cacciato?”. Subito le risposi: “Sono in bagno, ma non riesco a uscire, puoi venire a liberarmi?”. Un altro trillo: “Non dirmi ke non 6 capace di uscire dalla porta di un bagno”. Io allora: “Eppure è così”; un altro trillo: “Certo non posso venire ad aprirti ti rendi conto ke figura ci fai? Gli ho detto ke ai ricevuto una telefonata importante dall’Australia”.

Meno male che Lei che riteneva di aver sedato lo scandalo sostenendo che avevo ricevuto una telefonata d’affari da un posto dove erano le quattro del mattino! Provai a sfondare con una spallata, ma la porta mi respinse! Poi mi sembrò di udire delle voci e mi sforzai di modulare in maniera comprensibile un “Per favore mi potete aiutare”, ma l’altrettanto comprensibile senso di umiliazione mi seccava la gola e mi strozzava il grido di soccorso. Sentii la porta esterna richiudersi.

Passarono i minuti, non c’era nessun trillo, nessun fruscio, nessuna voce. Mi trovavo nella condizione di dover scegliere se chiamare aiuto in maniera plateale esponendomi al ridicolo di divulgare che non sapevo più aprire una porta che io avevo ben chiuso oppure di lasciar sfiorire il tempo dell’happy hour, magari offendendo l’illustre commensale, cioè Gaston Monteron, ma mantenendo inviolata la mia dignità nel mondo dei serramenti.

Mi trovavo a dover scegliere come l’ultimo degli sfigati a cui si finisce col dire di mangiare questa minestra o di saltare dalla finestra, con l’aggravante che non c’era nessuna finestra perché era un bagno chiuso con la ventilazione forzata. Poi compresi con un’illuminazione istantanea che se ero chiuso in un cesso senza sfoghi, mentre cominciavo ad avvertire distintamente l’odore degli escrementi trascorsi da quello scarico, questa era un’allegoria. E non era un’allegoria amichevole.

All’improvviso si spense la luce e io cacciai un Ohi di spavento. Subito la luce si riaccese: era Ella, che non sentendo nessuno, aveva pensato che qualcuno avesse dimenticato la luce accesa. Le esternai il mio problema ed Ella mi assicurò che sarebbe ricorsa a Mia che aveva le chiavi di riserva, per un attimo ebbi l’assurdo timore che sarebbe andata dalla Mia Lei, ma compresi che alludeva alla sua collega. Alla fine invece venne Donna a liberarmi.

Rientrai nel salone e subito una folata di sollievo mi accolse. Mi sedetti accanto alla Mia Lei che rideva e scherzava dolcemente nel clima amichevole che si era ormai instaurato. Mai come allora mi immersi in lei, mai come allora mi piacque immensamente, mai come allora mi fece dimenticare di me, mai come allora ebbi tanta voglia di Lei. Mai come allora ebbi voglia di parlare d’affari. Nessuno faceva menzione del periodo e del motivo della mia scomparsa. Si era trattato soltanto di una brutta allegoria. Forse avevo mangiato pesante.

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3 Risposte a Un Happy Hour

  1. RAFF BB LAZZARA ha detto:

    non male

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