Andrea Cortellessa

Senz’altro ci sono, nel Novecento italiano, autori di lui più «importanti» (Gadda, per esempio) e, altrettanto certamente, scrittori più «bravi» (Landolfi, ovvio). Ma non ci sono scrittori più necessari di Antonio Delfini. Perché Delfini non è semplicemente un «sottovalutato» (lo è moltissimo, lo è in misura scandalosa), ma uno scrittore costitutivamente irrealizzato – per molti versi, anzi, irreale. E dunque, ogni volta tocca inventarselo.

Quando qualche anno fa – dopo un quarto di secolo d’ingiustificato intervallo – finalmente Einaudi riprese a proporre i suoi scritti, in una silloge che assai umoralmente – il che non poteva sorprendere, occupandosene Gianni Celati – smembrava uno dei due unici libri in qualche modo riusciti a far capolino nel canone (i racconti del Ricordo della Basca), il bellissimo titolo fu preso da una delle falotiche affiches autopubblicitarie colle quali, materialmente attaccandole sui muri della sua Modena, di frequente si baloccava Delfini: Autore ignoto presenta.

CARTOLINE_Pagina_2 (611x640)«Ignoto» anche ai suoi cultori più appassionati (diceva giustamente Cesare Garboli, introducendo nel 1982 ai suoi Diari, che Delfini più che un individuo fu una costellazione: «i pezzi di cui era fatto, psicologici, intellettuali, emotivi, erano unici, rari, e non solo introvabili, ma programmati ciascuno per suo conto»; è vero dunque che il suo capolavoro resta il suo libro più disorganico, il libro-non libro appunto dei Diari; peccato che lo stesso Garboli, come spesso gli capitava, ne abbia lasciata un’edizione in cui l’umoralità passa il segno del condivisibile): perché «ignoto», in fondo, restò a se stesso per primo.

Cosicché, come capita al nostro piccolo mondo letterario – che ogni tanto si risveglia, si stiracchia, a mezza bocca mormora ah già, ci sarebbe pure Delfini, poi subito ripiomba nel torpore –, tutti i suoi numerati lettori, ogni volta che lo rileggono, scoprono uno scrittore diverso: lui che in effetti ogni volta si reinventava, sorprendendo tutti e lui per primo (davvero era, come ha sintetizzato una volta Alfredo Giuliani, «uno scrittore marginale a se stesso»).

CARTOLINE_Pagina_9 (636x640)Così avvenne, fra il 1958 e il ’59, in conseguenza dell’ultima, della più atroce delle mille delusioni che hanno innervato l’esistenza di questo eterno adolescente, di questo bipolare da manuale, di questo virtuoso del desengaño: la breve storia d’amore con una «Luisa B.», giovane e superficiale figlia di ricchi industriali di Parma conosciuta a dicembre, che per l’ultima volta lo fa illudere circa una vita possibile, effettiva, reale («è da oggi che ho moglie», scrive sul diario il 7 gennaio; il 4 marzo annota: «Ricevuto lettera dalla cialtrona Luisa B. in cui si dichiara che ella mi pianta»).

Tale microscopico aneddoto sentimentale è il big bang che sprigiona una corrente di atrabile esistenziale, di mauvais sang, di aggressività retorica che non conosce pari, almeno fra quelli testimoniati dalla nostra letteratura: l’odio per la borghese di Parma («il simbolo della frode, del tradimento e del peccato») dà vita al personaggio di Misa Bovetti («Misa» e «Nisa» sono due suoi ricorrenti senhals), epitome di ogni malagrazia e infingardaggine del capitalismo italiano, in Misa Bovetti e altre cronache (Scheiwiller 1960); e scatena la fantasmagoria geografico-erudita di Modena 1831. Città della Chartreuse (ivi 1962: in cui l’ubbia, coltivata da tempo, per cui Modena appunto, anziché Parma, fosse la città narrata da Stendhal, è rinfocolata dalla metonimica avversione per la città della cialtrona).

Delfini Foro Boario (640x427)

Gianluigi Toccafondo, Antonio Delfini - Foro Boario

In forma di invettiva diretta, invece, sono le poesie che Delfini prende a tambureggiare sul «Caffè» di Giambattista Vicari, e che Giorgio Bassani lo convince a raccogliere in volume (presso Feltrinelli, nel ’61): sicché le Poesie della fine del mondo diventano l’altro titolo cui per lo più si lega la memoria del suo nome (e dunque al demone di Luisa B. si ricollegano, in un modo o nell’altro, i tre libri pubblicati negli ultimi tre anni di vita da Delfini: che muore il 23 febbraio 1963).

Ed è una vera e propria scoperta, da parte di Delfini, quella della «mala poesia». Naturalmente si connette a un genere carsico, quello della satira e dell’invettiva, che da sempre scorre in parallelo a quello della poesia lirica (tanto è vero che di lì a poco, nel ’64, Cesare Vivaldi potrà curare da Guanda un’ampia antologia di Poesia satirica nell’Italia di oggi, che allinea Delfini a, fra gli altri, Giuliani, Pagliarani, Balestrini e Sanguineti); ma in Delfini da un lato si riscontra una precisa, polemica intenzione letteraria (in un componimento disperso definisce il suo «l’anticanzoniere» di un «Francesco Antipetrarca»), dall’altro il suo cattivo umore trascende a colorare di sé non un singolo, aneddotico oggetto d’avversione ma, appunto, un intero mondo.

CARTOLINE_Pagina_4 (447x640)È davvero un’apocalisse quella che si disegna in questi versi («una fine del mondo che non si quando avverrà o quando avvenne», scrive Delfini nella Premessa al libro), che travolge nella sua interezza un tempo odiato («Erano, sono e resteranno / i tempi più tristi della storia») nel quale Delfini si getta a corpo morto (a Porta San Paolo il 6 luglio del ’60 – alla vigilia della strage di Reggio Emilia – protestando contro Tambroni viene ferito di striscio dalla scudisciata d’un carabiniere a cavallo: «È la seconda rivolta comunarda / È la prima italiana / È il secondo Settanta / È il secondo Diciassette / È l’industriale fatto a fette», aveva appena cantato a Genova «in rivolta»), trascinando con se tutto e tutti (un’invettiva contro l’allora segretario dell’odiatissima DC, cautamente censurata da Vicari come O Goro, suonava in realtà: «Tu Moro moristi come un cane / eri un cane tra i lenoni / come un cane eri un servo fedele / avevi l’affetto più vero e sincero / per loro, i padroni»).

Delfini Via scarpellini a Roma 1956 (640x427)

Gianluigi Toccafondo, In via Scarpellini, Roma, 1956

Ed è davvero un «Antipetrarca» chi capovolge diametralmente, simmetricamente, l’ossessione per il passato (un passato d’invenzione o «eventuale», come lo ha definito Ginevra Bompiani) dei racconti del Ricordo della Basca (e di quel pezzo formidabile che è la loro introduzione, Il ricordo del ricordo) in un futuro da tregenda, fosco come un redde rationem («… un dì sarai presa d’angoscia», «Finirà il mondo quando le tue ossa in polvere / recheranno la peste alla gente spermatizzata […] / Ti guarderò senza farmi le pugnette»), che si scaglia in primo luogo appunto contro il passato e il suo culto: «Mercanti d’Italia voi siete alle corte! […] non siete che polvere di rotti bicchieri, / di cui faremo carta vetrata per sfregiare la faccia / dei nostri irricordabili ricordi di ieri!» (del resto l’aveva detto, nei Diari: «Il pensiero è profezia e ricordo. La vita è avvenire e passato. La vita non è mai presente. Il presente non è mai»).

L’edizione approntata da Irene Babboni nella «bianca» riprende il traliccio della precedente curata da Daniele Garbuglia (con introduzione di Giorgio Agamben) da Quodlibet nel 1995, che completava il libro del ’61 con i non pochi componimenti usciti sul «Caffè» rimasti esclusi (per un giudizio non sempre, si ha motivo di pensare, di natura letteraria); aggiunge ulteriori poesie dell’ultimo periodo (fra le quali bellissima l’ultima, del capodanno ’61); ne omette il commento (utilissimo); ha il pregio però di rendere noti, nelle prime sezioni, molti componimenti di tutt’altra stagione (quella anni Trenta testimoniata in parte dall’autoedizione del Quaderno n. 1, 1932), fra i quali molte delle «poesie di fattura molto frettolosa» per ciò omesse da Garboli e da Natalia Ginzburg dal corpo dei Diari in cui figuravano (con ciò non capendone la natura «al di qua di ogni letteratura», dichiarata dall’interessato in un componimento del ’42).

CARTOLINE_Pagina_7 (640x452)E soprattutto dà corpo a un fantasma tra i più suggestivi dell’«anticanzoniere»: quello per cui, dichiarava Delfini a congedo del libro, «moltissimi versi (quasi un terzo dell’opera intera) sono titoletti di notizie di giornali, tolti così a piacere del poeta e immessi nel testo delle poesie». La maniera dei parasurrealisti presqu’automatiques 1940, pubblicati sul «Caffè» nel ’62 e pure qui riportati, davvero arriva sin nel corpo delle Poesie della fine del mondo: se è vero che nel volume Einaudi viene riprodotto fotograficamente l’anello mancante.

Sono, alle pp. 49-57, i collages verbali nel ’39 materialmente ritagliati e incollati da titoli a stampa, cui fanno cenno i Diari («Foglietti talloncini note frasi-scritte per caso in viaggio o per istrada e magari parole isolate immagini e persino ritagli di giornali rimasti chissà perché in tasca o nel portafogli»),quattro dei quali vennero pubblicati su L’Arcitrivella, una strenna modenese del ’62 (davvero un anello mancante, se si pensa che proprio il collage verbale veniva allora praticato da Giuliani, Porta e Balestrini – che ne esposero alcuni, nel novembre del ’64, al secondo convegno del Gruppo 63 a Reggio Emilia – prima che il cut-up restasse operativo nel solo Balestrini, oltre che in Pagliarani).

09Toccafseq A4 (640x602)

Gianluigi Toccafondo, affresco digitale

E che oggi, gigantografati da Gianluigi Toccafondo, decorano la volta della Biblioteca Civica che ad Antonio Delfini è stata intitolata nel 1992: «un gesto», annota Babboni, «al Delfini attacchino, editore e promotore di se stesso sarebbe sicuramente piaciuto moltissimo». E davvero, volgendo gli occhi al cielo, a Delfini si guarda volentieri.

Antonio Delfini
Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo
a cura di Irene Babboni, prefazione di Marcello Fois
Einaudi (2013), pp. XXIX-229
€ 15,50

NOTA

Si riproducono qui quattro collages poetici dai nove complessivamente realizzati nel 1939-40 e pubblicati, in parte in L’Arcitrivella. Strenna modenese per l’anno 1963 (Società d’incoraggiamento per gli artisti della provincia di Modena, 1962), in parte – in seguito – in cataloghi di mostre; per la prima volta sono raccolti alle pp. 49-57 di Poesie della fine del mondo, del prima e del dopo. Gli originali sono perduti, ma Giovanna Delfini ne conserva fotocopie e riproduzioni fotografiche. Le restanti immagini provengono dall’«affresco digitale» realizzato nel 2009 da Gianluigi Toccafondo e collocato sulla volta della sala conferenze della biblioteca civica Antonio Delfini di Modena; e dal catalogo della mostra Immagini di Antonio Delfini, tenutasi alla Biblioteca Estense della stessa città nel 2007. L’artista ha interpretato le fotografie originali in composizioni fantastiche e “arcidelfiniane” che in seguito sono state ingrandite con procedimento a stampa digitale e plotter su un film in PVC applicato direttamente sul soffitto.

*Per le immagini si ringrazia la casa editrice Einaudi, la Biblioteca Estense Universitaria e la Biblioteca Civica Antonio Delfini di Modena.

Share →

8 Risposte a Antonio Delfini, l’attacchino metafisico

  1. […] – Andrea Cortellessa su Alfabeta2 scrive un pezzo bello e appassionato su Antonio Delfini in occasione dell’uscita di una sua raccolta di […]

  2. […] Mazziotta, si trovano su: «alfabeta2», in un approfondito articolo a cura di Andrea Cortellessa (qui) e su «La presenza di Erato» in un post a cura di Mariagrazia Trivigno […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi