Ornella Tajani

È una parabola del desiderio quella proposta da Lars Von Trier con Nymphomaniac. Incorniciato in una forma a metà tra il dialogo filosofico e la confessione, il film si presenta in due parti strutturate in otto capitoli: dalla nascita del desiderio – Joe, la protagonista ninfomane, che da bambina allaga il pavimento del bagno e con l’amica del cuore gioca “a fare la rana”, strusciandosi per terra a pancia sotto – alla presa di consapevolezza del proprio corpo e delle sue possibilità – salendo su un treno senza biglietto, chi delle due riesce a collezionare il maggior numero di partner occasionali durante il viaggio vince un pacchetto di caramelle – sino all’intrapresa di un percorso che non può che essere solitario - l’amica, infatti, innamorandosi, finisce con l’abbandonare il club adolescenziale dai rituali esteticamente satanici, fondato sul sesso al fine di combattere “una società ossessionata dall’amore”.

Poi l’inevitabile interruzione: il desiderio, che ha sempre bisogno di ostacoli, si arena per eccessivo soddisfacimento; la seconda parte del film vedrà la serie di strategie messe in atto da Joe per farlo rinascere attraverso varie terapie d’urto, travestimenti, masochismo, pericolosità insite in situazioni incontrollabili. Infine una specie di sdoppiamento – P., la ragazza che ha una storia con lei, inizia una relazione con Jerôme, il primo degli amanti della protagonista - che è anche un vedersi dal di fuori e in qualche modo una resa dei conti col desiderio prima della rinuncia.

Parallelamente assistiamo alla parabola dell’interlocutore, il vecchio Seligman, che raccoglie Joe ferita e ascolta la storia della sua vita. Se inizialmente i suoi tentativi di interpretare e comprendere gli eccessi della donna attraverso riferimenti alla biologia, alla storia, alla religione e all’arte sembrano a tratti efficaci, verso la metà del film, e dunque dall’inizio della seconda parte in poi, la sua dialettica comincia a perdere colpi: “questa è una delle tue più deboli digressioni”, lo interrompe d’un tratto Joe, che in maniera speculare all’uomo diventa invece più scaltra e acuta man mano che il film avanza. È come se la cesura tra le due parti segnasse un rovesciamento: Seligman è riuscito a recepire la ricerca del soddisfacimento del desiderio, ma il dramma del suo temporaneo spegnimento gli è molto più oscuro.

Questo perché il desiderio è qualcosa che gli è sconosciuto, come lui stesso rivelerà: vergine e asessuato, Seligman si configura solo apparentemente come il confessore perfetto ad accogliere un racconto che sarà “lungo e morale”, come avverte Joe in una delle prime battute. Ma la moralità di cui la donna parla non è religiosa né sociale e nel film si assiste proprio al progressivo distaccamento del desiderio da ogni altra regola, alla sua affermazione come morale indipendente.

L’impossibilità di Seligman a comprendere fino in fondo, con le sue associazioni via via più ingenue tra ciò che ascolta e il suo bagaglio di conoscenze, può dunque essere vista anche come quella del critico nei confronti del film: Nymphomaniac rifiuta qualsiasi teoria interpretativa e il racconto della protagonista, la vita biologica del suo desiderio, è comprensibile solo a chi il desiderio lo ha realmente sperimentato. Una scena che lo dimostra chiaramente è quella in cui Joe, ormai diventata una “debt collector”, ossia uno di quegli estorsori che minacciano e puniscono su commissione, si ritrova davanti a un uomo del quale non riesce a cogliere il punto debole: scoprirà infine che l’uomo ha pulsioni pedofile e, impietosita dall’averlo smascherato, dall’avergli rivelato un segreto che lui forse nascondeva anche a se stesso, gli pratica una fellatio.

Qui Seligman si rifiuta categoricamente di capire: Joe sente il pedofilo a sé affine perché questi è dominato da un desiderio che la società condanna, sono due reietti nel mondo delle voglie politicamente corrette; ma non si può condannare un uomo per la sua natura, più di quanto si possa condannare una vespa che finisce col pungerci, come affermava il moribondo di Sade alla fine del dialogo con il prete. Se Seligman può inizialmente essere frainteso come l’incarnazione della scientia sexualis, in antitesi all’ars erotica di Joe, che estrae invece la verità dal piacere stesso, l’ultima scena del film, efficace nella sua prevedibilità, dimostra che egli non può essere artefice di nessun “discorso di verità”: anche un eventuale riferimento foucaultiano è destinato a naufragare e quello che resta è solo la prepotente rivendicazione dell’autonomia del desiderio da ogni altra possibile legge.

 

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11 Risposte a A proposito di Nymphomaniac

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