Roberto Rizzente

«L’Italia è la nostra porta verso l’Europa». Ha destato clamore la dichiarazione, lo scorso dicembre, di Hasan Rohani. Del resto, non è la prima volta che il neopresidente iraniano lancia segnali distensivi all’Occidente: valgano per tutti le recenti riflessioni sull’Olocausto. Eppure, secondo il Nobel Shirin Ebadi, nulla nella realtà di tutti i giorni è cambiato. Basti considerare il numero delle esecuzioni capitali “per inimicizia verso Dio”, drasticamente aumentato nel 2013.

Nonostante le tensioni, e anzi proprio per questo, l’Iran attraversa oggi un periodo di grande fermento culturale. E non solo grazie ai cineasti di punta. Grande eco ha avuto, negli scorsi giorni all’Arte Fiera di Bologna e alla Galleria Officine dell’Immagine di Milano, “Inside Out”, la personale dell’emergente Gohar Dashti. Classe ’80, nata ad Ahvaz e residente a Teheran. Ella colpisce per la capacità di raccontare le contraddizioni del presente in immagini di sfolgorante e algida bellezza, che scavano nel quotidiano e poi lo universalizzano, quasi trasponendolo in una dimensione altra, certo allegorica, fuori dal tempo.

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Gohar Dashti, Today's life and war (2008)

C’è molto, della tradizione occidentale, in questi lavori. La memoria americana dell’iperrealismo, ad esempio. Le foto della Dashti sono stranianti; non circola l’aria, la vita – in apparenza spensierata - è come trattenuta, pietrificata. Per quei colori smorti o viceversa troppo saturi, alla David Stewart. Per i dettagli, a tratti surreali, la giustapposizione di strati, sempre equivoca e mai scontata, come in una reviviscenza, applicata alla fotografia, delle teorie di Kulešov sul montaggio. E per le geometrie attente, viziose, alla Miss Violence, che tutto categorizzano, tutto sistematizzano, anestetizzano, per nascondere la bestia.

Così nel primo ciclo, Today’s Life and War (2008). La vita domestica degli sposi novelli, scandita dal rito della cena, la televisione, il sonno e la lettura del giornale, è qui trasposta in uno scenario di guerra, fatto di tank, trincee e filo spinato. Solo che nulla, negli sguardi della coppia, lascia trapelare l’apprensione. È come in una novella kafkiana: l’extra-ordinario s’innesta nell’ordinario. Lo sommuove, lo altera, lo indirizza. Ma tutto rimane, in superficie, come prima. È agli altri, gli spettatori occidentali, abituati alle tassonomie e la consequenzialità logica dei fatti, che viene riservato lo scandalo.

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Gohar Dashti, Volcano (2012)

Il gusto per le immagini perturbanti torna in Slow Decay (2010). Nulla lascia intuire il paradosso. Tutto appare fin troppo ordinato, persino banale. Ma la postura dei bambini e le donne; i colori tenui, gli sguardi persi nel vuoto ci mettono in allarme. Rendendo propizia l’epifania del sangue, il trait d’union tra esterno e interno. La pietra dello scandalo che porta con sé echi della guerra e li affonda nella quiete domestica, irrimediabilmente alterandola, fino a corrompere i corpi, gli oggetti, le memorie, dilavando le certezze, le speranze, le vane pretese di normalità.

Ancora più esplicita è la serie del 2012, Volcano. L’Iran è, per Gohar Dashti, un vulcano dormiente: placido, all’apparenza, ma con in nuce il magma incandescente della violenza. Nel rappresentare la vita dei cittadini, ella segue questo doppio binario, imbellettando la superficie, con un gusto certo pop, e al contempo contraddicendola, tramite quella coda oscura di rettile, confinata in un angolo. Un particolare magari piccolo, che a fatica vediamo. Ma dal potenziale esplosivo. Come la bomba sotto il tavolo teorizzata da Hitchcock, pronta in ogni momento a sparigliare le vie del presente.

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Gohar Dashti, Untitled (2013)

Punto di arrivo di questo percorso sono gli Untitled del 2013. Gohar Dashti torna qui agli esterni, gli scenari del ciclo primo, rarefatti e silenziosi. Ma alla coppia di sposi sostituisce l’umanità tutta, isolandola nel mezzo del niente, in una vasca, un fosso o uno steccato. Inevitabile pensare al Beckett di Aspettando Godot e gli Atti senza parole: gli iraniani annaspano, ridono, giocano, amano, ma sono come sospesi su di una pedana, oscillante nel vuoto, oltre la quale non è lecito spingersi. Per paura, forse. O forse perché così vuole il Governo. Tollerante e solidale, a parole. Ma nel fondo reazionario.

 

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3 Risposte a L’Iran tra passato, presente e futuro

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