Francesca Franco

Su alfadomenica del 9 febbraio proporremo un'ampia recensione della mostra Anni ’70. Arte a Roma curata da Daniela Lancioni e in corso al Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 2 marzo.

Nel frattempo segnaliamo l’uscita della seconda edizione del catalogo (Iacobelli editore), che si arricchisce di un intervento di Emilio Prini, «Manifesto», concepito per la collettiva presentata da Germano Celant alla Kunstverein di Monaco di Baviera («Arte Povera», München 1971): una pagina bianca contrassegnata solo dalla sua didascalia. In antemprima pubblichiamo l'opera.

Emilio Prini, Manifesto per _Arte Povera_ München 1971 (468x640)

Emilio Prini, Manifesto (per “Arte Povera” - München 1971)

La medesima pagina rappresenterà l’artista nel percorso della mostra, lanciando un ponte temporale tra ieri e oggi. La nuova opera assomma dunque in sé i caratteri della (auto)citazione e della tautologia ma compone simultaneamente anche un palinsesto, rivendicando una scelta o necessità di sottrazione, confermando una ricerca di pienezza (di riferimenti storici, di significati testimoniali, di personale riflessione estetica) in quel misterioso silenzio, che precede il linguaggio articolato e lo sottende.

Oppure nell’assenza, ma in questo caso sarebbe più giusto parlare di distanza. Perché l’artista c’è, è presente e interviene con sottile ironia e gusto dell’improvvisazione.

La sua invisibilità è frutto, piuttosto, della predilezione accordata a mezzi semplici e dimessi, forse perché più autentici. È espressione di un’attenzione linguistica portata sulle componenti primarie ed essenziali, quasi sempre immateriali, del procedimento artistico, come la memoria. Attraverso la quale l’attitudine mentale dell’artista si trasforma ora in una forma enigmatica e sincera quanto un candido foglio di carta, per rivelare l’idea nell’immaginazione di chi guarda.

 

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3 Risposte a Emilio Prini. L’artista è presente

  1. Carlo A Borghi ha detto:

    Concordo su tutta la linea meno che sull’uso della parola “immateriale”

  2. Paolo Della Sala ha detto:

    Ho conosciuto bene Emilio Primi, a Chiavari negli anni 1974-75, e poi a Roma, dove viveva in modo più che bohèmien. Era viziato da nichilismo. Peccato, sarebbe potuto diventare un artista famoso. Scelse invece la povertà (estrema!), che includeva il rifiuto di “fare arte”. Aveva una cultura sterminata. Lo ricordo ascoltare dischi per me spiazzanti: un disco di canzoni folk (per nulla rock) di Presley, poi jazz di Don Cherry… I suoi possedevano uno dei più importanti e storici negozi di Genova(di antiquariato o gioielli, non ricordo). R.I.P.

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