Achille Bonito Oliva

L’artista contemporaneo vive una condizione di sradicamento sociale che non gli permette di riconoscersi una funzione e un ruolo. Egli non opera sul mondo, ma sul linguaggio. Sa di operare metalinguisticamente. La coscienza infelice di questo stato fa sì che egli viva una situazione di frustrazione e di paralisi come irrisolutezza dei conflitti.

Ma al tempo stesso il lavoro artistico (come quello intellettuale), sotto la forma apparente della sublimazione, diventa l’unico modo di mantenere il dissenso. Così il diaframma tra l’arte e la vita resta come segno ineluttabile e soglia che l’artista non può varcare. Perché, se questo fosse possibile, sarebbe il ritrovamento della totalità perduta che invece l’alienazione dell’epoca presente non gli consente di possedere, lasciandolo nello stato dimezzato di sublimatore accanito e costruttore di metafore reali. La strategia perseguita dall’arte poggia su quella che io definisco l’ideologia del traditore.

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Alfredo Jaar, Cultura = Capitale (2012)

Essa è già l’ideologia tradita, destituita della cifra sovrastrutturale di ogni teoria che si ponga come espressione di interessi di gruppo, per acquistare la forza vergine della progettualità eversiva. L’ideologia, cioè, è circoscritta o funzionale, strumento di contenuti sociali di parte o, etimologicamente, idea per un’azione storica.

È in questo senso che l’arte diviene ideologia e tradimento. Il traditore per definizione è distaccato dal gruppo sociale per guardarlo nella sua alienazione, teso verso una correzione del reale e tuttavia impotente a compierla. Escluso dal mondo e necessario al mondo, volto verso la praxis ma incapace di parteciparvi se non tramite il raccordo immobile del linguaggio. La conseguenza è l’oscillazione psicologica e una insicurezza che lo accompagna costantemente verso il potere astratto della tecnologia, gestito con falsa e intenzionale neutralità dalla classe egemone.

L’artista, in un tempo così negativo, perde di frontalità con il mondo e acquista una velenosa posizione di lateralità da cui osservare il reale che gli sfugge lungo vie tortuose e imprendibili, al di fuori della sua sfera d’influenza. Il presente diventa per lui un tem po impraticabile in cui è possibile solamente fare ricorso alla cultura. L’arte non è presa immediata sul mondo ma diventa possibilità e citazione deviata.

Alfredo Jaar Abbiamo amato tanto (640x427)

Alfredo Jaar, Abbiamo amato tanto la rivoluzione (2013)

Dove la citazione è la tattica eversiva di un linguaggio codificato che simula una realtà mai modificata e irriconoscibile. L’artista, dalla sua posizione laterale e decentrata, è cosciente della convenzione tautologica dell’arte chiusa sul proprio linguaggio e autoreferenziale. Contrapponendo così all’infelicità sofferta dell’artista del passato la felicità superba del circolo. Il dissenso dalla parzialità del mondo e la riflessione sulla totalità antropologica si pongono come discorso sul tempo e sulla morte.

L’artista dunque trova un mondo già altamente articolato e una caduta dell’umano tra le asserzioni di principio. Il processo di sviluppo tecnologico è così avanzato da comportare una perdita di concretezza del mondo e un accorciamento delle possibilità dell’immaginazione e della sua funzione ad assumere la vitalità della vita.

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Alfredo Jaar, M'illumino d'immenso (2009)

Con Duchamp l’arte ha adottato la posizione di Heidegger che il terribile è già accaduto e all’artista tocca la zona periferica del linguaggio. L’artista fa uso, secondo Laing, di procedimenti di acquisizione magica della realtà: toccare, copiare, imitare sono forme magiche di furto. Il furto dei materiali del mondo è un dirottarli dalla destinazione naturale verso la produzione del proprio immaginario: un gesto di appropriazione. Se si può muovere il reale solo con la mente, questo significa che il pensiero è una forza elettricamente concreta.

Se il mondo ha confinato l’arte nello spazio del superfluo, della citazione, appunto, questa resta un progetto sul mondo, e l’ideologia del traditore significa per l’artista assumerne la lateralità, come posizione paralizzante in principio ma ribaltata poi in tensione pratica, dove il pensiero e la cultura sono funzioni sanamente illogiche e modello di comportamento per riacquistare, rispetto al mondo e insieme al mondo, una frontalità e una unità conquistata. Se il mondo non si può vivere, se la vita non permette di risolvere immediatamente tutti i conflitti, l’unica prima difesa per l’artista è il linguaggio.

Dal numero 34 di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni

La mostra di Alfredo Jaar, Abbiamo amato tanto la rivoluzione, a cura di Claudia Gioia, è in corso alla Fondazione Merz di Torino fino al 9 marzo 2014.

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7 Risposte a Sull’opera di Alfredo Jaar

  1. Pier Paolo Poggi ha detto:

    Se una statua potesse scolpire se stessa.: L’Identità del contemplatore non potrebbe più essere rintracciata in una struttura fissa monolitica, a tutto tondo – Il suo Io non sarebbe localizzabile perché estromesso dall’opera grazie ad uno slancio interno , auto-posto. Quello che possiamo fare è registrare una realtà virtuale mentre si differenzia dalla propria materia interrogando ( ci- si ) nel momento stesso in cui la osserviamo. L’oggetto è “un parziale” dice Derrida , e noi abbiamo non l’Essere, ma il suo simulacro.

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