Dalila D’Amico

Orchidee declina il proprio farsi attraverso citazioni, a volte dichiarate, come nel caso dei testi Shakespeare, Chechov, Buchner, Kerouac, Wilde, Bukowski, Pasolini o delle opere pittoriche di Monet, Manet e Velasquez., a volte affidati alla conoscenza dello spettatore, come nel caso della processione dei performer che scendono tra il pubblico muovendo a tempo le braccia, che ricorda Pina Bausch o il girotondo di corpi nudi e seminudi di matissiana memoria. Il titolo dello spettacolo richiama inoltre l'operazione magrittiana di distanziamento tra l'oggetto e la sua rappresentazione.

Ceci ne pas une spectacle è l'assunto infatti con cui Delbono presenta il proprio lavoro sin dal suo inizio senza stancarsi di ribadirlo per l'intera durata. Assunto che trova conferma in un palcoscenico quasi sempre vuoto, che si risparmia dall'accogliere le azioni degli attori per lasciare spazio al grande schermo, suo protagonista indiscusso.

Già dal primo istante, lo spettatore è avvertito da una voce off di non trovarsi in un luogo di intrattenimento: È lo stesso Pippo Delbono che usa come pretesto il messaggio che solitamente invita gli spettatori a prendere posto, per prendere parola e criticare il Teatro di mimesis e la consuetudinaria aspettativa di trovar svago nella rappresentazione teatrale. Si appropria della convenzione abbattendola per parlare direttamente al suo spettatore anch'esso oggetto di critica qualora fosse in sala perché possessore di abbonamento e non per propria scelta.

Ironia, ovviamente, quella di Delbono, subito rafforzata da un attore in veste di maggiordomo che si aggira in platea offrendo dei dolcini, mentre la sua voce continua a sciorinare i temi che lo spettacolo toccherà: la morte della madre, l'omosessualità, la preservazione della memoria, l'inganno dietro la bella apparenza, l'autenticità dietro la triste apparenza (L'autenticità del popolo africano, che pur non avendo nulla gioisce della vita).

Solo dopo i primi dieci minuti dello spettacolo, l'attenzione viene riportata sul palcoscenico (ancora vuoto), dove sullo schermo sono proiettate immagini di repertorio, interviste di emittenti televisive francesi sull'omofobia accanto a ballerini che danzano per il Papa, dichiarazioni omofobe di Berlusconi accanto a immagini sulla moda. Il susseguirsi ghezziano delle clip viene interrotto da brani di Nerone di Mascagni, interpretato in playback da Gianluca Ballare, come se Delbono volesse tracciare un parallelismo tra l'ipocrisia che si cela dietro la rappresentazione e quella dietro il moralismo perbenista, tra la realtà e la realtà raccontata dai media.

L'ossatura di Orchidee è già tutta qui, non una composizione organica, ma un procedere per accumulo di quadri, un'alternanza di pause riflessive scandite dalla presenza acusmatica dello stesso regista e di “dimostrazioni” agite sul palco dai performer o in video, di quanto già premesso dalla voce off. Il doppio si configura come praradigma dello spettacolo che procede per tesi e antitesi, senza trovare una sintesi. Al monologo off di Lady Machbet sulla necessità di una doppia natura umana, il cui contrappunto visivo sul palco è il corpo dell'attore Gianluca Ballare illuminato da due tagli che ne sdoppiano l'ombra, si oppone l'autentica vitalità di Bobò, l'attore sordomuto che Delbono racconta, sempre dal fondo della platea, ha fatto uscire dall'ospedale pschiatrico di Aversa.

Alle copie di quadri famosi di Monet, Manet e Velasquez che una donna mette all'asta affinché lo spettatore le possa comprare, denuncia della mercificazione dell'arte e del falso, si contrappongono le danze liberatorie della compagnia sulle note di Enzo Avitabile. Il dispositivo regolatore dello spettacolo sembra quello televisivo, uno zapping tra un canale e l'altro che accosta il dolore intimo della perdita di un genitore, al dolore universale di una società che va in frantumi, i costumi sgargianti e appariscenti da “Bagaglino” alla lettura di frasi d'amore dei grandi classici del passato. Il collante drammaturgico di questa materia informe e variegata è la musica, che a volte sottolinea stati d'animo, a volte è sottolineata dai gesti dei performer, ma sempre con funzione di cesura tra un quadro e l'altro.

I membri della compagnia Delbono si caratterizzano per i loro gesti individuali, piuttosto che per le loro relazioni, per i loro costumi, sempre denotativi di specifici “tipi”, ora il maggiordomo, ora la ballerina di Cabaret, ora la sposa. Raramente si qualificano per le loro parole, perché non ne hanno, sono esecutori che illustrano per denotazione o per contrasto quanto viene proferito dalla voce acusmatica. Quando trovano una voce, nella maggior parte dei casi è un playback ancora una volta da mimare, quando trovano parola non è quella di un personaggio che interpretano, ma è quella di Wilde, Dante, Dumas, Kafka.

Fatta eccezione per lo stesso Delbono e Bobò, non si potrebbe neanche dire che questi attanti recitino se stessi come dichiarato dall'assunto dello spettacolo. Sono segni svuotati di senso, cosi come gli altri elementi drammaturgici, la scena e il testo. Né si può enfatizzare che in questo consista l’aspetto anticonformista e politico dello spettacolo, perché la ricerca teatrale degli ultimi cinquant'anni, ha preso le distanze dal teatro di Mimesis che Delbono attacca, ottenendo risultati molto più convincenti di Orchidee. Una denuncia dell'artificio dicevamo che però prende in prestito lo stesso linguaggio denunciato senza mai offrirne una controparte costruttiva. Infatti il termine “denuncia”, risulta inappropriato... Come in un quadro pop, assistiamo infatti all'esposizione dell'immaginario collettivo, della società dei consumi, nel regno della tautologia visiva che procede didascalicamente per luoghi comuni.

Nel complesso Orchidee risulta una negazione della negazione che coincide con l'affermazione corrispondente in cui esaltato è il vissuto dell’attore-autore-regista, il suo parlare in prima persona e direttamente allo spettatore, la tendenza postmoderna al citazionismo, al frammento, alla differenza che diventa allegria allucinatoria, all’alto e basso sensoriale, a quella estetica insomma che Jameson ha definto della superficie perché non richiede un'interpretazione atta a svelare una densità di segreti, i quali si mostrano allo sguardo nella “frivolezza gratuita” della loro “superficie decorativa”1.

Orchidee è l'ultimo spettacolo della compagnia Pippo Delbono, in scena al Teatro Argentina di Roma dal 7 al 19 Gennaio 2014

  1. Jameson Fredric, Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Fazi, Roma 2007 []
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3 Risposte a La Trahison des spectacles: Orchidee

  1. […] La Trahison des spectacles: Orchidee […]

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