Fabricio Toledo de Souza

In Brasile i venti della democrazia soffiano già da molto tempo, ma sembrano più forti da giugno 2013, quando un ciclo d’insurrezioni ha invaso tutto il paese. Giornate di Giugno è uno dei nomi dati a questo ciclo. In un breve lasso di tempo, un tempo immenso si è aperto.

È soprattutto a Rio de Janeiro che questo ciclo di lotte ha trovato la sua espressione più calda e continua. Nel centro della città, la moltitudine ha fatto brillare la verità sul potere: la potenza della Città è nelle mani della moltitudine. È stata questa moltitudine a mettere sotto accusa il potere per la scomparsa del povero favelado chiamato Amarildo, la carneficina dei poveri della Rocinha e del Vidigal, la gestione mafiosa del trasporto urbano, il genocidio degli indiani, l’espropriazione della gioia dal calcio; questi sono alcuni fra i vari crimini contro la collettività.

L’indignazione è giunta a un punto critico ed è esplosa, ma gli indignati erano pieni di dignità. Non la dignità astratta dei principi universali, ma la dignità materiale delle lotte. Quella che ha una sua storia, che è sempre la storia minore forgiata nelle lotte delle minoranze. Lotta materiale e concreta, con nomi, date, sangue e gioia. E per la quale passano tutte le minoranze del mondo; dall’emigrato del nord-est che diventa operaio, sindacalista e Presidente, fino alle giovani che hanno ostentato il seno e la libido (la Marcha das Vadias) fra i pellegrini cattolici ( la Xota-M-Xota durante la Giornata Mondiale della Gioventù).

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foto di Katja Schilirò

È stata questa dignità che ha portato all'occupazione dell’Aldeia Maracanã, alle manifestazioni contro l’Assemblea Legislativa di Rio de Janeiro, che ha portato alle occupazione davanti alla casa del Governatore, e che – questo non sarà mai dimenticato – ha permesso la riduzione del prezzo dei trasporti pubblici. I famosi venti centesimi.

La lotta è per la liberazione, la giustizia e la democrazia, come già è stata in passato e come sempre sarà. La storia, alla fine, è sempre la storia delle lotte. Storia della potenza. E questo è quanto scritto dai giovani nelle piccole pietre tirate contro la storia del presente. Oggi si fa democrazia, si fa lottando per la circolazione libera, per il miglioramento delle condizioni dei trasporti pubblici e per mettere fine alle tariffe ingiuste. La complessità di questa lunga giornata – che non è riassumibile nel mese di giugno, che non è cominciata qui in Brasile, non è cominciata ora nel 2013 e che non sembra vi sia un tempo in cui finirà – ci invita sondare pazientemente i piccoli movimenti sotterranei, a discernere le voci fra le grida, e comprendere i piccoli sussurri. Come dice Michel Foucault, è in agguato «al di sotto della storia, ciò che la spezza e la agita» e bisogna «vigilare, un po' a ridosso della politica, su quello che la deve limitare incondizionatamente».

In questi termini, le insurrezioni nelle città brasiliane non sono povere di argomenti, le accuse in questo senso sono ormai un luogo comune, né si possono riassumere in una supposta violenza che si scatena negli scontri con la polizia. Le insurrezioni sono impregnate di richieste, lotte e desideri. Si tratta proprio di definire il limite dell’intollerabile, urlare l’indignazione. Lottare per migliori condizioni di lavoro comporta ora, nel tempo di una cittadinanza-produttiva, la distribuzione delle ricchezze (immateriali e materiali) prodotte in comune. Si lotta per migliorare i servizi pubblici, compreso il trasporto, ma anche l'abitare, il tempo libero, le connessioni internet etc. Lo sciopero nelle fabbriche o nei servizi genera una paralisi di tutta la produzione urbana. E se i giovani mirano alla paralisi del traffico, all’occupazione degli spazi politici istituzionali, la depredazione dei simboli più evidenti dell’espropriazione, è perché queste sono le forme strategiche per sabotare l’intero complesso produttivo.

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foto di Katja Schilirò

E sul futuro delle insurrezioni? A quale destino ci conducono queste giornate? Fin dai primi giorni c’era già una certa preoccupazione sul futuro, un’inquietudine sulla possibilità reale e concreta di cambiamenti. C’è anche un malcelato pessimismo, risultato forse delle innumerevoli delusioni dovute a promesse non mantenute e a speranze frustrate. Pessimismo che è soprattutto frutto di un’abitudine inevitabile di concepire il futuro sulla base della paura o come utopia. Interrogare il futuro è inevitabile: ma deve essere inevitabile anche aprire già ora nuove brecce per la produzione costituente. Divenire-sinistra, divenire-rivoluzione. Rivoluzione permanente. «Dove sarà il nostro prossimo incontro?», sembra la domanda più in sintonia con il ritmo di questo tempo.

Incalzare il futuro non perché qualcosa avvenga subito, ma per investire nel proprio desiderio e costituire così il tempo. E congiurare contro qualsiasi utopia. La definizione del nostro futuro, o meglio, del nostro investimento nel futuro e nel futuro del potere costituente, non risiede nel suo esito, ma nello sforzo effettivo di tentare sempre un nuovo esito e, in questo sforzo, la produzione di una soggettività, la soggettività della creazione.
La crescita del potere costituente non dipende dall’accumulazione ma da un percorso, da un’azione soggettiva. È la storia di ciò che Spinoza definirebbe passione costituente della multitudo.

Traduzione dal portoghese di Chiara del Gaudio

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6 Risposte a Incalzare il futuro

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