Luigi Azzariti-Fumaroli

«La percezione è lettura», appuntava con soffuso ermetismo Walter Benjamin, volendo indicare il modo in cui ci si appropria di ciò che si mostra sulla superficie del linguaggio, sempre che non si resti inerti, lasciando che ad accordare ritmo e oblio al nostro sguardo sia una sorta di intransitività nella quale la lettura si riduce a un puro referendum.

In realtà – come dimostra Luca Ferrieri attraverso un’esposizione che assume su di sé il rischio e la passione della peripezia e che si vale d’una prassi compositiva che satura lo spazio testuale percorrendolo oltre i suoi stessi margini – nel leggere un testo, nell’avvicinarlo, nell’abbordarlo, tanto l’Oggettivo quanto il Soggettivo appaiono ambiti astratti privi di significato. Secondo quanto già indicato da Barthes, nell’atto di leggere non si dovrebbe sottoporre il testo a un’operazione di predicazione e dunque di generalizzazione categoriale, rispetto alla quale l’Io occuperebbe un’assoluta anteriorità; occorrerebbe piuttosto compiere un lavoro topologico, per il quale il compito del lettore diviene quello di muovere, di «traslatare dei sistemi la cui ottica non si ferma né al testo» né al medesimo lettore.

Ne deriva la necessità di intendere la lettura nel suo andamento sussultorio, che colpisce le giunture del testo prima che si richiudano, facendolo risuonare «di sonorità secondarie, di frange timbriche» che non tornano mai identiche a sé. Qui l’affinità fra lettura e musica si scopre non soltanto, come in altri precedenti lavori di Ferrieri, nell’atto di riconoscere che l’unità d’una composizione e della sua ricezione possono costituirsi non malgrado le fratture ma solo attraverso esse, ma pure nella veste tipografica, assai prossima a quella d’una partitura.

Come Glas di Jacques Derrida, il saggio di Ferrieri appare luogo di rigore e di fuga totale: una polifonia che si snoda tanto nel silenzio pieno e creativo che costituisce una delle forme della cooperazione interpretativa del lettore, quanto in quello grave e inquietante che circonda il soffio sospeso di chi ogni volta, leggendo, transita fra miriadi di passaggi testuali. Nondimeno, a differenza del Diario di un lettore di Alberto Manguel, il sentimento che accompagna tale fenomenologia della lettura non cede mai all’angoscia.

Percorrendo la biblioteca cui Ferrieri attinge con erudizione e jouissance sembra semmai intravedersi l’ombra di Sylvestre Bonnard mentre passa in rassegna la propria collezione con malcelata nostalgia. Basta infatti un solo nome, ultimo sospiro che resta al fondo delle nostre letture, per essere punti dalla spina dell’irreversibile. Ecco perché ogni lettura vive in comunione profonda con l’esilio.

Il lettore è un essere che vorrebbe ridestare il ricordo, resuscitarlo. Ma esso spesso, quasi sempre, gli si nega. In effetti nessuna lettura sembra poter cancellare il tempo – solo rivelarlo. Leggere significa allora vivere in pura perdita, accettando la caducità che «quando la cosa letta cade» si lascia presagire. Forse si tratta di una semplice illusione ottica; o forse della «rivelazione degli accordi effimeri grazie ai quali viviamo e regoliamo la nostra vita» (Saul Bellow).

Luca Ferrieri
Fra l’ultimo libro letto e il primo nuovo da aprire
Olschki (2013), pp. 336
€ 24,00

Il libro verrà presentato oggi - martedì 21 gennaio - a Milano, presso la Sala del Grechetto di Palazzo Sormani (via Francesco Sforza 7) alle ore 18.00

 

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