Virginia Negro

La città più grande, più inquinata, più caotica del mondo. Il mio battesimo nel Distrito Federal è stato nel centro storico, tra Regina, una delle poche vie pedonali e ricettacolo di localini e ristoranti, e Avenida 20 de Noviembre; immersa giorno e notte nella moltitudine di suoni, persone e colori. Sono sbarcata nella Colonia Centro tra l’infinito numero di musei, è anche la città con più musei al mondo, Bellas Artes, Museo Diego Rivera eccetera...

Ma non perdetevi questo piccolo gioiello che può facilmente passare inosservato: ll Museo della Città. Un edificio barocco che ospita una piccola ma interessante permanente fotografica sulla storia capitolina, e temporanee ben curate come quella recentemente dedicata al fotoreporter messicano Manuel Ramos. Però la vera perla è lo studio privato del pittore messicano Joaquin Clausell, detto il Clausellito, uno dei pochi impressionisti latinoamericani. Indimenticabile la sensazione al varcare la porta, come essere testimoni dell’intimità dell’artista. Pareti che per vent’anni sono state un vero e proprio quaderno degli schizzi, un murale stratificato nei decenni, un accumulo di esperimenti stilistici e figure oniriche. Quando sono uscita dall’atelier di Clausell, con l’anima rivoltata dalle immaginifiche visioni, il cielo si era trasformato in una cupola azzurra.

Qui l’estate è la stagione delle piogge, e le nuvole si incontrano, anneriscono per infine scomparire più volte al giorno. Camminando mi sono goduta il sole almeno fino al metro Balderas, dove sorge La Ciudadela, uno dei più grandi mercati d’artigianato della città – un altro mercato da non mancare è quello di Coyoacan, soprattutto perché si trova giusto a fianco della bellissima piazza de los Coyotes – che confina con un giardino dove si riuniscono centinaia di vecchietti per ballare danze folkloriche di cui ignoro il nome. In pochi minuti ecco che l’aria si raffredda e inizia a piovere di nuovo. Cerco rifugio all’angolo tra l’Avenida principale e un vecchio cinema abbandonato che alcuni studenti stanno cercando di recuperare, ed entro nel Bosforo, un locale famoso per il mezcal: un distillato tipico di Oaxaca estratto dall’agave che ricorda la nostrana grappa. Per prepararsi al clima tropicale, quindi per definizione piacevolmente mite, ma contemporaneamente imprevedibile, come moltissime cose in questo paese.

Oltre che nell’artigianato, che sarebbe più corretto chiamare arte, l’estetica messicana si scopre nei profumi e nei colori del cibo. La città è letteralmente invasa da ambulanti che vendono tortillas, quesadillas, conditi da salse con carne chile e nopal (le foglie del fico d’india, senza le spine!) impadronendosi delle strade. Un esempio è il mole, una salsa tradizionale di banana, cioccolato, e diversi tipi di chile. Si accompagna praticamente a qualsiasi cosa, quesadillas, tortillas, riso...

Altra imperdibile esperienza gastronomica è la barbacoa della domenica mattina. Una ricetta precolombina per prearare diversi tipi di carne in un pozzo di pietra scavato nella terra, con carbone ed enormi foglie di banana. Il mio amico Chucho ci porta nel mercato di Santa Julia, il suo quartiere, dove, assicura, si mangia una barbacoa con un consomé (un brodo di carne) che “rianima i morti”. Mangiare al mercato è più di che un suggerimento, è un dovere. Nel DF la miglior comida corrida, un economico menu formato da zuppa, piatto forte e una bibita l’ho provata nel mercato di Narvarte: un chile relleno il cui sapore non abbandonerà facilmente la mia memoria. Se invece volete sedervi tranquillamente a tavola, fate un salto alla Roma, nel grazioso ristorantino “Las Tlayudas”, cucina oaxaqueña e un gestore poeta/scrittore. Concerti, letture e presentazioni di libri sono all’ordine del giorno.

Qui nella Roma, non è raro vedere cene d’affari di uomini incravattati al tavolo di un ambulante callejero, locali alla moda e antiche cantine con mariachi, facciate decadenti a fianco di lussuosi palazzi. Il polo della gentrificazione capitolina, luogo d’elezione di artisti, adesso forse sono più gli hipster, è popolato da alcune tra le più interessanti gallerie d’arte: una menzione speciale va a House of Gaga. Se si ha voglia d’immergersi ancora un po’ nell’ambiente à la page si può approfittare della verdeggiante terrazza del caffè libreria El Pendulo, leggendo un libro davanti ad una deliziosa cioccolata e il tipico venticello del DF che anticipa il temporale.

Più verace, bella e interessante è l’arte tipica messicana che si mescola con la tradizione religiosa, un sincretismo culturale che esalta sacro e profano in una complessa esegesi grafica della società. Alfredo Vilchis, un pittore di quartiere a cui persone d’ogni tipo commissionano ex voti, cioè piccoli dipinti devozionali o commemorativi, è un caso paradigmatico. E anche dopo aver esposto nelle più grandi gallerie d’arte del mondo, anche al Louvre, Vilchez continua a vendere i suoi ex voto e il suo libro nella Lagunilla, il quartiere popolare del centro dove è cresciuto.

Adiacente alla Lagunilla c’è il barrio di Tepito - che rese omaggio a Vilchis nel ‘97 invitandolo ad esporre nella mostra Centro extraviado y algunos barrios encontrados - una delle zone più popolari della città. Oltre al famoso mercato clandestino di Tepito, una sorta di enorme Barbes Rochechuart, dove si può incontrare qualsiasi cosa, spesso di discutibile provenienza, il barrio è famoso per il culto della Santa Muerte, rappresentata da uno scheletro vestito come una Madonna protettrice dei (e dai) ladrones.

L’altare cattolico-pagano che omaggia la Santa in Alfarería 12, è stato costruito da Doña Queta, considerata l’ambasciatrice di questa peculiare fede nel mondo. Il primo giorno di ogni mese si omaggia pubblicamente la Santa che protegge da violenze e assalti e contemporaneamente è idolatrata dai narcos e dalle bande criminali. Il culto d’origine preispanica si sublima il primo Novembre con una enorme processione in cui le benedizioni si danno con tequila e mezcal e si fuma erba in onore alla Santa.

Dalla bolgia di Tepito, per chi conosce lo spagnolo la rivista “Chilango” regala una serie di tips per entrare nel quartiere senza correre pericoli, alla tranquillità dei boschi. Per una fuga dalla città, a solo un’ora di macchina o bus si può raggiungere Tepoztlán, nella lista dei pueblos mágicos, godere delle sue montagne e del cammino attraverso la selva tropicale che porta alla piramide del Tepozteco. D’obbligo mangiare al mercato e partecipare al rituale temazcal. Quest’ultimo è una sauna cerimoniale tipica dei popoli indigeni, un’esperienza collettiva dentro a una “casa del vapore”, il significato in lingua nauathl, costruite con rocce vulcaniche e cemento. Per tornare ricaricati verso la città più grande del mondo e continuare a scoprirne i mille angoli nascosti.

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4 Risposte a La città più grande del mondo

  1. […] piccola guida a Città del Messico, su […]

  2. alberto salvagno ha detto:

    Quando un articolo no solo informa, ma ti fa anche sognare!

  3. virginia ha detto:

    Grazie Alberto!

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