Andrea Inglese

Ce lo ha ricordato, in un post dell’8 gennaio, Luca Sofri: i libri faranno una brutta fine. Scherzi a parte, l’argomento è serio e d’attualità. Sofri ci ricorda anche che è un autore da diecimila lettori. Non è un dettaglio di poco conto. In tempi di morte del libro, bisogna chiedersi che peso dare alle persone che ancora scrivono, dentro o fuori il libro.

Quanti lettori bisognerebbe avere, perché valga la pena di essere ascoltati? Una volta i Wu Ming ricordarono a qualche loro sprezzante commentatore che loro erano autori da cinquantamila lettori. Okkio. Sarebbe forse importante, oggi, far precedere ogni enunciato, almeno in ambito culturale, e necessariamente in quello più specifico della letteratura, dal numero di lettori di colui che parla (che scrive) in pubblico. Almeno chi legge si sa regolare quanto al tasso di autorevolezza e d’importanza dell’enunciato che gli viene proposto. Torniamo però nel vivo del soggetto.

Luca Sofri dice nel suo pezzo un sacco di cose importanti e pertinenti. Risulta solo un po’ strano che lo dica con una certa foga, una certa urgenza, come di scoperta recente e allarmante, dopo aver premesso che il problema è vecchio di decenni. Il punto nevralgico, che secondo lui però non è stato ancora affrontato, riguarda non il declino “commerciale”, ma quello “culturale” del libro. Per Sofri ciò significa innanzitutto due cose: “la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga” e il libro “è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea”. Di queste faccende, qualche mese fa ne parlò anche Giorgio Mascitelli su Nazioneindiana, il tono era però più sobrio, ma anche probabilmente più amaro. (Mascitelli come Sofri si era interrogato sui tempi della lettura, nella società attuale, e meno panoramicamente si era interrogato sullo statuto del libro soprattutto come mezzo di costruzione e diffusione della letteratura contemporanea.)

Ora, quello che mi lascia perplesso nell’intervento di Sofri, è il suo modo di sciogliere, dal punto di vista argomentativo, i nodi che ha lucidamente individuato. Ad un certo punto egli scrive: “qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.” La formula è di quelle che, nel mondo del giornalismo culturale (autori da diecimila lettori in su), ci siamo abituati a leggere in varie salse. Neutralità e contegno, innanzitutto. I partiti presi, magari conflittuali, sono roba da autori dilettanti. Se però mi soffermo un attimo su questa formula, permettendomi un’arcaica lentezza, i conti non tornano.

Perché mai i litigi dovrebbero essere inutili se vertono sul fatto che questi cambiamenti possono influire su un peggioramento o su un miglioramento del mondo? Per come sono stato educato, e per i valori che ho assorbito nella società in cui vivo, mi sembra che nulla ci sia di più utile che interrogarsi, e magari litigare, sul bene o il male della polis, dei destini generali, del mondo in cui storicamente e socialmente viviamo. Mi han detto che questo modo di fare si accompagna con la storia delle società cosiddette democratiche, a differenza di quanto accade in quelle che possiedono libri sacri e verità indiscutibili. Insomma, quell’aggettivo “inutile” sotto la tastiera di Sofri è una spia di qualcosa di strano e un po’ aberrante. Non solo nel suo punto di vista, ma in quello che egli crede, probabilmente a ragione, essere un punto di vista condiviso.

Forse Sofri si è sbagliato, ha scritto una cosa per un’altra. Forse ha voluto dire che questo cambiamento non si può descrivere né come un peggioramento né come un miglioramento. O più precisamente: è prematuro discutere se si vada verso un miglioramento o verso un peggioramento. Infatti aggiunge: “limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede”. Il problema è che oltre la mera “registrazione” del fatto, l’autore non sembra andare. Non sembra minimamente interrogarsi su che cosa comporti, da un punto di vista antropologico, la perdita di centralità del libro, inteso come strumento cognitivo specifico, né la perdita delle competenze del lettore “lento”, che può leggere e rileggere testi impegnativi e lunghi.

Anzi, secondo Sofri, pare che perdite e guadagni si equivalgano, e che in definitiva l’unico motore della cultura sarà l’attività giornalistica in rete. (Chissà che ruolo residuale assegna Sofri agli studi universitari, ad esempio?) Tutto ciò che comporta ricerche e scritture meditate e approfondite, raccolta paziente e analisi di dati, ecc. pare essere una perdita, in fondo, non rilevante, come il declino di un hobby. Ed è infatti con un moto di tenerezza, che Luca Sofri conclude il suo articolo, come chi constati il declino del Tricche Tracche, divenuto ormai gioco da tavolo per rari amatori: “poi, ripeto, restano gli appassionati “romantici” dei libri: lo siamo un po’ tutti, e c’è il piacere e c’è la bellezza, eccetera (e internet offre loro nuovi spazi di sopravvivenza anche se sempre più riserve indiane)”. Riassumendo, i libri sono “il piacere, la bellezza, eccetera”.

Vogliamo metterci a frignare, perché spariscono? Non abbiamo piaceri nuovi e sostitutivi in abbondanza? Questa generica “bellezza”, perché mai sarebbe indispensabile? La foto con lo smartphone di un tramonto non può ben sostituirla? Quanto all’eccetera, gli assenti hanno sempre torto. Ora io non sono né un assiduo lettore di Luca Sofri, né ho opinioni preconcette nei suoi confronti. M’interrogo però su quella cifra da lui citata – ho diecimila lettori – e sul concetto di responsabilità, che io vedo connesso con la cultura, con quanto si scrive in pubblico su canali di ampia diffusione. La montagna della questione epocale sulla scomparsa del libro, come strumento di costruzione della cultura contemporanea, ha partorito un topolino: limitiamoci ad accettare come va il mondo (i buoni consigli della nonna) e consoliamoci con il fatto che per gli amanti di Tricche Tracche, come per quelli della Recherche o del Secolo breve, c’è sempre un tavolo disponibile in qualche caffè di quartiere o una pagina web nel grande oceano del giornalismo perpetuo.

Della scomparsa del libro, personalmente, ne so qualcosa. Lo dichiaro infine: sono un autore di non più di mille lettori. Okkio (al tempo che avete perso). E ho l’aggravante di continuare a scrivere libri che rientrano nel genere “poesia”, ossia libri che hanno smesso di esistere già prima che si gridasse alla scomparsa del libro. Non ho strumenti né tempo salariato per svolgere ricerche approfondite su cosa comporti la sparizione del libro come vettore di cultura e delle forme di lettura “lenta”.

Faccio parte, però, di coloro che non si limitano ad accettare questo stato di cose e non penso che la poesia sia un semplice hobby, nonostante la sua conclamata marginalità all’interno della sfera culturale. In altri termini, non credo che la poesia, così come il teatro, così come forme di letteratura di non facile lettura e consumo, siano dei meri passa-tempi. Penso che queste attività abbiano un radicamento antropologico e una funzione strategica: esse possono fungere da trasformatori di tempo. E difenderne l’importanza non è una questione genericamente culturale, ma politica.

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17 Risposte a I libri faranno una brutta fine

  1. rosaria lo russo ha detto:

    i libri fungono da trasformatori di tempo, e questo é un fatto etico, estetico, politico dunque. Andrea Inglese, da tanto che volevo dirtelo e giá lo sai: sei una delle migliori menti della nostra generazione. Bravo.

  2. […] dà l’esempio del ritorno in auge, inaspettato e per niente nostalgico, del vinile). Come scrive Andrea Inglese su alfabeta2, con parole più degne: “Non credo che la poesia, così come il teatro, così come […]

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