Slavoj Žižek

In una delle sue ultime interviste prima della caduta, un giornalista occidentale ha chiesto a Nicolae Ceaușescu come potesse giustificare il fatto che i cittadini rumeni non potevano viaggiare liberamente all’estero sebbene la libertà di movimento fosse garantita dalla costituzione. La sua risposta seguiva il meglio del sofisma stalinista: è vero, la costituzione garantisce la libertà di movimento, ma garantisce anche il diritto del popolo a una patria sicura e prospera. Abbiamo quindi un potenziale conflitto di diritti: se ai cittadini rumeni fosse stato concesso di lasciare liberamente il paese, la prosperità della patria sarebbe stata minacciata e sarebbe stato messo in pericolo il loro diritto alla terra d’origine. In questo conflitto bisogna fare una scelta, e il diritto alla prosperità e alla sicurezza della patria gode di una chiara priorità...

Sembra che lo stesso spirito del sofisma stalinista sia vivo e vegeto nella Slovenia contemporanea dove, il 19 dicembre 2012, la Corte costituzionale ha rilevato che un referendum sulla legislazione fatta per istituire una “bad bank” e sulla partecipazione sovrana sarebbe stato incostituzionale, di fatto cancellando un voto popolare sulla questione. Il referendum era stato proposto dai sindacati contro la politica economica neoliberale del governo, e aveva ottenuto abbastanza firme per essere obbligatorio. Vi era infatti l’idea di trasferire tutti i crediti cattivi delle principali banche in una nuova “bad bank” che sarebbe poi stata salvata dal denaro statale (cioè a spese dei contribuenti), impedendo ogni seria indagine sui responsabili di questi crediti.

Perché quindi proibire il referendum? Nel 2011, quando il governo greco di Papandreou ha proposto un referendum sulle misure di austerity, c’è stato il panico a Bruxelles, ma perfino in quel caso nessuno ha avuto il coraggio di proibirlo. Secondo la Corte costituzionale slovena il referendum “avrebbe causato conseguenze incostituzionali”. Insomma, nel valutare le conseguenze del referendum, la Corte costituzionale ha semplicemente accettato come un fatto indiscutibile le ragioni delle autorità finanziarie internazionali che stanno facendo pressione sulla Slovenia affinché adotti ulteriori misure di austerity: non obbedire ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali (ovvero non soddisfare le loro aspettative), può condurre a una crisi politica ed economica ed è quindi incostituzionale.

Forse la Slovenia è un piccolo paese marginale, ma la decisione della sua Corte costituzionale è il sintomo di una tendenza globale verso la limitazione della democrazia. L’idea è che, in una situazione economica complessa come quella odierna, la maggioranza della popolazione non sia qualificata per decidere: la gente vuole solo mantenere i propri privilegi, ignara delle conseguenze catastrofiche che si produrrebbero se le sue domande fossero soddisfatte. Questa linea di argomentazione non è nuova.

claire fontaine, pigs (800x532)

Claire Fontaine, P.I.G.S. (2011)

Lungo queste linee, Fareed Zakaria ha sottolineato come la democrazia possa “prendere piede” solo in paesi economicamente sviluppati: se i paesi in via di sviluppo sono “prematuramente democratizzati”, il risultato è un populismo che finisce nella catastrofe economica e nel dispotismo politico. Non c’è da stupirsi che i paesi del Terzo mondo che hanno ottenuto i maggiori successi economici (Taiwan, Corea del Sud, Cile) abbiano abbracciato la democrazia solo dopo un periodo di regime autoritario. Questa linea di ragionamento non fornisce anche la migliore argomentazione a favore del regime autoritario in Cina?

Con il perdurare della crisi cominciata nel 2008, questa stessa sfiducia nella democrazia, una volta limitata ai paesi in via di sviluppo del Terzo mondo o post-comunisti, sta adesso prendendo piede negli stessi paesi occidentali sviluppati. Quello che uno o due decenni fa era un consiglio paternalistico per gli altri, ora riguarda noi stessi. Ma cosa succede se questa sfiducia è giustificata? E se solo gli esperti possono salvarci, anche a costo di meno democrazia? Il meno che si possa dire è che la crisi offre ampie prove di come non sia la gente, ma gli stessi esperti a non sapere quello che stanno facendo. Nell’Europa occidentale stiamo in effetti assistendo a una crescente incapacità della classe dirigente: sempre meno sanno come dirigere.

Guardiamo a come l’Europa sta affrontando la crisi greca, facendo pressione sulla Grecia per ripagare i debiti, ma allo stesso tempo rovinando la sua economia con l’imposizione di misure di austerity e rendendo perciò certo il fatto che il debito greco non sarà mai ripagato. Alla fine del dicembre 2012 lo stesso Fondo monetario internazionale ha pubblicato una ricerca in cui si mostra come il danno economico di misure di austerity aggressive possa essere fino a tre volte più grande di quanto era stato previsto, cancellando quindi i suoi consigli sull’austerità nella crisi dell’eurozona.

Adesso il Fondo monetario ammette che costringere la Grecia e altri paesi indebitati a ridurre i loro deficit troppo velocemente può essere controproducente... Adesso, dopo che centinaia di migliaia di posti di lavoro sono stati perduti a causa di simili “errori di calcolo”. Qui risiede il vero messaggio delle “irrazionali” proteste popolari in giro per l’Europa: i manifestanti sanno bene di non sapere, non pretendono di avere risposte veloci e facili, ma ciò che il loro istinto sta dicendo è comunque vero, ossia che anche chi è al potere non sa. Oggi in Europa i ciechi guidano i ciechi.

Pubblichiamo un estratto dal libro di Slavoj Žižek e Srécko Horvat (prefazione di Alexis Tsipras), Cosa vuole l'Europa? in libreria in questi giorni per ombre corte.

Share →

32 Risposte a Cosa vuole l’Europa?

  1. spago ha detto:

    io trovo incredibile che si usi la parola neoliberale per indicare una decisione politica totalmente illiberale: qualsiasi liberale coerente con l’elaborazione culturale, filosofica, economica, politica liberali, non può che inorridire all’idea che si crei una bad bank per accollare ai contribuenti i fallimenti dei privati. Uno dei punti centrali del pensiero liberale è la limitazione dello stato e dell’intervento statale, anche o soprattutto in economia, con l’appoggio a un’economia di mercato. Non voglio discutere nel merito la bontà di questa posizione, ma è chiaro che qualsiasi liberale che sia tale pronuncerebbe invettive contro l’idea della bad bank. Anzi la prenderebbe ad esempio per parlare di clientelismo, dell’arbitrarietà dell’azione dello stato, dello spreco dei soldi dei contribuenti, di come lo stato sia sempre in mano alle forze politiche di turno e di come queste siano facilmente catturate da vari “poteri forti”, di come nel paese non esista una vera economia di mercato, etc.. A me fa impazzire questa cosa: che per criticare i liberali, i neoliberali, i libertari, i capitalisti, si stravolga il loro pensiero e le loro posizioni politiche facendo delle affermazioni che mostrano che non si è letto niente dell’infinito elenco di autori, scrittori, penstaori, filosofi, politici, economisti, etc.. che hanno sostenuto queste idee.. oppure che pur avendo letto ci si fa sopra la cacca a quanto si è letto! Mi fa impazzire la mancanza di rispetto per una lunga, complessa, articolata cultura che si è sviluppata per secoli. Mi fa impazzire che volendo dichiararsi suoi avversari non si senta per primi il bisogno di studiarla e di capirla. Mi fa impazzire che intellettuali famosi e ascoltati in tutto il mondo possnao usare parole a caso o volontariamente in accezzioni del tutto contrarie al significato che esse hanno. Mi fa impazzire che si prescina completamene dal fatto che i liberali/neoliberali/capitalisti hanno una voce, che usano per parlare, e dicono costantemente cose molto diverse da quelle che gli vengono arbitrariamente attribuite! Mi fa impazzire questa mania di dipingersi gli avversari a proprio uso e consumo, per propria comodità. In questo modo ogni critica che si muove loro è inefficace perchè non è a loro, ma una loro caricatura, così assurda che può essere accettata solo da chi già li aborre di suo. Mi sembra un tradimento del ruolo stesso dell’intellettuale: fuori il senso critico, dentro streotipi a valanga! Mi sembra una miseria umana al di là di qualsiasi opinione sui liberali e i neoliberali. Mi sembra un tradimento anche verso la sinistra stessa, verso chi si dichiara avversario dei liberalie forse vorrebbe che ci si confrontasse davvero con loro!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi