Franco La Cecla

Strana questa america della fine Obama. New York mi ha accolto con le copertine di diverse riviste dove lui affondava credendo di essere Gesù Cristo sulle acque. E sicuramente è una rivincita sul suo tono missionario ed evangelico. Comunque la riforma della sanità non è andata e il sito che doveva annunciarla era incomprensibile. Non male per l’uomo più finanziato da Google. Ma adesso, con il gelo che attanaglia la città, si parla d’altro.

Si parla ovviamente di bribes, di corruzioni varie, si riparla di banche e banchieri e del sistema che nell’insieme è più crudele di prima. La cosa meravigliosa di questi americani nella loro parte migliore è che pensano che l’America si sia imbastardita, che fino almeno al New Deal c’era una idea di come tenere insieme la nazione e livellarne le diseguaglianze. In parte è vero, se si legge il bel libro di Michael Lind, Land of Promise, una guida alla storia economica degli US fatta per chi non è un insider.

E bisogna dire che qui c’è ancora un'intelligenza pronta a tirar fuori le magagne, come Peter Demock che ha appena pubblicato un romanzo che racconta la storia dell’uomo che ha sdoganato la tortura con il waterboard all’interno della Cia, quella ampiamente usata ad Abu Graib. Il libro, che riporta il documento originale con tutta l’ipocrisia linguistica del caso, si chiama Notes for a Love Song in Imperial Time, ed è stato osannato dalla critica in questi giorni sul New York Times.

Tra una folata di vento gelido a meno ventitré, e una nevicata, mi infilo in qualche cinema. Mi ha fatto orrore The wolf of Wall Street, mi è sembrato molto indulging come dicono qui, cioè fin troppo e volutamente attraente nella parti più profondamente volgari e porno di questa storia che a noi italiani risulta piuttosto familiare. Ma sembra che questa idea di bribes, tangenti, corruzione e hastlers, ladri e imbroglioni sia molto calda per ora qui. American Hustlers è molto meglio, e racconta una storia di poveracci che diventano grandi truffatori per quasi poi rimetterci la pelle.

Ma il film che più racconta l’america creativa e fresca, quella che qui nella East Coast respira poco, ma che è molto californiana è Her di Spike Jonze, quello che ha fatto Being John Malkovitch. Un genio in un ambiente di geni come quelli del gruppo Mac Sweeney il cui principale animatore rimane Dave Eggers. Her pone questioni vere in un modo diretto e intrigante. Anni fa io ho scritto una cosa che si chiamava Surrogati di presenza. Media e vita quotidiana (della Bruno Mondadori diretta allora da Cataluccio).

Ecco che Spike Jonze tratta il tema in un modo che lascia di stucco. Parlando del nostro rapporto con il web, lo screen portatile, il laptop, ci fa chiedere cosa ne è delle emozioni e delle passioni in un mondo di solitari che si affidano a mezzi come Facebook, mail, e aiuti soft di vario tipo. Jonze conosce bene il suo mestiere.

Il computer come lo conosciamo, friendly, fu inventato da Joseph Weizenbaum con il programma Eliza che simulava il dialogo che un terapista fa con un paziente. Weizenbaum rimase sconvolto dal fatto che i suoi studenti si chiudessero a parlare con Eliza dei loro problemi, e scrisse un libro Computers power and human reason che io riuscii a far tradurre dal Gruppo Abele.

Ed è vero che qui, come in nessuna altra parte del mondo, la rivoluzione cognitiva ed affettiva portata dalla rete comincia a fare riflettere sulle ricadute positive e negative. A me piace Her perché non è moralista, se lo avesse fatto un regista italiano chissà che tirate cattocomuniste avrebbe inventato. L’altra cosa di cui si parla molto ora è il modello di società che sta venendo fuori in America .

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5 Risposte a Notizie da New York

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