Valentina Valente

Non esistono concetti universali di fotografia, non esiste una regola o un modo univoco per essere un buon fotografo. In molti casi, soprattutto per i fotografi provenienti dalla tradizione della photographie humaniste francese, si tratta di un lavoro di pazienza, attese, istanti persi e colti, ma soprattutto di partecipazione profonda alla vita dei luoghi che si è scelto di abitare. Gianni Berengo Gardin è uno dei fotografi italiani che maggiormente ha appreso dagli umanisti francesi, e incarna la ricerca dell'istante perfetto per descrivere i piccoli gesti quotidiani, ma anche gli eventi di maggiore impatto.

Definito da Italo Zannier “il fotografo italiano più ragguardevole del dopoguerra”, Berengo Gardin ha rivolto l'obiettivo sempre verso la ricerca dell'uomo. Ha cercato, oltre ogni pregiudizio, ciò che di umano e profondo andava a contraddistinguere le situazioni che ha documentato e raccontato con la fotografia. In questo percorso, spinto dalla volontà di conoscere e mosso da profondi ideali, Berengo Gardin, sempre secondo Zannier “ha saputo mediare proficuamente le varie tendenze, con un acume visivo che non si è lasciato condizionare troppo dal gusto del momento, slittando subito oltre la moda, per cercare garanzie soprattutto nella chiarezza dello sguardo”.

Gianni Berengo Gardin, Milano (2012)

Gianni Berengo Gardin, Milano (2012)

Gli scatti in mostra nell'area archeologica degli Scali Scaligeri di Verona costituiscono un viaggio attraverso la storia dei più importanti lavori di Berengo Gardin. Storie di un fotografo, titolo dell'esposizione, ben riassume questo percorso in cui è lui stesso a raccontarci passo passo i suoi più importanti reportage e il suo essere fotografo. L'uomo è il centro dei suoi scatti e, anche quando la sua presenza nelle immagini è marginale (come nelle fotografie paesaggiste), lo sentiamo nello sguardo del fotografo: profondo e intriso di ciò che il paesaggio dà all'uomo e ciò che l'uomo gli restituisce.

La mostra si apre con una vetrina in cui sono esposte le macchine fotografiche più care a Berengo Gardin e altre vetrine contenenti un'antologia di alcune importanti pubblicazioni di reportage, realizzate in collaborazione con letterati e intellettuali. Sin dall'inizio infatti si presenta come un percorso in cui la fotografia non è percepita soltanto come la stampa finale, che arriva al fruitore della mostra, ma come un percorso che va dalla scelta della macchina fotografica allo sviluppo della pellicola, dal provino a contatto alla scelta e stampa delle fotografie che andranno a comporre il reportage, nonché la scelta del gallerista o editore che andrà a pubblicarlo.

Gianni Berengo Gardin, Parigi (1954)

Gianni Berengo Gardin, Parigi (1954)

In questo contesto l’audioguida diventa uno strumento molto utile, perché, attraverso le parole di Berengo Gardin e del curatore della mostra Denis Curti, viene messo a fuoco il percorso biografico e artistico del fotografo. Fra i reportage più importanti troviamo Morire di Classe, realizzato con Carla Cerati nel 1969, nel quale abbiamo una delle più interessanti testimonianze sullo stato di degrado e annientamento della persona, attraverso i corpi dei malati. Berengo Gardin descrive il suo lavoro come un percorso atto ad evidenziare l'idea alla base dell'istituzione manicomiale: “l'annientamento delle persone perseguito con ostinazione, perseveranza e crudeltà quasi incomprensibili”. Attraverso questa evidenza sconosciuta al mondo e ritenuta naturale dagli addetti ai lavori, il fotografo richiama l'attenzione sull'esclusione dei malati avvicinandosi il più possibile a loro.

Con lo stesso criterio fotograferà, negli anni Novanta, la comunità delle popolazioni romaní in Italia. Il reportage La disperata allegria. Vivere da zingari a Firenze (1994) è il risultato di un anno di lavoro con Bianca Maria La Penna (Presidente dell'Associazione per la Difesa dei Diritti delle Minoraze) e di una convivenza di 45 giorni con una comunità romaní a Firenze. A questo seguirà un lavoro analogo a Palermo del 1998.

Gianni Berengo Gardin, Venezia (1960)

Gianni Berengo Gardin, Venezia (1960)

Una delle più grandi capacità di Berengo Gardin è di calarsi in contesti socio-culturali lontani e viverli a fondo; ma è all'apparente normalità del proprio quotidiano che sono riconducibili alcuni fra i suoi scatti più importanti. È nella sezione dedicata ai Baci che troviamo una personale e discreta curiosità di ragazzo che negli anni Cinquanta scatta il suo primo bacio nelle vie parigine, quando in Italia era proibito baciarsi in pubblico, e negli anni Duemila il suo unico scatto digitale (fra quelli presenti in mostra) per le vie di Milano. Sono forse questi scatti, che rivelano la più autentica curiosità di ragazzo, a contraddistinguere la visione di Berengo Gardin per tutta la vita.

Per lui lo scatto costituisce una testimonianza, un punto di vista sull'uomo del suo tempo, come afferma egli stesso: un contributo di svelamento del mondo in cui viviamo, nella speranza di poterlo un giorno vedere e capire meglio. Il suo è ed è stato un lavoro di istanti persi e di istanti catturati, in cui la paura di non riuscire a rendere efficacemente le situazioni lo ha spinto ad essere sempre curioso ed a mantenere un profondo rispetto ogni qual volta si accostava a ciò che voleva documentare.

L'esposizione resterà al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri. Cortile del Tribunale di Verona fino al 26 gennaio 2014.

 

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16 Risposte a Storie di un fotografo

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