Michele Emmer

La tortura, il sadismo, l'uccisione, il genocidio. Sono stato ad Auschwitz e Birkenau l’anno scorso. Ho camminato per quel tratto di strada che dovevano fare quelli che arrivavano al campo di concentramento. Ho visto le rovine dei forni distrutti dai tedeschi per eliminare le tracce. Tranne la camera di Auschwitz rimasta, vicina alla casa con giardino del comandante del campo.

Ho visto le stanze piene di scarpe di bambini, di pettini, di tante altre cose. E le celle di tortura in cui venivano tenuti quelli che erano nelle mani della Gestapo. Non celle, ma un piccolo angusto spazio dove si entrava in 3-4 persone, lo spazio non era nemmeno per una persona, e si entrava tramite una piccola apertura a livello del suolo, strisciando. E quel mucchietto di cenere dove si pensa ci sia l’idea di un milione di persone.

La tortura, il sadismo, l'uccisione, il genocidio. Certo se ci si pongono questi obiettivi per grandi numeri, con l’idea di uccidere e far sparire milioni di persone, bisogna costruire un'organizzazione, degli esperti, dei torturatori certo ma anche architetti, medici, e tutto il personale necessario. Reclutato anche tra coloro che dovevano essere sterminati. È quasi impossibile riuscire a comprendere come l’orrore, lo sterminio possano diventare una pratica umana quotidiana, con una sua routine, con le sue regole, che le regole vanno rispettate da tutti, anche da coloro che devono solo morire!

Racconti, interviste, libri, programmi televisivi, romanzi, studi storici. Che cosa può fare il cinema per farci capire? Tanti sono stati i film che cercano di spiegare e render ragione dell’irrazionalità ragionevole della creatura umana. A cui basta in tanti casi avere l’alibi di obbedire a un ordine, e gli ordini, come le regole, si rispettano! Un regista alla sua prima prova cinematografica ha deciso di far capire, di far comprendere che cosa prova un torturatore, un assassino, che ha ucciso e torturato migliaia di persone, che vive tranquillo nel suo paese, senza dover affatto nascondere la sua attività passata, di cui va tutt’ora fiero, tanto che lo intervistano persino alla televisione per raccontare come faceva a torturare e sterminare tante persone.

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Perché, come sapevano bene i nazisti, non basta dire uccidere. Bisogna programmare, bisogna pensare ai metodi più efficaci, bisogna minimizzare il sangue, semplificare al massimo per poter essere più veloci ed efficaci. Sono cose che come bene si comprende si devono imparare, sperimentare, tanto le cavie umane non protesteranno. Ecco allora questo film dal titolo The Act of Killing, giustamente uscito a Roma solo in una sala. Molto meglio una bella commedia che incassa milioni. La frase che si dice in questi casi è, certo, se non si facessero questi film, peraltro abbastanza divertenti e simpatici, il cinema Italiano morirebbe. E tutti sono contenti.

Ora lo scopo del regista Joshua Oppenheimer non era quello di farci contenti. Ma di sbatterci in faccia gli assassini e torturatori senza nessun filtro culturale. O meglio usando lo straordinario filtro che è il cinema. Oppenheimer ha passato molto tempo in Indonesia e ha contattato i gangster e i paramilitari (tutt’ora attivissimi nel paese, si ritiene siano 3 milioni, con il nome di Pancasila Youth) che hanno sterminato un milione di “comunisti” negli anni Sessanta. Film sui tanti genocidi ne sono stati girati altri, ne ricordo uno sullo sterminio in Cambogia. In cui i torturatori e vittime si incontravano di nuovo sui luoghi dei delitti.

Ma l’idea pazza e geniale del regista (e non a caso il film è prodotto da quel pazzo geniale, o geniale pazzo di Werner Herzog) è stato di diventare amico di alcuni di queste persone, ora tutte di una certa età ovviamente, e, probabilmente, scegliere quelli che meglio funzionavano dal punto di vista cinematografico. E proporre a loro di essere i protagonisti del film, di impersonare sia i torturatori che le vittime, mostrando la “realtà” nei luoghi in cui si sono svolti gli eventi. E i novelli attori diventano anche registi e sceneggiatori, scelgono le modalità, le inquadrature, il commento sonoro. E spiegano come hanno torturato, ucciso. La sera le scene girate le mostrano ai nipoti, per sapere che cosa ne pensano.

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E ricostruiscono la scena in cui i gangster e i paramilitari uccidono e torturano donne e bambini. Sono loro che si congratulano con gli attori che impersonano le vittime, scelte tra gli abitanti di oggi del villaggio in cui si sono svolti gli eventi. Sono loro che si congratulano con gli attori-vittime per il loro realismo. Bravi! Sembra vero! Alla presenza di un ministro del governo indonesiano che ricorda quei bei tempi. Sognano di essere perdonati e santificati, in una scena di vago sapore felliniano. Un grande pesce da cui escono delle ballerine che arrivano sotto una cascata, con grandi luci e nebbia da effetti speciali, dove gli assassini vestiti in costume pseudo religioso concedono alle vittime di chiedere loro perdono.

Un film sul delirio della atrocità, in cui uno dei torturatori, il più letale e efficace degli assassini, Anwan Congo, ha un attimo di disgusto, di ricordo, forse di ripensamento, alla fne del film, quando va nel luogo dove ha uccisio tanti esseri umani. Ma non è vero pentimento, è solo un film, ci voleva un finale. Un film agghiacciante sulla nostra fragilità umana carnivora e cannibale. Ha gli incubi Anwar Congo ma solo nel film. Uno di loro dice nel film: “I crimini di guerra sono definiti dai vincitori. Sono un vincitore. Così posso dare io stesso la definizione”. Consiglio l'intervista di Drew Fortune a Joshua Oppenheimer e Werner Herzog reperibile in rete.

The Act of Killing, regia di Joshua Oppenheimer, con gli attori, tutti che impersonano se stessi: Haji Anif, Syamsul Arifin, Skahyan Asmara, Anwar Congo, Jusuf Kalla, Herman Koto, Haji Marzuki, Safit Pardede. Ibrahim Sinik, Soaduon Siregar. Yapto Soerjosoemarno, Adi Zulkadry, Produttore esecutivo: Werner Herzog, Torstein Grude, Produzione: Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia, 2012, 158 m.

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6 Risposte a The Act of Killing

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