Nicola Montagna

Come sta cambiando l'università inglese a tre anni dalla decisione del governo di coalizione di triplicare le tasse? Una prima risposta la stanno dando gli studenti universitari che in queste settimane hanno occupato aule e sale per conferenze nei campus delle università del Sussex, di Birmingham, Manchester, Liverpool, Londra ed altre città.

Ma procediamo con ordine ed andiamo indietro di alcuni anni, e precisamente all'autunno 2010 quando il governo insediato da pochi mesi approva una legge che aumenta le tasse universitarie da £3000 ad un massimo di £9000. Questa decisione fu accompagnata da una vera e propria rivolta studentesca i cui episodi più significativi sono stati l'assalto alla sede centrale del partito conservatore e l'assedio del parlamento nei giorni di discussione della legge. Come è noto, purtroppo, la legge fu approvata.

Facciamo un salto in avanti di alcuni anni al febbraio 2013 quando alcune centinaia di studenti della Sussex University occupano il centro conferenze del campus universitario.
I motivi della protesta sono i piani di privatizzazione di alcuni servizi, tra cui la mensa ed i servizi di pulizia, e la richiesta di maggiore coinvolgimento degli studenti e del personale accademico nei processi decisionali. La direzione dell'università reagisce malamente ed espelle cinque studenti con l'accusa di avere creato disagi alle attività accademica.

Come spesso accade, l'uso del pugno duro, invece di intimidire e scoraggiare la partecipazione, polarizza gli animi e suscita la solidarietà di altre università, che a loro volta entrano in agitazione, e di nomi dell'accademia e dell'attivismo noti internazionalmente come quelli di Noam Chomsky, Vandana Shivan, Tariq Ali, David Graeber. L'occupazione dura diversi mesi e raggiunge il suo picco in marzo quando viene organizzata una manifestazione nazionale nel campus alla quale partecipano un migliaio di studenti, un evento abbastanza eccezionale per gli standard inglesi.

La scintilla del nuovo ciclo di mobilitazioni scocca il 20 novembre con l'occupazione dell'università di Birmingham a cui seguiranno quelle della Sussex University, di Manchester, Liverpool, Londra ed altre città britanniche. Queste occupazioni nascono in concomitanza con l'agitazione del personale accademico che indice uno sciopero generale, il secondo in un mese, per rivendicare un aumento dei salari che dal 2008, in pratica dallo scoppio della crisi economico finanziaria, hanno perso il 13% del loro valore.

Dentro questo nuovo ciclo, ogni università ha le sue rivendicazioni: la democrazia e l'agibilità degli spazi universitari, l'opposizione ai piani di privatizzazione dei servizi, la richiesta di migliori retribuzioni per il personale accademico e di un adeguato trattamento pensionistico per il personale addetto alle pulizie.

Uno degli epicentri, questa volta, è stata l'University of London dove all'inizio del mese un tentativo di occupazione è stato represso con la forza e per risposta mercoledì 11 dicembre, al grido di ‘cops off university’, si è svolta una manifestazione partecipata da più di mille studenti e con tanto di scudi per fronteggiare la polizia. Al di là della diversità delle rivendicazioni, ciò che accomuna queste mobilitazioni è l'opposizione a quella che gli studenti definiscono la 'marchetizzazione' dell'università. In altre parole, gli studenti si stanno opponendo ad una università che viene condotta come se fosse un' impresa e non come istituzioni pubbliche molto specifiche e che quindi non posso essere trattate al pari di enti privati finalizzati al profitto.

Le mobilitazioni di queste settimane stanno, quindi, rivelando la natura dei processi di ristrutturazione che attraversano l'università britannica e che dall'insediamento della coalizione di governo consevartori-liberaldemocratici hanno cominciato a prendere un passo sostenuto. Nel 2010, quando il nuovo governo si è insediato, l'attuale ministro per l'Università e la scienza ha dato un deciso impulso alla trasformazione del sistema universitario in un mercato competitivo, recependo le raccomandazioni di una commissione indipendente nominata dal governo laburista guidato da Brown.

Anzi, l'educazione universitaria è stata una delle prime ad essere investite dai tagli della spesa pubblica e dalla furia riformatrice e privatistica conservatrice. Sfruttando la crisi economica ed i tagli alla spesa per ridurre il deficit pubblico, i finanziamenti per l'università sono stati ridotti dell'80%, mentre i rimanenti denari sono stati destinati alle discipline strategiche e più remunerative, sotto tutti i punti di vista, come medicina, ingegneria e scienze. Contemporaneamente, per compensare questa voragine, le tasse universitarie sono state aumentate fino ad un tetto di £9000 all'anno - tocca alle singole università decidere quanto fare pagare ai propri studenti a partire da un minimo di £6000 - ed è stata aumentata la capacità di prestito che gli studenti possono avere dalle banche per finanziare i propri studi.

Come segnalava qualche anno fa l’Economist, la stragrande maggioranza delle università, per quanto mediocri, farà pagare il massimo delle tasse, non solo per avere più introti ma anche per non fare sembrare il loro prodotto meno scadente. Una semplice regola di mercato. Il risultato è che uno studente medio che finisce l'università si troverà con un debito, che ripagherà nel corso degli anni, di circa £35.000.

Bisogna notare che i pretesti che il governo ha usato per alzare le tasse, i piani di austerity ai quali anche l'università come il resto del settore pubblico deve sottostare e la scarsa qualita dell'offerta formativa, non reggono molto. L'università inglese non ha mai assorbito risorse eccessive ed anche prima dell'aumento delle tasse era nota per l'alta qualità degli studi. Si tratta, quindi, di una scelta politica, in linea con l’approccio conservatore che mira a ridurre, privatizzare, marchetizzare il settore pubblico.

Quindi, come sostiene Andrew McGettigan, che all'università ha dedicato un approfondito studio, The Great University Gamble: Money, Markets, and the Future of Higher Education (Pluto Press), il piano del governo non si spiegherebbe se non per la volontà di fare entrare nuovi fornitori di servizi formativi, come le grandi corporation dell'educazione e dell'editoria, che diminuiscano i costi dell'istruzione accademica ed accrescano la competizione. Esperimenti simili sono in già in corso negli Stati Uniti.

Alla University of Phoenix, di proprietà della Apollo Group, la più grande università del paese, la priorità viene data alle iscrizioni. Così, nel 2010 raggiunse il picco di 600.000 studenti studenti ed un ricavo annuo di $4 miliardi. Tuttavia i risultati non sempre sono eccellenti. Il 95% dei tutors sono part-time e solo il 16% degli iscritti raggiunge la laurea. Come se non bastasse, nell'ottobre 2012 ha annunciato la chiusura di 115 campus per la drastica riduzione dei profitti.

Questa è la marchetizzazione dell'università. Un sistema dove i finanziamenti vengono privatizzati e dove le università competono tra loro per attirare non solo un numero più alto di studenti ma anche i migliori, quelli che garantiscono il completamento del ciclo di studi.
In un sistema siffatto il valore dell'istruzione è deciso esclusivamente dalla sostenibilità finanziaria ed i finanziamenti delle singole università vanno soprattutto in marketing: campagne pubblicitarie e nuovi edifici progettati per attrarre nuovi studenti.

Come sosteneva Alberto Melucci, i movimenti sociali sono 'profeti del presente', parlano in anticipo ed annunciano le trasformazioni a venire. È ancora presto per dire se queste occupazioni dureranno e si diffonderanno. Per il momento, possiamo però dire che le mobilitazioni di questi mesi sono come i profeti disincantati di Melucci e rivelano le profonde trasformazioni che attraversano il modello di accademia che sta emergendo in Inghilterra. E probabilmente non solo in Inghilterra.

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29 Risposte a Cosa ci dicono le occupazioni delle università inglesi?

  1. Davide Codenotti ha detto:

    davide codenotti in facebook

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